Autore: FRV NEWS MAGAZINE A cura di Aristide Rinaldo
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4 ottobre 2026
Ci sono gol che non finiscono al fischio dell'arbitro. Restano nella memoria collettiva, pronti a riaccendersi non appena qualcuno pronuncia il nome di chi li ha segnati. Parma-Lazio, gennaio 1999: sul corner teso di Mihajlović, Roberto Mancini fa una finta a Benarrivo e colpisce il pallone di tacco, al volo. Una traiettoria impossibile che si spegne sotto l'incrocio dei pali. Un gesto così inatteso e perfetto che, per un istante, persino chi era allo stadio deve aver pensato di aver soltanto sognato. Poi c'è Alessandro Del Piero: la partenza da sinistra, il rientro sul destro e quel tiro a giro che ha ridefinito le leggi della fisica sportiva. Il pallone sale, sembra allontanarsi dalla porta e invece si accomoda, dolcemente, nell'incrocio opposto. Un marchio di fabbrica diventato così iconico da spingere generazioni di ragazzi a provarci e riprovarci nei campetti di periferia. E ancora Roberto Baggio, in quella notte magica contro la Cecoslovacchia ai Mondiali del 1990: una partenza da lontano, gli avversari saltati come birilli palla al piede e una cavalcata solitaria rimasta scolpita nella storia del calcio. Fino a Francesco Totti, capace di pietrificare San Siro e il portiere dell'Inter con un cucchiaio millimetrico dalla distanza. Giocate diverse, interpreti unici, ma un'unica identica firma: la pura fantasia. Il numero dieci, per antonomasia, era il fantasista. Quello che al pallone dava del tu; l'uomo in grado di inventare un corridoio cieco dove tutti gli altri vedevano soltanto un muro di avversari. Era colui che sapeva pennellare una punizione o far alzare in piedi uno stadio intero con una semplice finta di corpo. Prima di loro c'erano stati Sandro Mazzola, con la sua storica doppietta al Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni del 1964, e Gianni Rivera, che nella leggendaria semifinale contro la Germania firmò il gol del definitivo e immortale 4-3. E poi Giancarlo Antognoni, Giuseppe Giannini, fino ad arrivare ai già citati Mancini, Baggio, Del Piero e Totti. Epoche, maglie e caratteri differenti, uniti però da una medesima, elettrizzante sensazione: quando la palla arrivava a loro, tutto poteva ancora succedere. Oggi il calcio corre a un'altra velocità. È uno sport decisamente più fisico, iper-organizzato, studiato nei minimi dettagli. Sul tavolo dei tecnici si misurano i chilometri percorsi, l'intensità del pressing, le percentuali di passaggi riusciti, le posizioni medie in campo e gli expected goals. Dati utili, senza dubbio, e fondamentali per il professionismo moderno. Ma i numeri, per loro natura, non possono restituire l'attesa. Non sanno spiegare quel silenzio improvviso che avvolge lo stadio quando il fantasista alza la testa, quel respiro trattenuto un attimo prima della giocata, o la meraviglia primordiale di un pallone che finisce esattamente dove nessuno, tranne lui, avrebbe mai osato immaginare.