Autore: Anna Maria Rengo
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4 novembre 2026
Alfredo De Matteo esamina nel suo saggio delicate questioni sulla vita delle persone, cercando una “nuova antropologia” che sintetizzi morale e scienza. Un libro che non può lasciare indifferenti e nel quale morale e scienza si interrogano, si scontrano, cercano di giungere a sintesi. Stiamo parlando di “L’inganno della morte cerebrale – trapianti, eutanasia e una nuova antropologia” (edizioni Maniero del Mirto) nel quale l’autore, Alfredo De Matteo, affronta temi spinosi e controversi, dietro i quali ci sono sempre storie di dolore e speranza, in un intreccio che è difficile sciogliere e dove il confine tra giusto e ingiusto è sfocato e a volte pare irraggiungibile. Già dal titolo il suo libro lancia un messaggio forte, definendo “inganno” la morte cerebrale. Che cosa intende e con quali argomentazioni sostiene sia tale? “L’inganno consiste, a mio avviso, nell’aver trasformato una definizione convenzionale della morte in un dato apparentemente indiscutibile, facendo coincidere la perdita irreversibile di determinate funzioni encefaliche con la morte dell’intero essere umano. Nel libro parto da una constatazione molto semplice: il soggetto dichiarato cerebralmente morto presenta caratteristiche difficilmente conciliabili con ciò che, nell’esperienza umana, abbiamo sempre chiamato cadavere. Il cuore continua a battere spontaneamente, il sangue circola, persistono metabolismo, funzioni endocrine e immunitarie, le ferite possono cicatrizzare e sono documentati persino casi di donne dichiarate cerebralmente morte nelle quali la gravidanza è proseguita per settimane o mesi. Non siamo dunque di fronte a un organismo biologicamente morto, ma a un organismo gravemente compromesso nel quale alcune funzioni risultano assenti e tale assenza viene considerata irreversibile. Tuttavia, ciò che viene rilevato nel momento dell’accertamento è solo l’assenza di determinate funzioni, non la loro irreversibilità. In sostanza, la non-funzionalità non coincide necessariamente con l’irreversibilità e l’assenza di risposta non è di per sé prova di morte. C’è poi un secondo elemento che considero decisivo: se la morte cerebrale fosse semplicemente la constatazione scientifica di un fatto naturale, ci aspetteremmo criteri sostanzialmente universali per riconoscerla. Invece i protocolli differiscono fra i diversi Paesi: esami ritenuti indispensabili in un ordinamento non lo sono in un altro. Si arriva così al paradosso per cui la stessa condizione biologica può essere valutata attraverso criteri differenti a seconda del luogo in cui si trova il paziente. Ma la morte dovrebbe trovarsi nell’uomo, non nel protocollo utilizzato per dichiararla. Il libro ricostruisce inoltre la genesi storica del criterio. Il lettore potrà constatare che la morte cerebrale non nasce dalla scoperta di un nuovo segno biologico della morte, ma dall’esigenza, emersa con la rianimazione moderna, di ridefinire il confine tra vita e morte in una situazione completamente nuova. In questo processo la possibilità di disporre di organi ancora perfusi per i trapianti ha avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Infatti, gli organi vitali devono essere prelevati da un organismo nel quale circolazione, ossigenazione e metabolismo siano ancora sufficientemente conservati. In altri termini, il cosiddetto donatore deve essere ancora vivo. Ma l’aspetto più importante, e al quale è dedicata buona parte del libro, è antropologico. Con la morte cerebrale abbiamo attribuito ad alcune funzioni, in particolare quelle cerebrali, il potere di stabilire se quell’uomo esista ancora come vivente. È un cambiamento enorme, perché introduce una concezione funzionalista della persona: non conta più soltanto ciò che l’uomo è, ma ciò che è ancora capace di fare. È questo, in definitiva, l’inganno al quale allude il titolo: aver presentato come un'acquisizione scientifica ciò che costituisce invece una precisa scelta filosofica e antropologica. Per secoli la medicina ha riconosciuto la morte attraverso i segni della dissoluzione dell’organismo; con il criterio neurologico non ci si limita più a constatare la morte, ma si stabilisce quali funzioni debbano essere perdute affinché un essere umano possa essere considerato morto.” La dichiarazione di morte cerebrale è riconosciuta dalla comunità scientifica dal 1968 ed è alla base dell’autorizzazione al trapianto di organi. Lei ritiene che si dovrebbe cambiare la legge del 1993 che regolamenta i trapianti e in che modo, nel caso, si potrebbero tutelare quei malati che proprio nella possibilità di un trapianto ripongono le loro probabilità di sopravvivenza e di guarigione? “Occorre innanzitutto precisare che la legge 578 del 1993 non regolamenta propriamente i trapianti, ma l’accertamento e la certificazione della morte, stabilendo che essa ‘si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo’. La disciplina dei prelievi e dei trapianti è contenuta invece nella legge 91 del 1999, che non a caso richiama espressamente la legge del 1993. Detto questo, a mio avviso il problema è alla radice e precede la disciplina dei trapianti: consiste nell’aver assunto