Ippodromo Capannelle: Nuovo Galoppo Italia a confronto con il Masaf sulle prospettive del comparto romano

Nuovo Galoppo Italia Il Presidente Col. Giuseppe Satalia • 2 gennaio 2026

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Nella giornata odierna si è svolta, presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, una riunione di approfondimento negli uffici della Direzione Generale per l’Ippica, dedicata all’analisi della situazione del comparto ippico romano e, in particolare, alle prospettive future dell’Ippodromo di Roma – Capannelle.
 
All’incontro hanno preso parte, per l’Amministrazione, la Dott.ssa Ludovica Iarussi, Direttore del DIPP II della Direzione Generale per l’Ippica, e la Dott.ssa Barbara Catizzone, dirigente del medesimo Dipartimento. 
Per Nuovo Galoppo Italia erano presenti il Presidente Col. Giuseppe Salaria e il Consulente Marco Oppo.
 
Il confronto, lungo e articolato, ha consentito di esaminare in modo approfondito le principali criticità che interessano il sistema ippico romano, con particolare riferimento alla programmazione delle corse, alla riduzione delle giornate e agli effetti prodotti sul ruolo nazionale e internazionale dell’Ippodromo di Roma.
 
Nel corso della riunione, in assenza del Direttore Generale, gli uffici del Ministero presenti hanno ascoltato le istanze rappresentate, manifestando disponibilità a prenderle in considerazione e ad approfondire le tematiche emerse nell’ambito delle rispettive competenze, senza che ciò costituisca, allo stato, assunzione di impegni o determinazioni formali.
 
Nuovo Galoppo Italia ha rappresentato:
- la necessità di una revisione del taglio delle giornate di corse, ritenuto penalizzante per il comparto;
- l’opportunità di una ridistribuzione delle giornate sull’Ippodromo romano, prevedendo, una volta individuato il soggetto gestore, la possibilità di collocarle nei mesi di giugno ed eventualmente luglio, secondo modalità da concordare con la futura società di gestione;
- l’esigenza di una revisione del calendario internazionale, che a nostro avviso ha inciso negativamente sullo spessore e sulla credibilità internazionale dell’Ippodromo di Roma.
 
Tali questioni, per quanto ci riguarda, potranno essere oggetto di ulteriore approfondimento nell’ambito di un eventuale tavolo di crisi, la cui attivazione resta subordinata alle valutazioni dell’Amministrazione e alla definizione preliminare del soggetto gestore dell’impianto.
 
Nuovo Galoppo Italia comunica inoltre che, in questa fase, ha ritenuto opportuno sospendere temporaneamente qualsiasi iniziativa o manifestazione, in attesa di chiarire nei prossimi giorni il quadro gestionale dell’Ippodromo di Roma. Tale decisione è assunta autonomamente dall’Associazione e non è stata oggetto di specifico confronto o condivisione con il Ministero.
 
Nuovo Galoppo Italia continuerà a seguire con attenzione l’evolversi della situazione, mantenendo un atteggiamento responsabile e un confronto istituzionalmente corretto con le amministrazioni competenti.

 

