La sostenibilità come perimetro di potere

(chi decide cosa è “giusto” nel mercato globale)
Negli scaffali dei supermercati la sostenibilità si presenta oggi sotto forma di simboli rassicuranti. Tra questi, il marchio della rana della Rainforest Alliance è diventato uno dei più riconoscibili. Promette attenzione all’ambiente, rispetto dei lavoratori, tutela delle comunità locali. Ma come ogni certificazione globale, non va letta come una verità assoluta: va contestualizzata.
La Rainforest Alliance è una ONG internazionale, formalmente indipendente, che definisce standard di sostenibilità per filiere agricole complesse: caffè, cacao, tè, banane, palma da olio. Il suo obiettivo dichiarato non è cambiare i consumi, ma rendere meno distruttivo il modo in cui il mercato produce. È un punto decisivo: la sostenibilità certificata non è un’alternativa al sistema economico esistente, è una sua regolazione interna.
Qui nasce la prima ambiguità. Nel dibattito pubblico la sostenibilità viene spesso caricata di significati impropri: diete obbligate, nuovi alimenti, imposizioni culturali. In realtà, le certificazioni di filiera non dicono cosa dobbiamo mangiare, ma come viene prodotto ciò che mangiamo. Confondere questi piani alimenta paure e polarizzazioni, ma soprattutto sposta l’attenzione dal nodo vero.
Il nodo vero è il potere simbolico. Chi stabilisce cosa è “sostenibile”? Chi definisce gli standard? Chi ha le risorse per farli diventare globali?
In questo spazio si inserisce il ruolo della grande filantropia internazionale. Nel corso degli anni, alcuni progetti della Rainforest Alliance sono stati sostenuti economicamente da fondazioni private, tra cui la Bill & Melinda Gates Foundation, legata a Bill Gates. È un dato reale, documentato, ma spesso deformato nel racconto pubblico.
Finanziare non significa possedere. Sostenere un progetto non equivale a controllare un’organizzazione. Non esiste alcuna “proprietà” privata della Rainforest Alliance. Tuttavia, sarebbe ingenuo fermarsi alla formula giuridica. La questione non è il controllo diretto, ma l’orientamento delle priorità.
La filantropia contemporanea non governa, ma indirizza. Decide quali problemi meritano attenzione, quali soluzioni sono considerate legittime, quali linguaggi diventano dominanti. È un potere morbido, non coercitivo, ma estremamente efficace. Non impone: normalizza.
La sostenibilità certificata, allora, non è né una truffa né una salvezza. È un compromesso storico tra etica e mercato. Migliora alcune pratiche, ne lascia intatte altre. Riduce i danni, ma non mette in discussione il modello di crescita che li produce.
Per questo il consumatore non dovrebbe chiedersi se dietro la rana ci sia “qualcuno”, ma che idea di futuro quella rana rappresenta. Una transizione guidata dall’alto, tecnicamente corretta, socialmente gestibile, politicamente non conflittuale. Una sostenibilità che entra nel sistema senza romperlo.
Ed è qui che Il Perimetro si stringe.
Il problema non è scegliere da che parte stare, ma non delegare il pensiero critico ai simboli. La sostenibilità non è un atto di fede, è un campo di forze. Va attraversata con lucidità, sapendo che ogni standard è anche una visione del mondo.
Il vero rischio non è che qualcuno controlli la sostenibilità.
Il rischio è smettere di chiederci chi la definisce

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