Cary, Winston e io

Anna Maria Rengo • 13 maggio 2026

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Con Luca Liguori, storico inviato speciale della Rai, alla scoperta delle storie più personali dei divi hollywoodiani e della politica mondiale, tra aneddoti, curiosità e riflessioni sul ruolo del giornalismo e sui cambiamenti strutturali determinati dalla pandemia.


Intervistare Luca Liguori è come fare un tuffo in una storia che finora si aveva avuto modo di conoscere solo studiandola sui libri, o sognandola a occhi aperti. Dopo il successo del precedente volume “Whisky dopo il tramonto” (Minerva Edizioni) Liguori, inviato speciale della Rai in oltre centocinquanta Paesi, torna infatti a raccontare la storia contemporanea in un dietro le quinte tanto ricco di aneddoti e di spunti di riflessione quanto elegante e coinvolgente.


Lo fa nel suo nuovo libro “Ultimo whisky prima del tramonto” (sempre Minerva Edizioni), un titolo che cambia la prospettiva temporale della degustazione, ma che non deve essere assolutamente interpretato in senso malinconico! Ma lasciamo la parola, anzi le parole, allo stesso Liguori.


“Il titolo del primo libro è ispirato al Kenya, dove sono stato a lungo negli anni Cinquanta. Lì il whisky si beveva dopo il tramonto per via dell’afa, della calura. Gli inglesi burloni si regalavano orologi da appendere al muro con tutte le cifre uguali: il numero cinque. Mi spiegavano che questi orologi servivano quando a casa veniva un amico, magari alle nove di mattina, e chiedeva: ‘Che ora sono?’ e gli si poteva rispondere ‘Sono le cinque del pomeriggio, non vedi?’. Dunque, visto che si era dopo il tramonto si poteva bere!


Nel mio primo libro non sono riuscito a raccogliere tutti i ricordi, le interviste e i personaggi. Mi sarebbe dispiaciuto mandare al macero quelli restanti e allora ho chiesto alla casa editrice Minerva di concedermi un secondo drink, stavolta prima del tramonto. Questo nuovo libro però non ha un titolo luttuoso, ma scaramantico: io non voglio bere l’ultimo whisky e poi morire, ma semmai pensare a qualche altra cosa da fare! Vi racconto delle esperienze bellissime vissute negli anni Cinquanta, Sessanta, quando il giornalismo era affidato alla macchina da scrivere Olivetti lettera 22 o alla penna stilografica. Allora non c’erano i computer, i telefonini, il nostro lavoro di inviati all’estero era tutto affidato alle centralinistre degli alberghi. E infatti quando si arrivava in albergo, che si fosse a Saigon oppure a Copenaghen, la prima cosa che noi inviati facevamo era di regalare una scatola di cioccolatini alle centraliniste. Ricordo che Luca Goldoni aveva pure promesso a una di esse di sposarla, se gli avesse dato per primo la linea!”

 

Nel suo libro racconta aneddoti su tanti protagonisti della storia contemporanea. Ce n’è uno, nella sezione dedicata a Hollywood, che si distingue positivamente e che le è rimasto particolarmente a cuore?

“Io ho seguito la cerimonia di consegna dei Premi Oscar, a Los Angeles, per dieci, dodici anni, e questo mi ha consentito di entrare in confidenza con tanti attori e attrici. Alla fine della cerimonia si organizzava una serata molto glamour e in grande stile: i premiati e il pubblico venivano invitati a una cena di gala in un grande locale e io capitavo sempre a tavola con grandi attori. In particolare, una sera sedetti al fianco di Cary Grant, uno tra gli attori più ammirati del firmamento cinematografico.

Devo premettere che questi divi, nonostante l’apparenza di bellezza, fama, spirito, eleganza, nascondono sempre un dramma, una vita comune come noi semplici cittadini. Di Cary Grant sono riuscito a conoscere la verità della sua esistenza conclusa a ottantadue anni, a causa di un ictus. Veniva da una famiglia poverissima, a Bristol in Inghilterra. Archibald Alexander, questo il suo vero nome, aveva avuto un’esistenza dolorosa. Il padre operaio, la madre una piccola sarta, nasce in una piccola casa di periferia. La mamma era instabile mentalmente perché aveva perso la prima figlia e veder nascere un maschio, quando voleva una femminuccia, alimentò la sua follia, al punto da vestirlo da bambina e da fargli crescere i boccoli. Un giorno il piccolo Archibald, al ritorno da scuola, trovò solo il padre, che gli disse: ‘Mamma è andava via, non tornerà. Non piangere, rassegnati’. Per il bambino fu uno choc: nonostante le sevizie estetiche che la madre gli procurava, le era affezionato. Alla fine si rassegnò ma gli restò il trauma dell’abbandono, che mai lo lascerà. Passano ventuno anni e Cary è ormai diventato famoso in America, dopo aver lasciato il padre che nel frattempo si era rifatto una famiglia. Allora riceve una lettera da Bristol: ‘Mr Grant – legge – sua madre di novantotto anni è ancora viva e si trova in questo ospedale psichiatrico. Se vuole venire a salutarla faccia presto perché è molto malata’. Solo allora Cary scopre che la mamma non l’aveva abbandonato, ma che era stato il padre a rinchiuderla in un ospedale psichiatrico. Subito, torna a Bristol, porta via la mamma dall’ospedale psichiatrico e la fa ricoverare in una clinica privata dove, però, la donna muore pochi giorni dopo. Solo allora inizia la nuova vita di Cary Grant, una vita condizionata dall’ossessione della madre che lo aveva portato ad avere alcune ambiguità sessuali ma che non gli aveva impedito di aver avuto ben cinque mogli. Ma la sua pace la trovò a ottant’anni: conobbe il vero amore con Barbara Harris, titolare di una boutique lungo l’Hollywood Boulevard, e trascorse felice gli ultimi due anni della sua vita.”


