Ernaux: filosofia e letteratura a confronto
Riccardo Panattoni e Rocco Ronchi curano un nuovo volume di saggi sull’autrice francese vincitrice del Premio Nobel, evidenziando la peculiarità della sua scrittura autobiografica e il legame con la fotografia.
Premio Nobel per la letteratura nel 2022, sulla scrittrice francese Annie Ernaux sono tanti i saggi e le letture critiche che sono state scritti, anche in Italia. Il volume “Ernaux:”, curato da Riccardo Panattoni e Rocco Ronchi ed edito da Mimeris, offre ulteriori spunti di riflessione sulla sua scrittura, certamente autobiografica ma in cui il soggetto che scrive e il soggetto vissuto coincidono nel nome proprio dell’autrice, senza mai risolversi in un’identità stabile né in un racconto puramente personale.
Preziosi spunti offerti da otto studiose e studiosi, filosofe e filosofi accademici, attraverso saggi raccolti nel volume attraversano l’intera opera di Ernaux, da Memoria di ragazza a Gli anni, da Una donna a L’altra figlia, con un filo rosso dedicato al rapporto tra scrittura e fotografia.
Ma cosa rende la scrittura della Ernaux così importante e, allo stesso tempo, oggetto di così numerose analisi? Lo chiediamo a Rocco Ronchi, uno dei due curatori del volume.
“La sua secchezza, il suo carattere ‘drastico’, come se la scrittura autobiografica di Ernaux fosse una fotografia della vita che ha avuto luogo, con il suo tratto di fatalità e di irrimediabilità. C’è una impersonalità feroce nella sua scrittura che non indugia mai nella metafora e nella ricerca del bello stile. Non vuole commuovere, sedurre, affascinare, ma colpire, vuole restituire il trauma che ogni vita vissuta è. L’autobiografia tende a divenire la decifrazione di una lingua sconosciuta alla stessa autrice.”
Qual è il contributo che questa raccolta di saggi dà alla conoscenza della Ernaux e attraverso quali chiavi di lettura analizzate la sua produzione letteraria?
“Ogni autore/autrice ha la sua chiave di lettura. Ad accomunare tutti gli interventi è però quanto espresso dagli strani due punti che seguono il nome nella titolazione di questo libro, come in tutti gli altri libri della collana (il primo si intitolava Kafka:). Con essi si invita a esplicitare, con una specie di “cioè”, il portato di pensiero che quel nome implica per chi scrive. Non sono dunque commenti o interpretazioni o, almeno, non sono solo questo, ma sperimentazioni concettuali condotte sul corpus scritto dell’opera di Ernaux. Ernaux è una scrittrice che convoca ad un esercizio di pensiero. Ciascuno/a lo svolgerà poi sulla base delle proprie competenze. È evidente che in molti degli articoli raccolti è presente un tratto psicoanalitico, orientato lacanianamente, ma questo si deve al fatto che per Ernaux quanto Lacan chiama Reale (intendendo con questo termine ciò che resiste al concetto) è il cuore della sua esperienza di scrittrice.”
La letteratura francese è scandita da grandissime protagoniste che indagano proprio sull’identità e l’emancipazione della figura femminile. Quali sono le circostanze che hanno reso la Francia un paese così fecondo sotto questo particolare punto di vista?
“Credo si debba all’importanza che ha avuto in Francia, nell’immediato dopoguerra, la stagione dell’esistenzialismo. Si pensi ad una figura come quella di Simone de Beauvoir. L’esistenzialismo, richiamandosi alla fenomenologia husserliana, aveva affermato il primato del mondo vissuto sul mondo obiettivo, quello descritto asetticamente dalle scienze. Il vissuto era una chiave d’accesso all’esperienza concreta, quella che precede e fonda le analisi dell’intelletto. Il problema della soggettività diventava centrale e con esso quello della ‘condizione femminile’. Ma anche prima dell’esistenzialismo, già nella stagione dominata dal bergsonismo, filosofia e letteratura avevano visto in Francia la presenza massiccia di donne. I misogini attribuivano alla ‘moda’ il fatto che le lezioni di Bergson al Collège de France fossero frequentate massicciamente da signora eleganti ma ciò si doveva al fatto che uno dei grandi temi del pensiero francese era la ‘vita’, la ‘durata creatrice’, una nuova idea di soggettività che scalzava il primato, tutto maschile, della coscienza cartesiana. Le donne erano delle interlocutrici reali del bergsonismo. Come non ricordare, infine, il contributo dato da Simone Weil all’elaborazione di un nuovo pensiero?”
