Il Brasile nei sogni, la Toscana nella realtà

Anna Maria Rengo • 31 marzo 2026

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Una nuova avventura per Leone Serafini, l’ex avvocato creato dalla penna di Wladimiro Borchi che ancora una volta, in “Meglio un morto in casa” è alle prese con una vicenda dalle mille sfaccettature e dove l’ironia non manca mai.


Tornare in Brasile o restare a Firenze per aprire, finalmente, l’agenzia di investigazioni di cui parla da tempo con la sua amica Amanda?

“Meglio un morto in casa”, il nuovo libro di Wladimiro Borchi (Fratelli Frilli Editori) parte esattamente da dove e come abbiamo lasciato il protagonista, l’ex avvocato Leone Serafini, in “Omicidio al lampredotto”: a Firenze, indeciso sul suo futuro. Ma la sua scelta dovrà attendere. Una telefonata inaspettata all’alba cambia infatti tutto e Leone, che mai si tira indietro quando si tratta di dare una mano ai suoi amici, si trova catapultato all’Abetone, in un b&b dove una donna è stata trovata morta e dove molto ci sarà da indagare, tra scheletri nell’armadio, alibi che si sgretolano e una vittima che sembra aver seminato rancori ovunque. Senza mai perdere quell’ironia e quella (finta) leggerezza che tanto l’hanno già fatto amare ai suoi lettori.


Non è la prima volta che nella mia rubrica mi occupo di libri gialli e, soprattutto, di scrittori che si cimentano in questo genere letterario. Wladimiro, qual è lo stato di salute del romanzo giallo in Italia, sia dal punto di vista degli scrittori che dei lettori?

“Il mondo del giallo è un ambiente del tutto particolare rispetto a qualsiasi altro ambito letterario. Tra giallisti ci si incontra alle fiere, nelle giurie dei premi, e quello che ho sempre riscontrato è un clima sorprendentemente collaborativo: non ci sono invidie, anzi, chi è più avanti nel percorso aiuta chi è all’inizio, dà consigli, incoraggia.

A me è capitato, ad esempio, di entrare in pregiuria al Gran Giallo Città di Cattolica e di confrontarmi con autori del calibro di Massimo Carlotto o Carlo Lucarelli, che per noi sono dei punti di riferimento. Eppure, nonostante questo, il rapporto è sempre stato diretto, umano, aperto: ci si confronta, ci si chiede un parere, ci si scambiano idee senza alcuna barriera.

Lo stesso posso dire di molti altri autori: è un ambiente davvero generoso, in cui ci si legge, ci si sostiene e ci si aiuta a crescere. Questo spirito si riflette anche sui lettori: vedendo questo scambio continuo e autentico tra autori, si crea un circolo virtuoso che rafforza l’interesse verso il genere. È, sinceramente, un ambiente straordinario.”


Com’è nato il personaggio di Leone Serafini e quanto c’è di te in lui?

“Leone Serafini nasce in realtà da una fase precedente rispetto ai romanzi attuali. Intorno al 2020 avevo scritto alcune storie — oggi inedite — ambientate in Brasile, dove Leone era un avvocato fiorentino che aveva abbandonato tutto per vivere da disadattato. In una di queste storie aiutava una sua amica, Amanda, accusata dell’omicidio di un ex calciatore italiano.

Erano storie a cui tengo molto — qualcuno mi ha anche detto che sono tra le migliori che ho scritto — ma non hanno trovato spazio editoriale, probabilmente perché il mercato italiano predilige ambientazioni nazionali. A quel punto ho deciso di riportare Leone in Italia, e questa scelta si è rivelata vincente.

Quanto c’è di me in Leone? Sicuramente c’è una certa amarezza verso un sistema giudiziario che non sempre è all’altezza, c’è la disillusione verso alcune dinamiche di potere e, allo stesso tempo, la volontà di reagire con l’ironia. Leone è, in fondo, uno che non si adatta a un mondo che percepisce come storto, ma invece di arrendersi lo osserva e lo prende in giro. In questo senso, sì, è molto vicino a me.”