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In occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate, le massime cariche dello Stato hanno reso omaggio al valore e all'impegno dei militari italiani, richiamando l'importanza delle sfide geopolitiche e tecnologiche attuali. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella , accompagnato dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha dato il via alle celebrazioni deponendo una corona di alloro all'Altare della Patria a Roma. In un messaggio ufficiale, il Capo dello Stato ha espresso profonda gratitudine per l'operato quotidiano delle Forze Armate, definendolo "prezioso per contrastare ogni intento esterno rivolto contro la comunità alla quale apparteniamo e per affermare il rispetto del diritto internazionale". Il Presidente Mattarella ha inoltre evidenziato la complessità del panorama della sicurezza contemporanea, sottolineando come ai conflitti tradizionali si affianchino oggi minacce emergenti quali la disinformazione diffusa, la competizione nello spazio, la dimensione cibernetica e l'uso pervasivo dell'intelligenza artificiale. "È uno scenario che richiede profonda capacità di rinnovamento" ha dichiarato il Presidente, esortando a una rapida integrazione delle nuove tecnologie per garantire risposte concrete alle sfide future. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni , ha voluto dedicare un pensiero solenne ai militari caduti, con una menzione particolare per il contingente in Bosnia: "Il 4 novembre è il giorno in cui l'Italia rende onore alla sua storia, alla sua Unità e a tutti coloro che hanno scelto di servire la Patria, anche a costo della propria vita". Le celebrazioni della giornata proseguono nella Capitale con l'apertura al pubblico degli stand espositivi di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza allestiti al Circo Massimo, oltre all'iniziativa dei musei statali gratuiti su tutto il territorio nazionale.
Autore: Redazione • 4 novembre 2026
Massima attenzione da parte delle istituzioni, ma nessun allarme sul fronte della sicurezza informatica nazionale. È quanto emerso al termine della riunione presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, insieme al Ministro Francesco Lollobrigida, alla quale hanno preso parte i vertici dei Servizi di informazione e dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). I punti chiave emersi dall'incontro istituzionale: Impatto contenuto: Gli attacchi cyber registrati sul territorio italiano hanno mostrato un'efficacia estremamente limitata. Nessun rischio sanitario: Le autorità smentiscono categoricamente l'esistenza di rischi per la salute dei cittadini legati a possibili fenomeni di scongelamento o anomalie nei sistemi di conservazione. Monitoraggio preventivo: L'ACN continua a notificare tempestivamente ogni potenziale anomalia ai Carabinieri dei NAS per consentire interventi immediati a tutela della collettività. Tavoli di confronto: L'Agenzia ha già avviato una serie di incontri con i rappresentanti delle categorie produttive interessate e con gli amministratori dei principali operatori del settore. "Non sussiste quindi alcun allarme – sottolinea la nota di Palazzo Chigi – ma permane la massima attenzione da parte di tutti i soggetti istituzionali competenti", confermando la piena reattività della rete di difesa cibernetica dello Stato.
Autore: AGENZIA DIRE ORE: 14,35 • 4 novembre 2026
Il celebre regista aveva 93 anni ed era ricoverato da maggio per problemi di salute. Tra i suoi film icone 'La chaive', 'Monella' e 'Così fan tutte' ROMA – È morto Tinto Brass, all’anagrafe Giovanni Brass : nato il 26 marzo 1933, è stato il principale maestro del cinema erotico italiano . Oltre che regista era sceneggiatore, montatore e scrittore italiano, figura di spicco della cinematografia nazionale e internazionale. Aveva 93 anni . Era stato ricoverato d’urgenza in ospedale nel maggio del 2026 a causa di una grave infezione sistemica: nei mesi precedenti il ricovero in ospedale, il regista era rimasto bloccato nella propria abitazione a Isola Farnese a causa di una frana che aveva isolato il borgo. La notizia della morte è stata confermata dalla moglie Caterina Varzi e dai figli Bonifacio e Beatrice. Nel suo lavoro di regista, Tinto Brass ha sempre avuto una cura meticolosa per il montaggio , la fotografia e la scenografia. Ha celebrato il corpo femminile in modo gioioso e anche scherzoso, puntando ad una sensualità aperta e solare, sempre priva di sensi di colpa e in polemica con l’ipocrisia morale. A Brass piaceva comparire nei suoi film in piccoli e brevi camei, cosa che ha fatto spesso. Nato a Milano, cresce a Venezia in una famiglia legata all’arte e al diritto. Il