Nell’immaginario collettivo il mondo hollywoodiano è fatto di compromessi, delusioni, sesso facile o utilitaristico, dipendenze, ma comunque è un mondo mitico, da molti ambito. Quanto nella realtà corrisponde a questo stereotipo?

“In parte dovrei dare ragione a chi la pensa così. Hollywood è stata una specie di compagnia affollata di personaggi che sapevano di appartenere a una categoria speciale e con tutti i difetti degli esseri umani. Clark Gable mi raccontò, per esempio, che quando stava girando un film per la Metro Goldwin Mayer fu contattato da una delle più grandi major dei tabacchi che gli offrì il doppio del suo ingaggio pur di vederlo fumare durante le riprese e lo stesso Cary Grant, che non aveva mai fumato, per lo stesso motivo dava l’esempio di fumare.

È vero che alcuni attori facevano uso di droghe, sniffavano, prendevano l’Lsd, ma soltanto in casi disperati. Io ho partecipato a delle simpatiche serata im cui, una volta alla settimana, ci si riuniva nella villa di Gary Cooper o di David Niven: si mangiava, si beveva, si facevano pettegolezzi su Hollywood. Una sera ci fu una discussione di un paio d’ore sul modo migliore, per gli uomini, di fare il nodo alla cravatta, se quello normale oppure quello alla Windsor, detto scappino. Alla fine la spuntai io, dopo aver raccontato di avere imparato a farlo dallo stesso duca di Windsor, questo il titolo assunto da re Edoardo VIII dopo la sua abdicazione nel 1936: li misi tutti a tacere!

Poi, si parlava degli scandali legati a ‘Via col vento’, film particolarmente scarognato, con molti suoi attori morti in breve tempo o colpiti da sfortune. Hattie McDaniel, la prima donna di colore a ottenere un Premio Oscar per la sua Mamy, fu investita da un taxi, Vivien Leigh perse la ragione. Ricordo che Vivien litigava spesso sul set con Clark Gable, anche perché lui veniva pagato 250mila dollari e lei solo 50mila, e si vendicava della disparità accusandolo: ‘Puzzi sempre di alcol e di tabacco, mi fai schifo’. Ma fu un film epocale: ancora oggi, ad Atlanta (capitale della Georgia dove è ambientato il film) c’è un cinema che, ogni sera alle diciotto, proietta ‘Via col vento’: a dimostrazione di che cosa può fare la cinematografia quando raggiunge un livello planetario.”


Passando invece alla politica, c’è un personaggio che l’ha sorpresa, positivamente o negativamente?

“Tutti i politici del Novecento che ho incontrato erano persone ricche di cultura, al servizio del proprio Stato, serie nel proprio lavoro, anche se alla fine del secolo ci sono stati alcuni piccoli scandali, peraltro naturali.

Ciò premesso, io ho avuto l’onore di conoscere sir Winston Churchill, l’uomo politico più grande della storia contemporanea. Certo, ho conosciuto anche Charles de Gaulle, Fidel Castro, Gheddafi, ma Churchill è stato il più grande per forza, coraggio e ironia.