La tua attività professionale come avvocato ti aiuta, anche tecnicamente, nella scrittura?

“Assolutamente sì. Scrivere gialli ambientati in Italia richiede una conoscenza reale del sistema giudiziario, e purtroppo nei romanzi si trovano spesso errori anche grossolani, dovuti a una trasposizione automatica dei modelli americani.

In Italia, ad esempio, non esiste il ‘mandato’ come lo si intende nei film, né il poliziotto legge i diritti al momento dell’arresto. Eppure sono elementi che ricorrono spesso anche in opere pubblicate da grandi editori. Questo tipo di imprecisioni magari sfugge al lettore medio, ma per chi lavora nel settore è evidente.

Per questo consiglio sempre agli autori di affidarsi almeno a una consulenza giuridica: basta anche un confronto preliminare o una rilettura tecnica per evitare errori che possono compromettere la credibilità della storia. Il realismo, nel giallo, è una componente fondamentale.”


Nei tuoi romanzi l’ambientazione toscana è onnipresente e fortemente caratterizzante. Qual è il tuo legame con il territorio e che Toscana racconti?

“Mi è stato insegnato di scrivere ciò che si conosce, e io Firenze la conosco bene: ci sono nato, ci vivo. È naturale quindi che le mie storie si sviluppino qui o nei territori limitrofi.

‘Omicidio al lampredotto’ è interamente ambientato a Firenze, mentre ‘Meglio un morto in casa’ parte da Firenze e si sposta sull’Appennino, all’Abetone, che è un luogo molto legato all’immaginario dei fiorentini.

In realtà tutta la mia produzione, anche quella precedente, ruota intorno alla Toscana: dalle colline di Montemorello ai contesti più immaginari ma comunque ispirati a questo territorio. È una Toscana vissuta, concreta, non cartolina: fatta di persone, abitudini, luoghi reali.

Ho scritto anche storie ambientate altrove, come quelle brasiliane di Leone Serafini, ma per ora il cuore narrativo resta qui.”


La tua carriera letteraria spazia in diversi generi. C’è un filo conduttore, a parte ovviamente l’amore per la scrittura?

“Il filo conduttore è l’uomo. Mi interessa raccontare le emozioni: la paura, l’ansia, i segreti, le fragilità. Anche il pericolo, quello che si nasconde nelle situazioni più normali.

Il genere è secondario: che sia giallo, thriller psicologico o realismo magico, quello che cerco è sempre l’emozione. Scrivo per emozionarmi e per emozionare. Se quello che ho scritto non mi coinvolge, difficilmente potrà coinvolgere qualcun altro.

È chiaro che il giallo, anche grazie al rapporto con l’editore, è diventato il mio binario principale, ma non mi pongo limiti: se nasce un’idea diversa, la seguo. In questo momento, ad esempio, sto lavorando anche a un romanzo a quattro mani ambientato nell’antica Grecia, un’esperienza nuova e molto stimolante.”


L’AUTORE - Wladimiro Borchi (Firenze, 1973) è avvocato e scrittore.

Dalla sua esperienza professionale trae il tono ironico e lucido che caratterizza le indagini dell’ex avvocato Leone Serafini, protagonista dei suoi noir toscani.

Il suo Omicidio al lampredotto (Fratelli Frilli Editori, 2025) — nato dall’inedito Il sentiero di ghiaia — ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui la finale al Premio Alberto Tedeschi 2022 e il secondo posto al Giallo Festival 2024.

Con il racconto L’ultima volta che vidi Leone Serafini ha vinto il Premio NeRoma 2024 ed è stato selezionato per Il Giallo Mondadori.

Nel 2025 è tra gli autori dell’antologia Delitti in città (Il Giallo Mondadori Big).

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