nonno era il pittore Italico Brass (da cui derivò il soprannome “Tintoretto”, poi abbreviato in “Tinto”), mentre il padre Alessandro era un affermato avvocato. Tinto Brass si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Ferrara nel 1957. Appassionato di cinema, si è poi trasferito a Parigi dove lavora come archivista e montatore alla Cinémathèque Française, entrando in contatto con gli ambienti della nascente Nouvelle Vague. Tornato in Italia, ha lavorato come aiuto regista per grandi maestri del calibro di Roberto Rossellini, Alberto Cavalcanti e Joris Ivens. Agli esordi, Tinto Brass si distingue per uno stile anticonformista, anarchico e incline alla sperimentazione formale. La ‘svolta’ erotica è arrivata a partire dalla metà degli anni ’70, quando la sua poetica mette al centro il tema del sesso, del voyeurismo e della liberazione dai tabù borghesi . Negli anni ’90 e 2000, poi, Brass accentua il tono giocoso, spensierato e provocatorio della propria narrazione.
Autore: Anna Maria Rengo • 4 novembre 2026
Alfredo De Matteo esamina nel suo saggio delicate questioni sulla vita delle persone, cercando una “nuova antropologia” che sintetizzi morale e scienza. Un libro che non può lasciare indifferenti e nel quale morale e scienza si interrogano, si scontrano, cercano di giungere a sintesi. Stiamo parlando di “L’inganno della morte cerebrale – trapianti, eutanasia e una nuova antropologia” (edizioni Maniero del Mirto) nel quale l’autore, Alfredo De Matteo, affronta temi spinosi e controversi, dietro i quali ci sono sempre storie di dolore e speranza, in un intreccio che è difficile sciogliere e dove il confine tra giusto e ingiusto è sfocato e a volte pare irraggiungibile. Già dal titolo il suo libro lancia un messaggio forte, definendo “inganno” la morte cerebrale. Che cosa intende e con quali argomentazioni sostiene sia tale? “L’inganno consiste, a mio avviso, nell’aver trasformato una definizione convenzionale della morte in un dato apparentemente indiscutibile, facendo coincidere la perdita irreversibile di determinate funzioni encefaliche con la morte dell’intero essere umano. Nel libro parto da una constatazione molto semplice: il soggetto dichiarato cerebralmente morto presenta caratteristiche difficilmente conciliabili con ciò che, nell’esperienza umana, abbiamo sempre chiamato cadavere. Il cuore continua a battere spontaneamente, il sangue circola, persistono metabolismo, funzioni endocrine e immunitarie, le ferite possono cicatrizzare e sono documentati persino casi di donne dichiarate cerebralmente morte nelle quali la gravidanza è proseguita per settimane o mesi. Non siamo dunque di fronte a un organismo biologicamente morto, ma a un organismo gravemente compromesso nel quale alcune funzioni risultano assenti e tale assenza viene considerata irreversibile. Tuttavia, ciò che viene rilevato nel momento dell’accertamento è solo l’assenza di determinate funzioni, non la loro irreversibilità. In sostanza, la non-funzionalità non coincide necessariamente con l’irreversibilità e l’assenza di risposta non è di per sé prova di morte. C’è poi un secondo elemento che considero decisivo: se la morte cerebrale fosse semplicemente la constatazione scientifica di un fatto naturale, ci aspetteremmo criteri sostanzialmente universali per riconoscerla. Invece i protocolli differiscono fra i diversi Paesi: esami ritenuti indispensabili in un ordinamento non lo sono in un altro. Si arriva così al paradosso per cui la stessa condizione biologica può essere valutata attraverso criteri differenti a seconda del luogo in cui si trova il paziente. Ma la morte dovrebbe trovarsi nell’uomo, non nel protocollo utilizzato per dichiararla. Il libro ricostruisce inoltre la genesi storica del criterio. Il lettore potrà constatare che la morte cerebrale non nasce dalla scoperta di un nuovo segno biologico della morte, ma dall’esigenza, emersa con la rianimazione moderna, di ridefinire il confine tra vita e morte in una situazione completamente nuova. In questo processo la possibilità di disporre di organi ancora perfusi per i trapianti ha avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Infatti, gli organi vitali devono essere prelevati da un organismo nel quale circolazione, ossigenazione e metabolismo siano ancora sufficientemente conservati. In altri termini, il cosiddetto donatore deve essere ancora vivo. Ma l’aspetto più importante, e al quale è dedicata buona parte del libro, è antropologico. Con la morte cerebrale abbiamo attribuito ad alcune funzioni, in particolare quelle cerebrali, il potere di stabilire se quell’uomo esista ancora come vivente. È un cambiamento enorme, perché introduce una concezione funzionalista della persona: non conta più soltanto ciò che l’uomo è, ma ciò che è ancora capace di fare. È questo, in definitiva, l’inganno al quale allude il titolo: aver presentato come un'acquisizione scientifica ciò che costituisce invece una precisa scelta filosofica e antropologica. Per secoli la medicina ha riconosciuto la morte attraverso i segni della dissoluzione dell’organismo; con il criterio neurologico non ci si limita più a constatare la morte, ma si stabilisce quali funzioni debbano essere perdute affinché un essere umano possa essere considerato morto.” La dichiarazione di morte cerebrale è riconosciuta dalla comunità scientifica dal 1968 ed è alla base dell’autorizzazione al trapianto di organi. Lei ritiene che si dovrebbe cambiare la legge del 1993 che regolamenta i trapianti e in che modo, nel caso, si potrebbero tutelare quei malati che proprio nella possibilità di un trapianto ripongono le loro probabilità di sopravvivenza e di guarigione? “Occorre innanzitutto precisare che la legge 578 del 1993 non regolamenta propriamente i trapianti, ma l’accertamento e la certificazione della morte, stabilendo che essa ‘si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo’. La disciplina dei prelievi e dei trapianti è contenuta invece nella legge 91 del 1999, che non a caso richiama espressamente la legge del 1993. Detto questo, a mio avviso il problema è alla radice e precede la disciplina dei trapianti: consiste nell’aver assunto come morte dell’essere umano una condizione che non coincide con la morte biologica dell’organismo e la cui irreversibilità, come dicevo prima, rappresenta solamente un giudizio prognostico. È nel 1968, in effetti, che prende forma il criterio della morte cerebrale, ma il fatto che esso sia stato progressivamente accolto dalla comunità medico-scientifica non dimostra di per sé che corrisponda a una realtà biologica. La questione che pongo nel libro è proprio questa: il criterio della morte cerebrale è il risultato di una scoperta scientifica oppure è la risposta a precise esigenze che si sono affermate con la rianimazione e con la medicina dei trapianti? Se si ritiene, come sostengo nel libro, che l’equivalenza tra la perdita delle funzioni cerebrali e la morte dell’individuo sia scientificamente e antropologicamente infondata, allora è evidente che la legge dovrebbe essere radicalmente ripensata. Non si tratterebbe semplicemente di modificare qualche parametro o di rendere più rigoroso il protocollo, perché sarebbe il presupposto stesso a dover essere rimesso in discussione. Comprendo naturalmente il dramma di chi attende un organo e ripone nel trapianto una possibilità di sopravvivenza. Ma è proprio a questo punto che emerge una questione morale che non può essere aggirata: il diritto alla cura di un malato non può trasformarsi nel diritto a disporre del corpo di un altro essere umano se non abbiamo la certezza che quest’ultimo sia realmente morto. Non possiamo tutelare il ricevente sacrificando la tutela dovuta al donatore. La domanda, allora, non può essere soltanto: come salviamo chi aspetta un organo? Dobbiamo porne anche un’altra, troppo spesso lasciata sullo sfondo: chi tutela il donatore? E ancora: chi tutela chi versa in stato di incoscienza? Del resto, anche la rappresentazione del trapianto come soluzione definitiva meriterebbe maggiore cautela. Il trapianto può prolungare la vita e, in determinate condizioni, migliorarne la qualità, ma non equivale normalmente a una guarigione nel senso comune del termine: il ricevente rimane un paziente che necessita di controlli continuativi e, nella maggior parte dei trapianti di organi solidi, di terapia immunosoppressiva prolungata, con i relativi rischi di infezioni, neoplasie, tossicità farmacologica, rigetto e altre complicanze. È necessario ristabilire un ordine e una gerarchia: la medicina ha il compito di salvare una vita, ma non può farlo provocando o anticipando la morte di un’altra. O meglio, può farlo, ma se lo fa finisce per rinnegare gli stessi presupposti su cui si fonda.” Al di là delle motivazioni con cui lei attacca il concetto di morte cerebrale, lei ritiene che donare gli organi sia giusto? “In realtà non credo sia possibile rispondere a questa domanda ‘al di là’ delle motivazioni con cui contesto la morte cerebrale, perché sono proprio quelle motivazioni a determinare il giudizio morale sulla pratica del prelievo degli organi. Il prelievo da un essere umano realmente morto pone questioni di natura diversa, che meriterebbero una riflessione specifica. Ma se, come sostengo nel libro, il soggetto dichiarato cerebralmente morto è ancora biologicamente vivo, ci troviamo di fronte a un problema radicalmente diverso: non stiamo più discutendo genericamente