Sono andato a intervistarlo nel giugno del 1956, quando era in vacanza in Costa Azzurra, in una villa carina dove aveva scritto le sue memorie. Arrivo al cancello, suono, percorro un vialetto di ghiaia e arrivo alla villa con una duplice scalinata, un maggiordomo si affaccia. Mentre mi avvio verso una delle due scalinate sbuca un cane che sembra un leone e viene verso di me abbaiando, Pensavo che volesse farmi le feste, e invece voleva farmi la festa! Mi salta addosso, mi butta per terra, mi strappa il cravattino a farfalla che avevo messo per fare bella figura, tutto questo mentre il maggiordomo gridava: ‘Peter, cosa stai facendo?’ Finita la sua missione distruttiva il cane ritrova la scalinata e io, ridotto come un reduce di guerra, entro nello studio di Churchill che mi accoglie seduto su una poltrona. Indossa una giacca da camera bordeaux con i gomiti lisi, ma è molto elegante. Sigaro in mano, bicchiere di cognac francese nell’altra, mi dice: ‘Mi dispiace’. Io cerco di limitare i danni: ‘Ma no, non è successo niente…’. E lui: ‘No: è che il mio cane è stupido. Non ha capito che non deve assalire tutte le persone italiane che mi vengono a trovare e che la guerra è finita da anni’. A seguire, una conversazione con tanti aneddoti, tra cui la sua conversazione con l’ammiraglio Bernard Law Montgomery che lo redarguì: ‘Mr Churchill, ma vede come è grasso? Lei fuma, mangia e beve troppo! Pensi che il mio medico mi dice che smettendo di fumare, bere e mangiare troppo vivrò cinquant’anni in più’. E Churchill gli rispose: ‘Invece il mio medico mi ha detto di fumare, bere e mangiare, così vivrò cent’anni in più’. Churchill è stato un uomo che ha attraversato la storia e a cui si deve la salvezza dell’Inghilterra, a cui aveva detto: ‘Vi prometto lacrime e sangue, ma resisteremo e vinceremo’. E così è stato. Poi gli elettori inglesi lo hanno liquidato e a chi gli diceva: ‘Ma come, lei che ha fatto tanto per l’Inghilterra è stato ripagato così?’ lui replicava: ‘Ogni popolo ha il diritto e il dovere di mandare a casa i politici, quando non li vuole più’. Ecco, avendo conosciuto personaggi di quel calibro, se fossi un giovane giornalista sarei impacciato a intervistare l’attuale classe politica italiana.”

 

Il suo libro dedica un capitolo al Covid: ci sono stati dei cambiamenti strutturali nella società dalla pandemia in poi?

“Eccome se ci sono stati. Ho voluto aprire il libro con un ‘memento Covid’, a quei giorni di prigionia collettiva, ma appartengo a quella razza di persone che non si è lasciata abbattere. Non andavo in biblioteca, all’happy hour, a passeggiare per via Montenapoleone: me ne sono rimasto a casa con i miei libri, su tutti la gioia della Recherche di Marcel Proust, ho guardato vecchie cassette di vecchi film e soprattutto mi sono beato nel vedere le immagini di Papa Francesco quel venerdì santo del ’22 in una piazza San Pietro deserta. In quel momento il mondo deve avere capito la grande solitudine dell’uomo davanti agli eventi imponderabili, la fragilità dell’essere umano di fronte a un nemico invisibile. Usciti poi da quel periodo di convivenza forzata, improvvisamente abbiamo respirato aria di libertà ma l’abbiamo scambiata per libero arbitrio. Abbiamo iniziato a frequentare psicologi, psichiatri, alcuni scienziali hanno affermato che i vaccini ci hanno persino cambiato il Dna. Abbiamo perso i freni inibitori, c’è violenza anche giovanile, rabbia, strafottenza, i femminicidi sono aumentati. Non ne siamo venuti fuori bene e ho paura che non ci sia un limite, se gli adulti non recupereranno la loro autorità con i minori. Ma ho sempre una speranza, io sono per natura una persona ottimista: sono certo che c’è sempre una via d’uscita, una resurrezione. Ce l’hanno insegnato i secoli passati: finito questo lungo periodo crudele il sole tornerà a brillare su questa tormentata popolazione di persone.”


Il suo libro è la rappresentazione di come il racconto giornalistico sia una testimonianza diretta da valorizzare. Teme che in un mondo sempre più social, influenzato dall’intelligenza artificiale e con forti poteri che minano la libertà di stampa, il lavoro giornalistico sia a rischio?

“Fare il giornalista è diventato un mestiere molto difficile e pericoloso. Una volta andavamo di persona dove avveniva il fatto, ora apriamo internet, ci informiamo online e facciamo l’articolo, per non parlare di quello che succederà con l’intelligenza artificiale, che leverà molto a quella naturale, già scadente. Ma secondo me è una questione di coerenza, di credere nel proprio mestiere. Se gruppi di persone credono nell’esperienza missionaria dei giornalisti che informano ed educano la gente, questo mestiere non sarà umiliato ma avrà una sua resurrezione anche in mezzo a tante tecnologie. Certo, l’indipendenza del giornalista è diventata difficile. Non ci sono più i grandi editori di una volta ma industriali che decidono di comprare questo o quel giornale. Davanti al potere del denaro siamo fragili e deboli, lo diceva Totò e lo dico pure io.”