come morte dell’essere umano una condizione che non coincide con la morte biologica dell’organismo e la cui irreversibilità, come dicevo prima, rappresenta solamente un giudizio prognostico. È nel 1968, in effetti, che prende forma il criterio della morte cerebrale, ma il fatto che esso sia stato progressivamente accolto dalla comunità medico-scientifica non dimostra di per sé che corrisponda a una realtà biologica. La questione che pongo nel libro è proprio questa: il criterio della morte cerebrale è il risultato di una scoperta scientifica oppure è la risposta a precise esigenze che si sono affermate con la rianimazione e con la medicina dei trapianti? Se si ritiene, come sostengo nel libro, che l’equivalenza tra la perdita delle funzioni cerebrali e la morte dell’individuo sia scientificamente e antropologicamente infondata, allora è evidente che la legge dovrebbe essere radicalmente ripensata. Non si tratterebbe semplicemente di modificare qualche parametro o di rendere più rigoroso il protocollo, perché sarebbe il presupposto stesso a dover essere rimesso in discussione. Comprendo naturalmente il dramma di chi attende un organo e ripone nel trapianto una possibilità di sopravvivenza. Ma è proprio a questo punto che emerge una questione morale che non può essere aggirata: il diritto alla cura di un malato non può trasformarsi nel diritto a disporre del corpo di un altro essere umano se non abbiamo la certezza che quest’ultimo sia realmente morto. Non possiamo tutelare il ricevente sacrificando la tutela dovuta al donatore. La domanda, allora, non può essere soltanto: come salviamo chi aspetta un organo? Dobbiamo porne anche un’altra, troppo spesso lasciata sullo sfondo: chi tutela il donatore? E ancora: chi tutela chi versa in stato di incoscienza? Del resto, anche la rappresentazione del trapianto come soluzione definitiva meriterebbe maggiore cautela. Il trapianto può prolungare la vita e, in determinate condizioni, migliorarne la qualità, ma non equivale normalmente a una guarigione nel senso comune del termine: il ricevente rimane un paziente che necessita di controlli continuativi e, nella maggior parte dei trapianti di organi solidi, di terapia immunosoppressiva prolungata, con i relativi rischi di infezioni, neoplasie, tossicità farmacologica, rigetto e altre complicanze. È necessario ristabilire un ordine e una gerarchia: la medicina ha il compito di salvare una vita, ma non può farlo provocando o anticipando la morte di un’altra. O meglio, può farlo, ma se lo fa finisce per rinnegare gli stessi presupposti su cui si fonda.” Al di là delle motivazioni con cui lei attacca il concetto di morte cerebrale, lei ritiene che donare gli organi sia giusto? “In realtà non credo sia possibile rispondere a questa domanda ‘al di là’ delle motivazioni con cui contesto la morte cerebrale, perché sono proprio quelle motivazioni a determinare il giudizio morale sulla pratica del prelievo degli organi. Il prelievo da un essere umano realmente morto pone questioni di natura diversa, che meriterebbero una riflessione specifica. Ma se, come sostengo nel libro, il soggetto dichiarato cerebralmente morto è ancora biologicamente vivo, ci troviamo di fronte a un problema radicalmente diverso: non stiamo più discutendo genericamente se sia giusto o meno donare gli organi, ma se sia lecito provocare la morte di un essere umano attraverso il prelievo dei suoi organi vitali. Per questo ritengo impossibile separare le due questioni: prima di domandarci se sia giusto donare gli organi dobbiamo stabilire se colui dal quale intendiamo prelevarli sia realmente morto.” Che cosa ne pensa invece della disposizione che vieta di fare conoscere il nominativo di chi ha donato un organo a chi invece lo riceve? “È una questione sulla quale preferisco non esprimere un giudizio, perché riguarda le modalità con cui viene regolata la pratica dei trapianti, mentre la mia critica si colloca a monte e investe il suo stesso presupposto quando il prelievo avviene dopo una dichiarazione di morte cerebrale. Discutere se sia opportuno o meno che il ricevente conosca l’identità del donatore significherebbe entrare nel merito del funzionamento di un sistema del quale contesto proprio il fondamento.” Nel suo libro trova spazio anche una riflessione sull’eutanasia. In che modo questo tema si collega alla morte cerebrale? “Il legame tra morte cerebrale ed eutanasia è più profondo di quanto possa apparire, perché entrambe rimandano alla stessa trasformazione antropologica: il passaggio da una concezione dell’essere umano fondata su ciò che egli è a una concezione nella quale assumono un peso decisivo le funzioni che è ancora in grado di esercitare. Con la morte cerebrale questo passaggio è particolarmente evidente. Con l’eutanasia il percorso è differente, ma il presupposto antropologico è molto simile: una vita segnata dalla perdita dell’autonomia, della coscienza, della capacità di relazione o da una grave sofferenza può arrivare a essere considerata non più meritevole di essere vissuta. In entrambi i casi, quindi, il problema precede la singola pratica e riguarda la domanda fondamentale: che cosa rende indisponibile la vita umana? Se la sua dignità dipende dal semplice