Giulio Regeni, alle 18 la sentenza per i quattro 007 egiziani
La Procura ha chiesto l'ergastolo per il generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri
ROMA – Arriverà intorno alle 18 la lettura della sentenza del processo in cui sono imputati quattro 007 egiziani imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. Questa mattina l’udienza si è aperta e poi c’è stato subito un rinvio, dal momento che la Procura ha rinunciato alla replica: i giudici, quindi, si sono direttamente ritirati in Camera di Consiglio.
IL PRESIDIO
Stamattina, a piazzale Clodio, davanti all’ingresso del tribunale, c’erano fin dal mattino presto attivisti e giornalisti. Gli striscioni “Verità per Giulio” sembrano le sentinelle di quel procedimento faticoso ma ostinato, che ha saputo superare la totale mancanza di collaborazione de parte dell’Egitto, a cui si sono aggiunti ostacoli e tentativi di depistaggio. Sono passati più di dieci anni dalla morte di Giulio, scomparso il 25 gennaio 2016 e ritrovato cadavere lungo l’autostrada Alessandria-Cairo il 3 febbraio successivo.
IL CASO REGENI
Il ricercatore 28enne originario di Fiumicello era in Egitto per uno studio sulla situazione dei sindacati. Un ambito evidentemente “scomodo”, però, per le autorità egiziane dell’era della presidenza di Abdelfattah Al-Sisi, che dopo le primavere arabe che avevano costretto alle dimissioni il presidente Hosni Mubarak, avevano stretto la morsa attorno a qualsiasi forma di dissenso.
Così, le indagini degli inquirenti italiani hanno condotto agli uffici della National Security Agency, i temibili servizi della sicurezza interna. Giulio sarebbe stato rinchiuso li una decina di giorni, scambiato per una spia straniera da cui bisognava ottenere informazioni. Alla fine, l’omicidio e il corpo abbandonato lungo l’autostrada, in circostanze tali da fare inizialmente pensare al gesto di una banda criminale. Su questa pista indagarono le autorità egiziane che qualche settimana dopo arrestarono e giustiziarono cinque presunti responsabili. Ma i segni di tortura sul corpo di Giulio raccontavano qualcosa di diverso è più complicato. Paola Effendi, la mamma del ricercatore, lo riassunse così: “Sul volto di Giulio ho visto tutto il male del mondo“.
INDAGINI E DEPISTAGGI
Nè la famiglia assistita dall’avvocata Alessandra Ballerini né la Procura di Roma hanno creduto a quella ricostruzione e da allora le indagini sono andate avanti, superando mille ostacoli, tra cui due tentativi di bloccare l’avvio del procedimento e altrettanti due interventi della Consulta per sbloccare la situazione. L’ostacolo più grande: non aver mai potuto notificare ai quattro agenti l’imputazione. Irreperibili colonnelli e generali, persino Usham Helmi – che fu persino parte del team investigativo congiunto Roma-Cairo.
Una vicenda che ha creato tensioni e imbarazzi tra I governi dei due Paesi, mentre i genitori Paola e Claudia invocavano la “scorta mediatica” per non far cadere la vicenda nell’oblio.
Alla fine, il processo è partito: la Procura ha chiesto l’ergastolo per il generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri: oltre a Helmi, il generale Sabir Tariq e il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim.

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