L’AUTORE - Classe 1934, Luca Liguori è pugliese di nascita, milanese d’adozione, giramondo per vocazione. È una voce storica della Rai. “Inviato speciale” in 150 Paesi del mondo, ha vissuto in prima persona e raccontato a milioni di ascoltatori alcuni tra i più importanti eventi del secolo scorso: guerre, rivoluzioni, colpi di Stato, il progetto Apollo che porterà il primo uomo sulla Luna, la consegna dei premi Oscar… Rientrato in Italia negli anni Settanta, conduce con Paolo Cavallina “Chiamate Roma 3131”, programma tra i più ascoltati nella storia della Rai. Nella sua lunga carriera Liguori ha avuto il privilegio di conoscere e intervistare alcune tra le più celebri personalità del XX secolo: da Winston Churchill a Martin Luther King, da Jomo Kenyatta a Indira Gandhi, da Madre Teresa di Calcutta a papa Giovanni Paolo II, dal duca di Windsor a Gheddafi… Con Minerva ha pubblicato: “Whisky dopo il tramonto, 21 luglio 1969, quel giorno sulla Luna” (firmato con Giancarlo Mazzuca) e “Caro Luca, ti scrivo” insieme a Luca Goldoni.


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Autore: Redazione 18 agosto 2026
Il Comitato di redazione del Tg3 esprime profonda preoccupazione e sconcerto di fronte ai duri e continui attacchi sferrati in queste ore contro "Report", storico programma d'inchiesta e pilastro fondamentale del palinsesto di Rai3. La vicenda giudiziaria che vede coinvolto Sigfrido Ranucci – e che lo qualifica attualmente come parte lesa e vittima – seguirà il suo naturale corso istituzionale. La magistratura accerterà i fatti con la dovuta autonomia. Risulta tuttavia del tutto inaccettabile che tale situazione venga strumentalizzata come pretesto per smantellare una trasmissione che rappresenta l'essenza stessa del servizio pubblico in Italia. Il valore di "Report" risiede unicamente nella veridicità delle sue video-inchieste. Le rivelazioni della redazione hanno sempre resistito al vaglio della magistratura e a ogni querela di parte, garantendo all'azienda ascolti straordinari a fronte di budget di produzione estremamente limitati. È evidente come sia proprio questa indipendenza giornalistica a risultare scomoda. Denunciamo inoltre con forza la diffamatoria campagna mediatica in corso, alimentata dalla diffusione strumentale dei costi lordi di produzione (comprensivi di trasferte, troupe e logistica), artatamente spacciati per i compensi netti degli inviati. Si tratta dell'ennesima dimostrazione di malafede editoriale. È fin troppo chiaro il disegno commerciale e politico portato avanti da testate appartenenti a gruppi editoriali concorrenti, i quali tentano da mesi di erodere il pubblico di Rai3 e indebolire l'intera azienda. Rivolgiamo un appello fermo e urgente ai vertici della Rai: tutelare Rai3 e le sue voci libere significa difendere la dignità del servizio pubblico radiotelevisivo. Non permetteremo che Rai3 muoia. Viva Rai3, viva il giornalismo d'inchiesta.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 18 agosto 2026
“Ci ha lasciato un grande campione, simbolo autentico del trotto. Varenne ha fatto la storia dell'ippica italiana e internazionale, scrivendo pagine epiche per lo sport insieme al suo storico driver Giampaolo Minnucci”. Lo dichiara in una nota il Sottosegretario al Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (Masaf), Senatore Patrizio La Pietra.  “ Il 'Capitano' – prosegue il Sottosegretario – ha saputo sorprendere tutti fin dal suo esordio in pista. È stato merito dell'intuito e della passione di Enzo Giordano se questo straordinario cavallo ha potuto iniziare un'epopea leggendaria, che abbiamo ammirato per molti anni e di cui conserveremo la memoria per sempre. Ho avuto il grande piacere personale di vederlo in diverse occasioni, tra cui Fieracavalli a Verona, quando ormai le gare erano un bellissimo ricordo ma l'ammirazione dei tifosi restava immutata nel celebrarlo. Un tributo d'onore che il 'Capitano' ha meritato come nessun altro nel mondo dell'ippica. Addio Varenne, immenso campione”.
Autore: AGENZIA DIRE 18 agosto 2026
