1° Maggio: il perimetro del decoro
Pier Paolo Pinto - 4 maggio 2026
Il Primo Maggio non è mai solo una ricorrenza. È una lente. Una lente che, anno dopo anno, ci costringe a guardare il lavoro per quello che è diventato, più che per ciò che dovrebbe essere.
Lo slogan “una vita con decoro, meno tasse e più lavoro” intercetta un sentimento diffuso, quasi sedimentato: il bisogno di dignità prima ancora che di crescita. Perché oggi il punto non è soltanto lavorare. È come si lavora, quanto quel lavoro pesa sulla vita e quanto, invece, riesce a sostenerla.
Il decoro non è una parola neutra. È una parola esigente. Significa stabilità, riconoscimento, tempo. Significa non essere costretti a scegliere tra vivere e lavorare. Eppure, nel tempo della produttività continua, il lavoro sembra aver perso la sua funzione originaria: garantire equilibrio. È diventato spesso una condizione permanente di rincorsa.
“Più lavoro” è allora un’espressione ambigua. Più lavoro per chi? In quali condizioni? Con quale prospettiva? Senza una riflessione sulla qualità, il rischio è trasformare una rivendicazione giusta in una semplificazione pericolosa.
E “meno tasse” è il sintomo di una frattura più profonda: quella tra cittadino e istituzione. Non è solo una richiesta economica, ma una domanda di fiducia. Si chiedono meno tasse quando non si percepisce più il ritorno collettivo di ciò che si versa. È una questione di patto, prima ancora che di bilancio.
Il Primo Maggio, allora, non può essere solo una celebrazione. Deve tornare a essere un confine. Un perimetro dentro cui ridefinire il senso del lavoro nella società contemporanea.
Perché una vita con decoro non è uno slogan. È una misura politica. E, soprattutto, è una responsabilità collettiva.

IL PERIMETRO – Crans Montana
Pier Paolo Pinto - 8 gennaio 2026
La tragedia del Constellation di Crans Montana non è una fatalità. È un segnale.
Un punto di rottura che riguarda tutti: giovani e genitori.
Ai ragazzi va detto con chiarezza: il limite non è una gabbia, è una protezione.
Non tutto ciò che si può fare si deve fare.
La vita non è una sfida continua al rischio, né una prova di coraggio davanti allo sguardo degli altri. Il corpo non è un avatar, la notte non cancella le conseguenze, l’eccesso non è libertà.
Ai genitori va detto con la stessa franchezza: non basta “fidarsi”.
Educare non è controllare, ma presidiare.
Non è esserci solo quando va tutto bene, ma anche quando si è scomodi, impopolari, rigidi. Il silenzio educativo è una forma di abdicazione.
Questa tragedia ci ricorda una verità semplice e scomoda:
la libertà senza perimetro diventa pericolo.
E un mondo adulto che non traccia confini lascia i giovani soli proprio quando avrebbero più bisogno di una guida.





