Dieci (ottime) cose da fare prima di morire
Lo scrittore ternano Andrea Giuli alla ricerca della verità sul senso della vita e della morte in venti racconti che ne esplorano il senso tra sperimentazione linguistica, introspezione e ironia.
di Anna Maria Rengo

Un “prosare poetico”, così il suo autore ama definirne la scrittura, che cattura immediatamente l’attenzione e la mantiene viva per 163 pagine. Ma al di là della forma perfetta e ricercata, al di là dei colti e arguti neologismi, “Quel che c’è da fare prima di morire – Venti apologhi moderni sulla (non) verità” lascia un segno profondo nel lettore per il taglio originale, disincantato, divertito e ondeggiante tra ottimismo e disperazione, con cui si scandagliano i grandi temi dell’esistenza: l’amore, l’erotismo, l’amicizia, la famiglia, l’ambizione, la gioia, la solitudine, il potere, solo per citarne alcuni.
Alla ricerca, vana come già preannuncia il sottotitolo di questa raccolta di racconti edita da Robin Edizioni, di una verità che sembra talvolta alla portata di mano, altre un’utopia, ma che poi finisce sempre per svanire, al momento di cercare di capire il senso vero della vita e della morte. Senza per questo perdere il suo valore.
Una ricerca condotta da Andrea Giuli, giornalista professionista, saggista, poeta, già vice sindaco e assessore alla cultura del Comune di Terni, e che in questo suo ultimo libro sperimenta accenti diversi ma unitari e complementari. Tutti i racconti hanno la stessa lunghezza, tutti iniziano con un accenno diretto alla verità, prima di calarsi in paesaggi veri o immaginari che si popolano di protagonisti che molto spesso paiono proprio l’alter ego di Andrea, osservatore pensoso della realtà al punto tale, talvolta, di dimenticare di essere egli stesso attore.
Ma quanto c’è di te e del tuo vissuto, Andrea, in questi racconti?
“Non si può prescindere, nello scrivere un’opera letteraria in versi o in prosa, dal proprio vissuto e dalla propria storia esistenziale e sentimentale. Impossibile non attingere anche dalla propria esperienza e dalle proprie letture. È così per ogni autore della letteratura di tutti i tempi. Chi dovesse sostenere il contrario mente sapendo di mentire. La letteratura totalmente impersonale non esiste.”
Cos'è per te scrivere: un piacere, una necessità o cos'altro?
“Una necessità, una gioia, uno scavo dentro di me e dentro il mondo che mi circonda, una schermaglia continua con le possibilità del linguaggio. In fin dei conti una modalità di comunicazione con l’altrove che è più vicino a noi di quanto si pensi. Ma soprattutto, la scrittura è esercizio, disciplina, cercando di cogliere ciò che è dietro le cose. Un disperato atto d'amore.”
Come mai hai scelto proprio il racconto "Quel che c'è da fare prima di morire" per dare il titolo alla raccolta?
“Sarò sincero, c’era qualche altra opzione, ma alla fine mi sembrava un bel titolo, intrigante. Al di là del racconto, è quello che probabilmente evoca con maggiore efficacia il clima generale del libro. Il titolo più ammiccante verso il lettore.”
Dopo avere ammiccato al lettore, non lasciamolo però con la curiosità di sapere cosa ci sia da fare prima di morire. O meglio, diamogli almeno un paio di spunti attinti dal decalogo che l’Andrea fittizio, protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, appunta su “un foglio bianco rubato alla stampante”. “Ricordarsi di avere amato qualcuno perdutamente, più che convincersi di aver ricevuto lo stesso, esatto amore”, ma anche proiettarsi verso il futuro: “Progettare un viaggio, un coito, una cena, un orto e avere sufficiente cura di sé stessi. Qualcosa di buono uscirà fuori, magari solo il progetto”, è la previsione del doppio Andrea, quello finto e quello vero.

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