Il Presidente Usa assicura: "Hormuz aperto e operativo", ma lo smentiscono i dati del traffico marittimo. Alert degli Emirati Arabi per minaccia missilistica ROMA – Dopo l’Alaska, le mire territoriali di Donald Trump si spostano in Medio Oriente, direttamente nel conteso Stretto di Hormuz, sempre più determinante nel braccio di ferro con l’Iran e per le sorti dell’economia mondiale. E così spunta l’ultima boutade social del presidente degli Stati Uniti che, dal suo social Truth, posta la cartina di Hormuz con la sovrastante scritta “New Us Territory”, ovvero ‘nuovo territorio statunitense’. TRUMP: “NESSUN COLLOQUIO CON L’IRAN, LO STRETTO DI HORMUZ APERTO E OPERATIVO” Come gettare benzina sul fuoco nella guerra con l’Iran, dopo le minacce estese ieri dal Tycoon anche all’Oman , ‘reo’ di condurre negoziati paralleli con Teheran proprio per il controllo dello Stretto. Poche ore dopo, i raid social di Trump proseguono, con un post in cui dà i suoi aggiornamenti sul conflitto in corso e soprattutto torna a parlare dello stretto di Hormuz. “Non ci sono colloqui o conversazioni in corso, né programmati, con la Repubblica Islamica dell’Iran- scrive Trump- Il Blocco Navale rimane pienamente in vigore ed efficace. Lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte detonare”. Dichiarazioni, queste ultime che però sembrano andare nella direzione contraria a quanto sostenuto solo ieri da Jared Kushner, genero e inviato speciale di Trump. “Non posso entrare nei dettagli, ma posso dire che i colloqui tra il governo statunitense e diverse aree del governo iraniano in tutti i settori sono probabilmente più intensi che mai”, ha dichiarato infatti Kushner a Fox News, mostrandosi ottimista riguardo ai colloqui che, a suo dire erano invece ancora in corso”. LA SMENTITA DI KPLER: “NELLO STRETTO DI HORMUZ TRAFFICO MARITTIMO IN CALO” Ma soprattutto, le dichiarazioni sullo Stretto di Hormuz “aperto e operativo” sono smentite da Kpler, principale piattaforma di monitoraggio in tempo reale dei flussi di del traffico marittimo globale. “Il traffico di Hormuz diminuisce mentre i rischi aumentano”, riporta Kpler dai suoi canali social. “Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz si è indebolito la scorsa settimana- riferisce la piattaforma di monitoraggio– con attraversamenti confermati in calo del 19,5% a 95“. Secondo gli ultimi dati, pubblicati ieri, lunedì 17 agosto, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è rallentato anche durante il fine settimana, a seguito degli attacchi alle petroliere, mentre i colloqui tra Stati Uniti e Iran per risolvere il conflitto in Medio Oriente sono in fase di stallo. Secondo i dati di tracciamento navale di Kpler, sabato cinque navi mercantili hanno attraversato lo stretto, mentre per domenica non ne è stata registrata alcuna, contro le 31 del fine settimana precedente. ALERT DEGLI EMIRATI ARABI: “MINACCIA MISSILISTICA”. ALLARME RIENTRATO La tensione resta altissima nei Paesi del Golfo. Nel pomeriggio di oggi,martedì 18 agosto, gli Emirati Arabi Uniti hanno emesso un’allerta alla popolazione per “potenziali minacce missilistiche”. Si tratta del primo avviso di questo tipo dopo uno stop di diversi mesi: l’ultimo risale allo scorso maggio. “A causa della situazione attuale, potenziali minacce missilistiche, cercate immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino”, riferisce il ministero dell’Interno emiratino, che ha raggiunto la popolazione sui telefoni. Si sarebbero udite esplosioni a Dubai: il ministro della Difesa fa sapere che potrebbero essere il risultato dell’attivazione delle difese aeree. L’Autorità nazionale per la gestione delle emergenze, delle crisi e dei disastri ha invitato la popolazione “a rimanere in un luogo sicuro e seguire gli aggiornamenti”. Dopo qualche ora, i cittadini sono stati raggiunti da un avviso telefonico per aggiornarli sulla fine della minaccia missilistica e sulla possibilità di riprendere le normali attività.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 18 agosto 2026
“Varenne non e’ stato semplicemente il piu’ grande trottatore della storia. E’ stato un campione italiano nel senso piu’ pieno del termine. Uno di quei fuoriclasse che riescono a superare i confini dello sport per entrare nel cuore delle persone. Quando correva, correva l’Italia: ci ha fatto emozionare, ci ha fatto esultare, ci ha reso orgogliosi di essere italiani portando il nostro Tricolore sui piu’ importanti ippodromi del mondo. Oggi se ne va il Capitano e con lui se ne va una pagina irripetibile dello sport italiano e dell’ippica mondiale”. Con queste parole il Presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ricorda Varenne, il leggendario trottatore scomparso all’eta’ di 31 anni. “Ho avuto la fortuna di incontrarlo piu’ volte ricorda il Presidente Zaia e ogni volta era impressionante vedere quanto affetto riuscisse ancora a raccogliere attorno a se’. Da Ministro delle Politiche Agricole volli portarlo a Fieracavalli Verona, quando aveva ormai concluso la sua straordinaria carriera agonistica, per tributargli un passaggio d’onore davanti a migliaia di persone. E l’ho rivisto ancora negli ultimi anni, sempre accolto come una vera star. Perche’ Varenne aveva compiuto qualcosa di rarissimo: era uscito dagli ippodromi per entrare nelle case degli italiani. Era un cavallo buono, docile, amico di