fatto di esistere, la perdita di determinate capacità non modifica il valore della persona; se invece facciamo dipendere quel valore dalle funzioni, inevitabilmente introduciamo una soglia oltre la quale l’essere umano diventa sacrificabile. Nel libro richiamo, a questo proposito, casi emblematici come quelli di Eluana Englaro e Terri Schiavo. Nessuna delle due era cerebralmente morta, e proprio per questo quei casi sono significativi: erano organismi umani viventi, ma la perdita della coscienza e della capacità di relazione divenne determinante nel giudizio sulla prosecuzione della loro esistenza, fino alla sospensione della nutrizione e dell’idratazione. È la stessa logica funzionalista che vediamo all’opera nella morte cerebrale portata oltre il confine della rianimazione: quando alcune funzioni diventano la misura della persona, la loro perdita finisce per incidere sul valore attribuito alla sua stessa vita. La morte cerebrale ha rappresentato, da questo punto di vista, un passaggio storico decisivo, perché ha contribuito a trasformare anche il rapporto della medicina con la morte, che non è più un evento biologico da riconoscere, ma una condizione definita attraverso criteri e protocolli stabiliti a tavolino. Nell’eutanasia si compie un ulteriore passaggio: la morte non viene più soltanto definita, ma può essere programmata e provocata all’interno della stessa pratica medica. È questo il filo che cerco di seguire nel libro: morte cerebrale ed eutanasia sono pratiche differenti, ma affondano le loro radici nella medesima rivoluzione antropologica, che ha trasformato l’uomo, inteso come unità inscindibile di anima e corpo, in un insieme di funzioni biologiche e cognitive, dalla cui permanenza finisce per dipendere persino il suo diritto a continuare a vivere.” Qual è la sua posizione su questo delicatissimo tema e come giudica la posizione dell’Italia, particolarmente prudente rispetto ad altri Paesi anche vicini? “La mia posizione deriva direttamente da quanto dicevo prima: se la vita umana possiede un valore indisponibile che non dipende dalle condizioni nelle quali si trova la persona, ritengo che non possa esistere un diritto a provocarne deliberatamente la morte, neppure quando ciò venga presentato come risposta alla sofferenza. L’esperienza dei Paesi nei quali l’eutanasia è stata legalizzata da più tempo dovrebbe inoltre indurci a riflettere su un fenomeno che considero particolarmente significativo: una volta introdotta un’eccezione al principio dell’indisponibilità della vita, i confini tendono progressivamente ad allargarsi. È un po’ come praticare un piccolo foro in una diga: inizialmente si assicura che l’apertura resterà circoscritta e rigorosamente controllata, ma una volta incrinato il principio che teneva insieme la diga diventa sempre più difficile arrestare la fuoriuscita dell’acqua. Non si tratta soltanto di un’ipotesi teorica. In alcuni Paesi l’eutanasia, inizialmente pensata soprattutto in relazione a situazioni cliniche estreme, è arrivata a comprendere anche casi riguardanti minori e persone affette da patologie psichiatriche. Il punto che mi interessa non è fare una contabilità dei casi, ma osservare il meccanismo culturale che si mette in moto: una volta ammesso che in determinate circostanze provocare la morte possa costituire una risposta terapeutica alla sofferenza, la discussione inevitabilmente si sposta dalle ragioni per cui non si debba uccidere alle condizioni nelle quali sia invece consentito farlo. L’Italia conserva ancora maggiori resistenze rispetto ad altri Paesi europei e l’eutanasia propriamente detta non è stata legalizzata. Tuttavia anche nella nostra diga sono stati praticati alcuni fori. La sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale ha individuato, a determinate condizioni, un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio. I limiti esistono ancora e la stessa Corte li ha successivamente ribaditi, ma il principio secondo cui l’ordinamento debba sempre proteggere la vita anche della persona che chiede di morire non è più integro. In sostanza, le condizioni possono cambiare, i requisiti possono essere ampliati o ristretti e le procedure possono diventare più o meno rigorose, ma il passaggio fondamentale è già avvenuto quando si ammette per la prima volta che provocare o agevolare la morte di un essere umano possa, in determinate circostanze, entrare legittimamente nell’orizzonte della medicina e del diritto. Per questo sarei più cauto nel definire l’Italia come un Paese ‘prudente’: certamente esistono ancora degli argini, ma le crepe nella diga ci inducono a ritenere che prima o poi essa crollerà.” L’AUTORE - Alfredo De Matteo è nato a Roma nel 1968. Laureato in psicologia clinica, opera professionalmente nel settore turistico. Esperto di questioni bioetiche, ha collaborato con diverse agenzie di informazione cattolica. Attualmente scrive per la testata giornalistica Renovatio 21 ed è membro della Confederazione dei Triarii. Autore di oltre trecento pubblicazioni tra articoi e saggi, partecipa regolarmente come relatore a conferenze e dibattiti, con particolare riguardo ai temi dell'aborto e della morte cerebrale. Questo volume rappresenta la sua opera d'esordio.