Che senso e significato dà la Ernaux alla scrittura autobiografica?
“Come dicevo, è una incessante opera di decifrazione della propria vita, che muove dal presupposto che mentre si vive la vita è opaca. Per capire chi siamo veramente stati occorre allora passare attraverso l’esercizio della memoria. Grazie ad essa cominciamo a vedere chiaramente chi siamo. Ernaux non amava particolarmente Proust, il cui stile di scrittura è mille miglia lontano da quello di Ernaux, ma l’idea che l’autobiografia sia una autocoscienza a scoppio ritardato è molto proustiana.”
Qual è nella Ernaux il rapporto tra scrittura e fotografia, e quello tra scrittura e filosofia?
“In ultima analisi per Ernaux scrittura e fotografia sono la stessa cosa. Entrambe trattano la medesima estraneità, la stessa alienazione. È il famoso punctum di cui parlava Roland Barthes nel suo celeberrimo saggio sulla fotografia, quella ‘fitta’ che fa sentire sulla superficie della foto o sulla superficie del testo la presenza del Reale, vale a dire di qualcosa che non si lascia assimilare, che non si metabolizza in concetto o sistema. A considerare bene la cosa, la filosofia si genera a partire dallo stesso ‘punctum’. La filosofia non è forse, in prima battuta, una ‘problematizzazione dell’ovvio’? Non è forse l’esperienza traumatica del non-sapere e dell’insufficienza di qualsiasi sapere precostituito? Il filosofo ha a che fare con un Reale intrattabile, il medesimo che nella fotografia ‘riuscita’ fa segno di sé, disastrando l’immagine oleografica tipica della cattiva fotografia.”
La Ernaux si allontana dalle categorie tradizionali della letteratura. Al di là delle sue scelte, lei ritiene che esse abbiano senso di esistere?
“Le ‘categorie della letteratura’ sono qualcosa di dato solo nell’ambito degli studi sulla letteratura. Chi crea con la parola lo fa indubbiamente all’interno di un orizzonte dato e deve farci i conti. Se vuole essere riconosciuto, sa infatti che il suo atto di scrittura sarà rubricato in questa o quella categoria. Ma dove c’è vera creazione, c’è, con essa, l’invenzione di una nuova categoria, specifica di quell’atto di creazione. Ogni poeta crea insomma la propria tradizione. Eliot e Borges lo hanno detto magnificamente: il poeta crea il proprio precursore, ogni opera d’arte se è vera opera d’arte revisiona il canone cui appartiene.”
IL CURATORE
Il filosofo Rocco Ronchi si è laureato a Bologna e ha conseguito il dottorato presso l'Università Statale di Milano sotto la guida di Carlo Sini, di cui è stato allievo. È attualmente professore ordinario di filosofia teoretica presso l'Università degli Studi dell'Aquila e docente di filosofia presso l'Irpa. Tiene corsi in varie università, italiane e straniere, e collabora con diversi centri di ricerca.
Ronchi è uno degli ospiti della X edizione di Kum! Festival, manifestazione che ha la direzione di Massimo Recalcati e il coordinamento scientifico di Federico Leoni. Kum! si tiene dal 23 al 25 ottobre a Perugia. Il tema di quest'anno è "La tentazione della violenza".
Rocco Ronchi interverrà venerdì 23 ottobre alle 18.45 presso il Teatro del Pavone, con l'evento dal titolo: “Benito Mussolini. L’illusione, sola realtà”.


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