Autore: AGENZIA DIRE
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15 maggio 2026
Lo psicologo subacqueo Harald Ege: "Non è stato l'ossigeno tossico. Ansia, respiro e narcosi d'azoto possono essere fatali" MILANO – Cinque sub italiani morti alle Maldive , durante un’immersione che secondo le prime ricostruzioni li avrebbe portati in grotta, a circa 50 metri di profondità. Mentre si cercano ancora risposte ufficiali sulla dinamica della tragedia, Harald Ege, psicologo e istruttore di psicologia subacquea PADI, invita a guardare oltre l’ipotesi della tossicità dell’ossigeno, circolata nelle ore successive all’incidente. PADI è l’acronimo di Professional Association of Diving Instructors, una delle organizzazioni internazionali più note per la formazione subacquea. Rilascia brevetti a sub e istruttori, dai livelli base a quelli professionali. Per Ege, la chiave della tragedia potrebbe essere un’altra: narcosi d’azoto, respirazione superficiale, stress, paura, gestione mentale. E soprattutto il mancato rispetto dei limiti di sicurezza. “Alle Maldive non si può scendere sotto i 30 metri. Mi chiedo cosa facessero a 50 metri”, dice alla Dire. Anche perché, aggiunge, “3 incidenti su 4 sott’acqua avvengono per cause umane”. Professor Ege, che idea si è fatto della tragedia alle Maldive? “Ho letto l’ipotesi della tossicità dell’ossigeno, ma scientificamente per me è una grande stupidaggine. Certamente non è tossicità dell’ossigeno. L’ossigeno diventa tossico da 1,6 bar di pressione parziale. A 60 metri, dove sarebbero stati trovati i corpi, la pressione parziale dell’ossigeno è circa 1,47 bar. Quindi non è assolutamente tossico”. Quindi esclude che la causa possa essere stata l’iperossia? “Per come è stata raccontata, sì. Dire che la tossicità viene per l’esposizione lunga all’ossigeno sotto pressione non basta. Se prima non era tossico, non diventa tossico così. Negli anni Sessanta Cousteau, con l’esperimento Precontinent II, lasciò dei subacquei per vari giorni sott’acqua in strutture sommerse: respiravano a pressioni elevate rispetto alla superficie e non ebbero tossicità. Il punto centrale resta la pressione parziale dell’ossigeno”. Quale potrebbe essere allora una spiegazione più plausibile? “Per me, come spesso accade negli incidenti subacquei, entrano in gioco fattori psicologici. In questo caso penso alla narcosi d’azoto. Tutti guardano alla narcosi d’azoto solo come fenomeno fisiologico, ma c’è anche una forte componente psicologica. Se il respiro non è profondo, se non si scambia bene l’aria nei polmoni, si accumulano gas. A quelle profondità basta poco”. Sta dicendo che ansia o agitazione possono avere avuto un ruolo? “Esatto. Se respiri in modo superficiale, a 50 metri puoi andare rapidamente incontro alla narcosi d’azoto. Questo spiegherebbe anche perché siano stati colpiti tutti e cinque. Se fosse stato un attacco di panico individuale, avrebbe riguardato una persona. Qui invece parliamo di un gruppo”. Uno dei punti più delicati riguarda la profondità. Che limite esiste alle Maldive? “Alle Maldive c’è una legge che vieta di andare sotto i 30 metri. È una norma maldiviana. Per questo mi chiedo cosa facessero a 50 metri. Per andare così profondi servono addestramento ed equipaggiamento tecnico. I turisti normalmente non hanno attrezzature per quel tipo di profondità”. Nel gruppo, secondo le prime informazioni, c’erano anche due istruttori. Questo non cambia il quadro? “La presenza di un istruttore non basta. Anche un istruttore è legato ai limiti del proprio brevetto. Se non ha un brevetto tecnico supplementare, non può andare a 50 metri. È come avere la patente della macchina: non puoi guidare un camion solo perché sai guidare un’auto”. Qual è il limite della subacquea sportiva? “La massima profondità per i brevetti sportivi è 40 metri. Se vuoi andare più giù, servono brevetti tecnici. Io, per esempio, ho un brevetto tecnico per andare a 55 metri. In teoria potrei andarci. Ma a 55 metri non entro in una grotta, perché così mi allontano ancora di più dalla superficie”. Perché l’ingresso in grotta cambia così tanto il rischio? “Perché in grotta non puoi risalire direttamente. Il limite di profondità va considerato come distanza dalla superficie. Se hai un brevetto per 30 metri e sei a 20 metri, puoi entrare in una grotta al massimo per altri 10 metri. Ma se sei già a 30 metri, non puoi entrare. Se vai a 50 metri e in più entri in grotta, superi le capacità previste. È un suicidio”. Lei insiste molto sulla psicologia subacquea. Perché è così centrale? “Perché 3 incidenti su 4 sott’acqua avvengono per cause umane. La maggioranza degli incidenti succede per ansia, panico, paura, fobie. Sono fattori mentali. Anche la narcosi d’azoto viene trattata quasi sempre solo come problema fisico, ma non è così. Esiste una ricerca della marina militare americana degli anni Sessanta che ha dimostrato una forte componente psicologica. Ma questa parte viene ignorata”. Secondo lei il settore sottovaluta questo aspetto? “Completamente. Tutti vogliono prendere turisti, fare immersioni, lavorare. Ma pochi vogliono investire sulla sicurezza. Io lo dico da anni: servono corsi di psicologia subacquea, perché la gente deve essere più sicura sott’acqua. La sicurezza non è solo attrezzatura. È anche mente”. Lei sostiene di aver segnalato il problema prima di questa tragedia? “Sì. A febbraio, durante l’Eudi Show di Bologna, ho fatto notare la pericolosità della situazione a una responsabile legata a quell’operatore. In gennaio, in un altro diving, erano morti due inglesi. Ho detto: dovete investire sulla sicurezza, dovete fare corsi di psicologia subacquea. Mi è stato detto che mi avrebbero richiamato, ma non è successo nulla”. Dove vede il nodo delle responsabilità? “Prima di tutto nel rispetto dei limiti. Se alle Maldive non puoi scendere sotto i 30 metri, non devi scendere sotto i 30 metri. Poi bisogna verificare brevetti, addestramento, attrezzature, capacità reali delle persone. E bisogna considerare lo stato mentale dei subacquei. A quelle profondità non basta essere appassionati. Serve preparazione vera”. Qual è la lezione più importante che questa tragedia dovrebbe lasciare? “Che la subacquea non è solo tecnica. È anche psicologia. Se sei agitato, se hai paura, se respiri male, se perdi lucidità, sott’acqua tutto diventa pericoloso. La mente deve essere allenata come il corpo e come la tecnica. Altrimenti si continua a parlare di sicurezza solo dopo gli incidenti”. Leggi anche