se sia giusto o meno donare gli organi, ma se sia lecito provocare la morte di un essere umano attraverso il prelievo dei suoi organi vitali. Per questo ritengo impossibile separare le due questioni: prima di domandarci se sia giusto donare gli organi dobbiamo stabilire se colui dal quale intendiamo prelevarli sia realmente morto.” Che cosa ne pensa invece della disposizione che vieta di fare conoscere il nominativo di chi ha donato un organo a chi invece lo riceve? “È una questione sulla quale preferisco non esprimere un giudizio, perché riguarda le modalità con cui viene regolata la pratica dei trapianti, mentre la mia critica si colloca a monte e investe il suo stesso presupposto quando il prelievo avviene dopo una dichiarazione di morte cerebrale. Discutere se sia opportuno o meno che il ricevente conosca l’identità del donatore significherebbe entrare nel merito del funzionamento di un sistema del quale contesto proprio il fondamento.” Nel suo libro trova spazio anche una riflessione sull’eutanasia. In che modo questo tema si collega alla morte cerebrale? “Il legame tra morte cerebrale ed eutanasia è più profondo di quanto possa apparire, perché entrambe rimandano alla stessa trasformazione antropologica: il passaggio da una concezione dell’essere umano fondata su ciò che egli è a una concezione nella quale assumono un peso decisivo le funzioni che è ancora in grado di esercitare. Con la morte cerebrale questo passaggio è particolarmente evidente. Con l’eutanasia il percorso è differente, ma il presupposto antropologico è molto simile: una vita segnata dalla perdita dell’autonomia, della coscienza, della capacità di relazione o da una grave sofferenza può arrivare a essere considerata non più meritevole di essere vissuta. In entrambi i casi, quindi, il problema precede la singola pratica e riguarda la domanda fondamentale: che cosa rende indisponibile la vita umana? Se la sua dignità dipende dal semplice fatto di esistere, la perdita di determinate capacità non modifica il valore della persona; se invece facciamo dipendere quel valore dalle funzioni, inevitabilmente introduciamo una soglia oltre la quale l’essere umano diventa sacrificabile. Nel libro richiamo, a questo proposito, casi emblematici come quelli di Eluana Englaro e Terri Schiavo. Nessuna delle due era cerebralmente morta, e proprio per questo quei casi sono significativi: erano organismi umani viventi, ma la perdita della coscienza e della capacità di relazione divenne determinante nel giudizio sulla prosecuzione della loro esistenza, fino alla sospensione della nutrizione e dell’idratazione. È la stessa logica funzionalista che vediamo all’opera nella morte cerebrale portata oltre il confine della rianimazione: quando alcune funzioni diventano la misura della persona, la loro perdita finisce per incidere sul valore attribuito alla sua stessa vita. La morte cerebrale ha rappresentato, da questo punto di vista, un passaggio storico decisivo, perché ha contribuito a trasformare anche il rapporto della medicina con la morte, che non è più un evento biologico da riconoscere, ma una condizione definita attraverso criteri e protocolli stabiliti a tavolino. Nell’eutanasia si compie un ulteriore passaggio: la morte non viene più soltanto definita, ma può essere programmata e provocata all’interno della stessa pratica medica. È questo il filo che cerco di seguire nel libro: morte cerebrale ed eutanasia sono pratiche differenti, ma affondano le loro radici nella medesima rivoluzione antropologica, che ha trasformato l’uomo, inteso come unità inscindibile di anima e corpo, in un insieme di funzioni biologiche e cognitive, dalla cui permanenza finisce per dipendere persino il suo diritto a continuare a vivere.” Qual è la sua posizione su questo delicatissimo tema e come giudica la posizione dell’Italia, particolarmente prudente rispetto ad altri Paesi anche vicini? “La mia posizione deriva direttamente da quanto dicevo prima: se la vita umana possiede un valore indisponibile che non dipende dalle condizioni nelle quali si trova la persona, ritengo che non possa esistere un diritto a provocarne deliberatamente la morte, neppure quando ciò venga presentato come risposta alla sofferenza. L’esperienza dei Paesi nei quali l’eutanasia è stata legalizzata da più tempo dovrebbe inoltre indurci a riflettere su un fenomeno che considero particolarmente significativo: una volta introdotta un’eccezione al principio dell’indisponibilità della vita, i confini tendono progressivamente ad allargarsi. È un po’ come praticare un piccolo foro in una diga: inizialmente si assicura che l’apertura resterà circoscritta e rigorosamente controllata, ma una volta incrinato il principio che teneva