tutti. I bambini gli correvano incontro con gli occhi pieni di meraviglia e gli adulti ritrovavano in lui il fascino di un campione capace di emozionare intere generazioni. Lo conoscevano e gli volevano bene anche persone che non avevano mai seguito una corsa di trotto”. “I numeri raccontano solo in parte la grandezza del Capitano - prosegue il Presidente Zaia : 73 corse disputate, 62 vittorie, oltre sei milioni di euro di montepremi, due Prix d’Amerique a Parigi, tre Gran Premi della Lotteria di Agnano, due Elitloppet a Stoccolma e un’infinità di altri trionfi internazionali che lo hanno reso una leggenda vivente. Ma l’eredità più grande che ci lascia non è scritta negli albi d’oro, bensì nella memoria collettiva di un intero Paese. Varenne ha nobilitato l'ippica e ha dimostrato al mondo l'eccellenza e il cuore dell'Italia. Oggi lo salutiamo con profonda commozione, consapevoli che un campione così non nascerà mai più.  Buon viaggio, Capitano”.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 18 agosto 2026
«Oggi ci lascia Varenne, il "Figlio del Vento", probabilmente il miglior cavallo che abbia mai calcato una pista di trotto al mondo. Ci ha emozionati battendo record, dominando con il suo carisma le più grandi competizioni internazionali e scrivendo pagine indimenticabili della storia dell’ippica. Ho avuto l’onore di premiare la sua straordinaria carriera a Verona, durante Fieracavalli. Oggi se ne va un cavallo straordinario, ma resta il mito. E l’impronta dei suoi ferri resterà per sempre nella storia dell’ippica. A tutti gli appassionati e a quanti hanno seguito da vicino le grandi imprese del "Capitano", esprimo il mio più sentito cordoglio. Addio, grandissimo Campione italiano».
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 18 agosto 2026
Oggi il mondo piange Varenne, il più grande trottatore della storia, scomparso all'età di 31 anni. Più che un campione delle piste, "Il Capitano" è stato un fenomeno sociale e un compagno di vita indimenticabile per chi ha avuto il privilegio di stargli accanto. A farsi portavoce del dolore e dell'immensa gratitudine di tutto l'entourage è lo storico ex manager Rolando Luzi, che con profonda commozione ha voluto ricordare l'impatto straordinario del campione : "Varenne ha cambiato la vita di tutti noi. Per noi non era semplicemente un cavallo, ma un essere umano". Parole che racchiudono l'essenza di un legame che andava ben oltre lo sport. Varenne ha unito l'Italia e ha conquistato il mondo, dominando i templi del trotto da Parigi a New York con una superiorità e un carisma mai visti prima. Con i suoi trionfi memorabili, il Capitano ha scritto pagine di storia indelebili, lasciando un patrimonio di emozioni che il tempo non potrà mai cancellare.  Oggi Varenne corre nei prati più alti, raggiungendo il suo storico proprietario Enzo Giordano. Il team ringrazia tutti i tifosi e gli appassionati che in queste ore stanno stringendosi attorno al ricordo del trottatore di tutti i tempi.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 18 agosto 2026
Situazione sotto controllo, nessun danno segnalato L'Amministrazione Comunale di Oliveri informa la cittadinanza in merito agli eventi sismici registrati nella mattinata odierna dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). L'INGV ha rilevato due scosse a brevissima distanza di tempo l'una dall'altra: la prima, di magnitudo 3.7, è avvenuta alle ore 10:07; la seconda, di magnitudo 3.3, è seguita pochi secondi dopo. Entrambi i sismi sono stati localizzati a una profondità compresa tra i 9 e i 10 chilometri, con epicentro a pochissimi chilometri dal centro abitato di Oliveri. Il movimento tellurico è stato avvertito distintamente in tutta la provincia di Messina e lungo la fascia costiera calabrese, in particolare a Reggio Calabria e Campo Calabro, generando comprensibile preoccupazione tra la popolazione. Si rende noto che, a seguito dei tempestivi controlli effettuati sul territorio, al momento non si registrano danni a persone, edifici o cose. La situazione rimane costantemente monitorata dalle autorità locali. Gli uffici competenti sono in diretto e continuo contatto con la Protezione Civile e gli organi preposti per seguire l'evolversi della situazione. L’Amministrazione Comunale invita tutta la cittadinanza a mantenere la calma, a evitare allarmismi ingiustificati e a non diffondere notizie prive di verifiche ufficiali. Eventuali aggiornamenti verranno comunicati tempestivamente tramite i canali istituzionali del Comune.
Autore: AGENZIA DIRE 18 agosto 2026
