Scienza e letteratura noir, un cammino parallelo
Ecco “Le storie senza eroi” di Alessandro Chiometti, quattordici racconti che sorprendono il lettore pagina dopo pagina e i cui protagonisti cercano, spesso a modo loro, una giustizia difficile da ottenere.
Quattordici racconti noir che scandagliano l’animo umano con uno stile inconfondibile, brillante e diretto. Riprendendo le parole della prefazione di Roberto Carboni, “bastano poche parole e siamo proiettati tra le spire di un tornado, un luogo in cui la ragione non può dominare il vigore della fantasia. E questo è proprio quel divertimento della lettura che, normalmente, chiamiamo sorpresa”.
Sono “Le storie senza eroi” (Isenzatregua edizioni) di Alessandro Chiometti, scrittore, attivista, pensatore e organizzatore di eventi letterari e culturali che in questa antologia si cimenta con la difficile arte del racconto, dando alla raccolta unitarietà ma anche diversità negli accenti, ambientazioni e tematiche narrate.
Alessandro, nei ringraziamenti alla tua raccolta di racconti narri alcuni aneddoti su di essi. Ma in quanto tempo sono stati scritti e poi raccolti?
“Buona parte in tempi recenti, al massimo due o tre anni prima dell'uscita del libro, qualcuno invece è rimasto nel cassetto un poco di più prima di trovare una casa editoriale. Il più recente è ‘Rane e scorpioni’; il più datato è ‘Conti separati’ che forse ha una decina di anni. Ci ho dovuto lavorare un po' per aggiornarlo ma l'argomento che fa da sfondo ai personaggi mi sembra sempre fin troppo attuale.”
Le tue sono davvero “Storie senza eroi”, con finali se non tragici, sorprendenti e che portano il lettore a rileggerli da capo, trovando quegli indizi che gli erano completamente sfuggiti. C’è ancora la possibilità di giustizia, coraggio e redenzione e dove semmai la si può trovare?
“La redenzione è per me un concetto totalmente estraneo così come il concetto di peccato. Ho la speranza che prima o poi qualcuno si accorga che la specie umana (scientificamente senza razze) ha bisogno di collaborazione ed empatia per superare i prossimi ‘colli di bottiglia’ evolutivi, anche se per questo c'è bisogno di un coraggio non individuale ma collettivo.
Tornando alle mie storie i miei personaggi spesso sono disillusi e cinici come chi li ha creati, però nonostante tutto cercano di fare la scelta migliore nel contesto in cui stanno vivendo, e anche questo è un po' quel che cerco di fare io nella vita. La giustizia, qui da noi, è difficile da ottenere e quindi spesso, per sentirsi in pari con il mondo, i miei personaggi hanno bisogno di forzare un po' la mano. Nella fiction potrebbe essere più facile, ma spesso i miei racconti sono verosimili, quindi difficilmente ottengono ‘giustizia’ in tutte le loro pretese. Bob Dylan diceva ‘Non puoi vincere quando hai una mano perdente’ e aveva ragione, però puoi sempre far saltare il tavolo per aria se ti accorgi che il gioco è truccato.”
C’è un racconto tra questi che si sta particolarmente a cuore e perché?
“C'è un patto fra me e le mie storie: quello di non rispondere mai a queste domande.
Mi dispiace ma, essendo (come continuo a definirmi) uno scribacchino per passione e non uno scrittore per mestiere quando scrivo una storia è perché sono convinto della sua importanza e che sia giusto raccontarla. Preferirne una rispetto all'altra sarebbe l'equivalente di un padre che sceglie fra i suoi figli.”
Ti sei mai ispirato a fatti di cronaca nei tuoi racconti e che cosa provi, quando di certi delitti e fatti leggi che sono successi davvero?
“Ovviamente la cronaca può essere una fonte di ispirazione ma non mi piace scrivere true crime, se ne parla già troppo... e spesso in modo ridondante e pretestuoso.
Tanto per dire, la leggenda vuole che ci siano almeno un migliaio di titoli pubblicati (e auto-pubblicati) da autori che conoscerebbero l'identità del Mostro di Firenze... o per lo meno ci tengono a far sapere a tutti la loro teoria, sempre definitiva, sull'argomento.
Per carità, far luce sui fatti eclatanti di cronaca è opera meritoria, penso ad esempio ai bellissimi lavori cinematografici di Mario Tullio Giordana o Stefano Sollima; oppure la bellissima e indimenticabile serie di Blu Notte condotta da Carlo Lucarelli sui misteri d'Italia. Però penso anche che in ambito editoriale se ne stia abusando un po' del true crime, specie su questioni che soffrono inevitabilmente di ‘recentismo’.
Su quel che provo leggendo la cronaca invece posso dire che odio il voyeurismo, quindi non mi va per nulla di leggere le descrizioni minuziose dei fatti efferati; descrizioni che pure hanno fatto la fortuna di tante trasmissioni e riviste di nera.
Amo l'horror e il thriller ma preferisco chi nella narrativa da spazio alla fantasia piuttosto che fossilizzarsi sulle ricostruzioni più o meno romanzate della cronaca nera.”