insieme la diga diventa sempre più difficile arrestare la fuoriuscita dell’acqua. Non si tratta soltanto di un’ipotesi teorica. In alcuni Paesi l’eutanasia, inizialmente pensata soprattutto in relazione a situazioni cliniche estreme, è arrivata a comprendere anche casi riguardanti minori e persone affette da patologie psichiatriche. Il punto che mi interessa non è fare una contabilità dei casi, ma osservare il meccanismo culturale che si mette in moto: una volta ammesso che in determinate circostanze provocare la morte possa costituire una risposta terapeutica alla sofferenza, la discussione inevitabilmente si sposta dalle ragioni per cui non si debba uccidere alle condizioni nelle quali sia invece consentito farlo. L’Italia conserva ancora maggiori resistenze rispetto ad altri Paesi europei e l’eutanasia propriamente detta non è stata legalizzata. Tuttavia anche nella nostra diga sono stati praticati alcuni fori. La sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale ha individuato, a determinate condizioni, un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio. I limiti esistono ancora e la stessa Corte li ha successivamente ribaditi, ma il principio secondo cui l’ordinamento debba sempre proteggere la vita anche della persona che chiede di morire non è più integro. In sostanza, le condizioni possono cambiare, i requisiti possono essere ampliati o ristretti e le procedure possono diventare più o meno rigorose, ma il passaggio fondamentale è già avvenuto quando si ammette per la prima volta che provocare o agevolare la morte di un essere umano possa, in determinate circostanze, entrare legittimamente nell’orizzonte della medicina e del diritto. Per questo sarei più cauto nel definire l’Italia come un Paese ‘prudente’: certamente esistono ancora degli argini, ma le crepe nella diga ci inducono a ritenere che prima o poi essa crollerà.” L’AUTORE - Alfredo De Matteo è nato a Roma nel 1968. Laureato in psicologia clinica, opera professionalmente nel settore turistico. Esperto di questioni bioetiche, ha collaborato con diverse agenzie di informazione cattolica. Attualmente scrive per la testata giornalistica Renovatio 21 ed è membro della Confederazione dei Triarii. Autore di oltre trecento pubblicazioni tra articoi e saggi, partecipa regolarmente come relatore a conferenze e dibattiti, con particolare riguardo ai temi dell'aborto e della morte cerebrale. Questo volume rappresenta la sua opera d'esordio.
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Il Presidente ha (ri)postato l'immagine su Truth, preannunciando una contrapposizione con il nuovo Congresso a guida Dem ROMA – Un cappellino rosso, come quelli resi celebri dallo slogan Make America Great Again, ma con la scritta “Veto”. Una scelta significativa quella del presidente Usa Donald Trump, che ha postato l’immagine su Truth Social dopo le elezioni di metà mandato che hanno tolto ai suoi repubblicani il controllo dei due rami del Congresso.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE • 4 novembre 2026
In occasione del 4 novembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio al Ministro della Difesa, Guido Crosetto, per celebrare la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate , sottolineando l'importanza di questa ricorrenza nell'anno dell'ottantesimo anniversario della scelta repubblicana da parte del popolo italiano. Nel testo diffuso dal sito ufficiale del Quirinale , il Capo dello Stato ha evidenziato come il giuramento di fedeltà delle Forze Armate si nutra dei principi della Costituzione. Questo patrimonio di valori ha l'obiettivo di unire la memoria storica del passato alla speranza per il futuro, affinché le atrocità delle guerre mondiali non si ripetano. Mattarella ha richiamato il coronamento del sogno risorgimentale di un'Italia unita, indipendente e libera, e il successivo cammino della lotta di Liberazione che ha garantito democrazia al Paese e un ruolo autorevole a livello internazionale basato su una politica di pace e cooperazione.  Il messaggio affronta l'attuale scenario internazionale, definendolo di particolare complessità. Il Presidente ha lodato l'impegno quotidiano dei militari italiani proiettati all'estero per salvaguardare la pace e presidiare le aree critiche per la sicurezza e la prosperità nazionale, nel pieno rispetto del diritto internazionale. Accanto ai conflitti tradizionali che insanguinano il mondo e l'Europa, Mattarella ha infine messo in guardia dalle nuove minacce nei domini emergenti, tra cui la disinformazione diffusa, la competizione nello spazio, la dimensione cibernetica e l'uso pervasivo dell'intelligenza artificiale e dei sistemi autonomi.
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