La sorella del magistrato ucciso dalla mafia: "Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano" ROMA – “Ho letto oggi sul ‘Fatto Quotidiano’, nella rubrica di Marco Travaglio ‘Ma mi faccia il piacere’, un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata. Commentando l’articolo del Foglio del 14 agosto, nel quale Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala affermano che ‘Falcone non avrebbe cenato con Lavitola’, Travaglio liquida la questione con una battuta: ‘Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti’. È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano”. Lo dice Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci, in un lungo intervento pubblicato sulla pagina Facebook della Fondazione Falcone dopo le polemiche sull’amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. “Quando, nel 1991, Giovanni accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via – scrive Maria Falcone -. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato. Portò con sé l’esperienza enorme e la consapevolezza che, per sconfiggere Cosa nostra, non bastavano il coraggio e la capacità dei singoli magistrati: bisognava cambiare gli strumenti, le strutture e il modo stesso con cui lo Stato organizzava la propria risposta alla criminalità mafiosa”. Maria Falcone poi ricorda che “i risultati di quei quindici mesi parlano più di qualsiasi polemica. Giovanni – osserva – realizzò in maniera determinante la costruzione di una nuova architettura dell’antimafia italiana: la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali antimafia, la Direzione investigativa antimafia, un più efficace coordinamento delle indagini e il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia. Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra”. Maria Falcone quindi ribadisce: “Giovanni non apparteneva a un governo. Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone. Non apparteneva a una parte politica. Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani. Ed è proprio per questo che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l’Italia – conclude – e se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa”.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 18 agosto 2026
I dieci migliori driver si sfidano in sei corse mozzafiato per conquistare l'accesso al decisivo race-off finale. Questa sera i riflettori dell'Ippodromo del Savio si accendono per l'atto conclusivo del Tomaso Grassi Drivers Award – Trofeo 50° CAIEC, uno degli eventi ippici più attesi e sentiti dagli appassionati del trotto nazionale. I dieci protagonisti della manifestazione si daranno battaglia lungo sei corse elettrizzanti, valide per raccogliere i punti necessari ad accedere all'attesissimo race-off finale che decreterà il campione dell'edizione 2026. L'Albo d'oro della competizione vanta nomi leggendari, a partire da Edy Gubellini, che inaugurò la prima edizione nel 1995. Suo figlio, Pietro Gubellini, ha poi conquistato il trofeo per tre volte, inclusa la storica edizione del 2003 chiusa in ex aequo con Giampaolo Minnucci. I primatisti assoluti restano Enrico Bellei e Roberto Vecchione, entrambi a quota quattro vittorie. Proprio Roberto Vecchione sarà l’unico plurivincitore presente in pista questa sera. Al suo fianco, fari puntati sul campione uscente Vincenzo Gallo, rientrato in gara grazie a un repêchage dopo aver saltato la semifinale per infortunio. Il livello dei partecipanti promette grande spettacolo. Tra i candidati al titolo spicca il "catch" Maurizio Cheli, secondo nel 2025 e a caccia del gradino più alto, insieme ad Antonio Greppi, già vincitore nel 2013. In pista ci sarà anche una vera leggenda vivente, Giampaolo Minnucci, l'uomo che ha guidato il mitico Varenne sul tetto del mondo. Non da meno il talento cristallino di Antonio Di Nardo, tra i driver più richiesti dai migliori trainer per la sua straordinaria bacheca ricca di successi nei Derby e nelle Oaks. A chiudere il cerchio dei favoriti, la giovinezza del promettente Lorenzo Talpo Jr, la "mascotte" del gruppo, arrivato meritatamente in finale con l'ambizione di firmare una clamorosa impresa. L'appuntamento è per questa sera all'Ippodromo del Savio di Cesena: la corsa al titolo di miglior driver del 2026 sta per cominciare.
Autore: AGENZIA DIRE 18 agosto 2026
