La forza del ricordo, il coraggio di opporsi
Torna su Amazon il libro di Pino Nazio su Giuseppe Di Matteo, il bambino vittima della mafia che lo rapì, uccise e sciolse nell’acido per indurre suo padre Santino a cessare di testimoniare in numerosi processi.

Amava i cavalli e le lunghe cavalcate al galoppo, aveva un cassetto di sogni tutti da realizzare, si era appena affacciato su una vita che avrebbe dovuto e potuto essere lunga e felice. Ma dopo 779 giorni di prigionia, era l’11 gennaio del 1996 e avrebbe compiuto quindici anni una settimana dopo, venne prima strangolato e poi sciolto nell’acido. Quel giorno di trent’anni fa si compì l’atroce destino di Giuseppe Di Matteo, figlio primogenito del pentito di mafia Santino, morto su “mandato” di Giovanni Brusca.
Un omicidio voluto dai corleonesi per indurre suo padre Santino a interrompere le sue deposizioni nei processi per mafia. Un omicidio che scosse l’opinione pubblica italiana, anche se purtroppo già “abituata” alle stragi di mafia, ma che rappresentò anche un momento di svolta, per quanto drammatico, nella percezione del fenomeno criminale persino da parte dei mafiosi stessi.
Nel trentesimo anniversario dell’omicidio del piccolo Giuseppe, è tornato alle stampe il romanzo-verità del giornalista e scrittore Pino Nazio: “Giuseppe Di Matteo, il bambino che sognava i cavalli” rieditato in questi giorni (Modem Edizioni) e disponibile su Amazon.
Un libro crudo, commosso e argomentato che si basa su una lunga serie di incontri con il pentito Santino Di Matteo, ma anche su colloqui con i magistrati che si sono occupati del caso, con gli avvocati che sono stati a contatto con gli assassini, su minuziose ricerche tra carte processuali che sembravano dimenticate e che oggi rivelano nuovi indizi per ricostruire quel periodo e fare luce su aspetti misteriosi degli attentati di Capaci e via D'Amelio.
“La vicenda di questo terribile omicidio si intreccia con gli anni atroci della morte di Falcone e Borsellino, il periodo in cui lo stato era in ginocchio. Ma dopo la morte di Giuseppe ci furono molti mafiosi che videro crollare definitivamente l’immagine di una mafia che aveva dei valori, che rispettava donne e bambini. Non era mai stato così e la morte di Giuseppe squarciò definitivamente il velo. I lunghi processi per la prigionia e la morte del piccolo Di Matteo hanno fatto condannare decine di mafiosi a centinaia di anni di carcere, assestando un durissimo colpo ai corleonesi, anche se alcuni di loro, scontata la pena, stanno lentamente tornando da uomini liberi nei paesi e nelle città della Sicilia. Ma la storia di Giuseppe è stata dirompente perché ha cancellato l’idea di una mafia che si tramandava di padre in figlio senza possibilità di infrangere una macabra tradizione. Oggi il fratello di Giuseppe, Nicola, ha interrotto un passato iniziato con il suo bisnonno ed è impegnato a testimoniare, dentro e fuori dalla Sicilia, le atrocità della mafia e la possibilità per tutti di seguire un destino diverso”, spiega Nazio.
Tu ha raccontato questa storia nel 2010 e l’ha rieditata ora. Che cosa è cambiato da allora, nel libro e nella lotta alla mafia e percezione della stessa da parte dell’opinione pubblica?
“È cambiato tantissimo. Quella mafia, quella dei corleonesi, controllava il traffico di droga, condizionava gli appalti, coltivava amicizie con la politica, la finanza, le istituzioni, corrompeva, uccideva, costringeva al silenzio. Una mafia che controllava centinaia di soldati, che disponeva di arsenali sofisticati. Oggi tutto questo non c’è più anche grazie alla ribellione delle persone, delle istituzioni e al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura. Andando in giro per la Sicilia mi sono reso conto che l’omertà non è più un fenomeno diffuso, soprattutto tra i giovani.”
Secondo te la mafia potrà essere definitivamente sconfitta e a quali condizioni?
“Una società muore quando non ha la forza e la voglia di ricordare, di ripercorrere la propria storia, di rileggere il ruolo di uomini come Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, La Torre e anche del piccolo Di Matteo. Ma ricordare a volte è scomodo, significa distinguere il bene dal male, trovare responsabilità, individuare colpevoli. La confusione o una memoria offuscata fanno comodo a chi gestisce il crimine e ai loro complici, anche se indossano colletti bianchi. Per estirpare definitivamente la mafia bisogna rompere i suoi intrecci con l’economia, la politica e una subcultura che ancora oggi condizionano una parte del nostro paese. Scriveva Falcone che si viene uccisi quando si rimane isolati: la mafia verrà sconfitta definitivamente quando nessuno verrà più lasciato solo.”
Ma anche se ricordare è spesso scomodo e doloroso, è fondamentale. A portare avanti il ricordo di Giuseppe penserà anche la società di produzione Twister film, che ha acquisito i diritti del libro e che ha ricevuto dalla Sicilia Film Commission un finanziamento per una docufiction sul bambino rapito e ucciso dai corleonesi, già in fase di realizzazione.

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