Da dove nasce la tua passione per la scrittura e come si concilia con il tuo lavoro come perito chimico?
“Nasce con me, nel senso che per quanto ricordi appena dopo aver sviluppato la passione per la lettura mi è venuta la voglia di inventare storie mie.
Non si concilia nel tempo, nel senso che ovviamente il tempo che posso dedicare alla scrittura è meno di quello che vorrei e lo devo dividere con tutte le altre mie passioni (libri, film, fotografia... avere anche una vita sociale) e quando non basta, ovvero quando c'è da chiudere qualche scadenza per concorsi e pubblicazioni, devo sottrarlo al sonno. Ma comunque ne vale sempre la pena chiudere la storia che avevo in mente.
Intellettualmente invece si concilia benissimo, il metodo scientifico è alla base di molte mie storie; penso a ‘Il mastino di Darwin’ (Dalia ed., 2017 - un horror sui vampiri che può vantare la postfazione di un divulgatore importante come Telmo Pievani) oppure, parlando di questi racconti, in ‘Mappe da pochi centesimi’ descrivo il ‘metodo Ponzi’ che è alla base di molte truffe finanziarie e in cui cadono ancora troppe persone.
Del resto,Italo Calvino e Primo Levi erano chimici. E se vogliamo dirla tutta è almeno dai tempi di Galileo che gli scienziati hanno dimostrato di essere bravini con la lingua italiana!”
In che modo, invece, questi tuoi racconti così disincantati e noir si conciliano, se si conciliano, con il tuo impegno nel riconoscimento dei diritti sociali e civili?
“Non mi sembra che le due attività siano in contrasto fra loro, del resto ogni autore a volte mette messaggi per far capire come la pensa su tanti temi. In questa particolare raccolta in ‘A che punto è la notte?’ penso di dir tutto su come la vedo nella questione eutanasia; del resto lo avevo già fatto in precedenza con ‘La scogliera’ (contenuto in ‘Frequenti Improbabilità’ ed. Tempesta, 2018).
In ‘Conti separati’ dico tutto quel che penso sulla politica in mano alle pratiche partitiche.
In ‘Fuori e dentro la Konka’ (Bertoni ed. 2025) affronto esplicitamente le assurdità del proibizionismo in vigore sulle ‘droghe’ in questo paese... insomma, possiamo dire che le due attività sono in simbiosi e si aiutano a vicenda.”
Qual è il ruolo, se ce n’è solo uno, della scrittura nella società contemporanea?
“Penso che Pier Paolo Pasolini con il suo celebre articolo ‘Io so’ abbia detto tutto sulla funzione dell'intellettuale (e quindi dello scrittore) nella società. Non c'è molto da aggiungere se non che rispetto ai tempi in cui scriveva (o per meglio dire gli è stato concesso di scrivere prima di essere ammazzato) la società è andata avanti in peggio. Il Paese dalla democrazia formale e non sostanziale che era è uscito finanche dalla democrazia rappresentativa (non eleggiamo neanche più i nostri rappresentanti in parlamento) diventando a tutti gli effetti un'oligarchia partitica. E oggi scandali che un tempo avrebbero fatto cadere qualunque saldissimo governo vengono accettati da un'opinione pubblica sedata e anestetizzata.
Lo scrittore quindi, nel senso di intellettuale, quindi non può non mettersi come primo obiettivo quello di lasciare testimonianze in primis e poi di cercare, per quel che può fare, di suonare la sveglia.
La scrittura in senso esteso ha il compito di analizzare e definire la società e metterne in evidenza le contraddizioni e poi, cosa non meno importante, cercare condividere il sapere. Ma non solo.
Ci sono compiti che sembrano meno importanti e che spesso riteniamo di ‘serie b’ ma non lo sono, come intrattenere i lettori (o gli spettatori dei film che usano sceneggiature) e regalargli momenti di svago e di distrazione dalla realtà attorno. È fondamentale almeno quanto gli altri scopi.”
L’AUTORE - Classe 1972, perito chimico, lavora nel campo della protezione ambientale. Impegnato politicamente in varie associazioni nelle lotte per il riconoscimento dei diritti umani e civili, soprattutto con l’Aps Civiltà Laica di Terni, di cui è socio fondatore ed ex presidente.
Senza che nessuno glielo chieda si descrive così: “Razionalista, sognatore, pragmatico, utopista, ingenuo, cinico, epicureo e idealista... O forse, più semplicemente, incapace di autodefinirsi senza contraddizioni.”
Lascia volentieri agli altri il compito di catalogare e giudicare, attività per cui, del resto, ha ben poco interesse; non rinuncia però a esprimere le sue opinioni su molteplici argomenti. Eterno studente consapevole di non sapere mai abbastanza, è sempre più convinto che il disimpegno politico e civile non rappresenti una soluzione ma uno dei problemi. Amante dei gatti ma simpatizzante dei cani pensa che il senso della vita sia la vita stessa e per questo la riempie di libri, foto, musica, birra e viaggi.

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