Licenziato Kevin Lamour, il direttore esecutivo che lo aveva duramente attaccato per il progetto di vendita dei diritti tv dei Mondiali. Platini lo considerava quasi un figlio ROMA – Kevin Lamour lo sapeva. Aveva calcolato il rischio, l’aveva accettato consapevolmente, e ora il conto è arrivato: il direttore operativo della FIFA è stato licenziato dopo aver criticato apertamente il fallimentare piano di Gianni Infantino di vendere parte dei diritti dei Mondiali a investitori privati. Il manager francese, arrivato alla federazione meno di due anni fa dopo una lunga esperienza ai vertici della UEFA, si era espresso senza mezzi termini contro il progetto, sostenendo che l’amministrazione FIFA fosse stata “ingannata” e che il presidente “crede di incarnare la Fifa quando dovrebbe essere al suo servizio”. Sapeva bene a cosa andava incontro: “Se questo significa che perderò il lavoro, che così sia. Capirò e rispetterò questa decisione. Almeno dormirò sonni tranquilli stanotte”. Chi conosce Lamour racconta però che quell’uscita pubblica, quella presa di posizione così netta, non gli somigliava affatto. Non era da lui. Direttore operativo e numero tre della FIFA per quasi due anni, ma soprattutto figura di lungo corso ai vertici del calcio mondiale – attivo da oltre vent’anni nel settore – Lamour, 45 anni, è da sempre uno dei dirigenti francesi più noti nell’ambiente e al tempo stesso meno conosciuti al grande pubblico. Un uomo che ha sempre preferito muoversi nell’ombra, e che avrebbe volentieri evitato questa improvvisa esposizione mediatica, scrive L’Equipe nel ritratto che gli dedica. “È una persona brillante che non cerca i riflettori e non aspira alla fama. Bisogna interpretarlo come un’espressione di totale esasperazione”, dice William Gaillard, suo ex collega alla UEFA quando era principale consigliere di Michel Platini: Nei corridoi di Nyon circolavano da sempre dubbi sul suo reale ruolo. C’era chi si chiedeva se non fosse semplicemente una marionetta di Platini. “Era più un addetto stampa che un segretario personale”, ha ironizzato un ex dirigente. Si diceva anche fosse il figlio di Jean-François Lamour, all’epoca ministro dello Sport francese – voce che lui stesso ha sempre smentito con i nuovi colleghi: suo padre è in realtà Jean-Louis Lamour, ex direttore dello Stade Brestois, ispettore di polizia e responsabile della sicurezza della nazionale francese negli anni di Platini. Gaillard ricorda i suoi esordi accanto al presidente francese: “Con Platini, all’inizio, era un po’ un factotum. Alle riunioni tutti parlavano, poi a un certo punto lui riassumeva tutto e spiegava che bisognava prendere una decisione. E nessuno batteva ciglio. Tutto filava liscio”. In quel periodo, dietro Platini, Lamour formava un trio con Theodore Theodoridis- oggi segretario generale UEFA – e un certo Gianni Infantino, allora meticoloso stratega in ascesa. Il legame con Platini andava oltre il semplice rapporto professionale: Lamour lo accompagnava in ogni viaggio, e col tempo si sviluppò una fiducia tale che l’ex presidente UEFA arrivò a considerarlo quasi un secondo figlio. “Aveva un talento per dire a Platini, e poi a Gianni, cose diverse senza essere scortese. La sua opinione veniva persino richiesta”, racconta ancora Gaillard. “Questa è la sua forza: è molto calmo, elegante, non parla a voce alta, non fa scenate, non si mette in mostra. E non sembrava essersi montato la testa come tutti gli altri. Più si sale nella gerarchia, più bisogna indossare gli stivali da cowboy. È stato proprio questo a rovinare Gianni. Kevin è rispettato e apprezzato perché è discreto e affidabile”. Fu proprio un rigido codice di condotta personale a spingerlo alle dimissioni nel momento in cui vennero alla luce le accuse contro Platini, legate al presunto pagamento di due milioni di franchi svizzeri ricevuto da Sepp Blatter. “La questione non era se fosse legittimo o meno, ma il fatto che non ne fosse stato informato”, spiega Gaillard. “È un uomo di principi. Ma ci vuole coraggio per lasciare tutto a 35 anni”. La sua reputazione di uomo diplomatico, capace di mantenere equilibrio anche nei momenti di maggiore tensione, sembra essere universalmente riconosciuta: nessuno, tra chi lo ha conosciuto, è riuscito a fornire un giudizio negativo sul suo conto. Nel 2024, dopo un lungo corteggiamento, Lamour fece infine ritorno alla FIFA. Rispondeva direttamente a Grafström, operando allo stesso livello di Arsène Wenger e Jill Ellis per lo sviluppo, di Romy Gai per le questioni commerciali, e di Heimo Schirgi per l’organizzazione dei Mondiali. Tra le sue priorità dichiarate: ricucire i rapporti con i sindacati dei calciatori, le leghe europee e, soprattutto, la UEFA – nel tentativo di ricomporre una frattura storica tra due istituzioni da sempre rivali, assicurandosi ad esempio che l’organo di governo europeo non venisse a conoscenza di nuovi progetti FIFA dalla stampa, come purtroppo era già accaduto in passato. Proprio quell’ennesimo fallimento nella comunicazione tra le due federazioni sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per Lamour, spingendolo a esporsi pubblicamente contro Infantino, consapevole dei rischi che questo comportava.
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