Giustizia, l’appello di “Donne per il Sì”: «Riforma necessaria per abbattere il soffitto di cristallo nelle correnti e premiare il merito»
Ci sono molte valide ragioni per sostenere il referendum confermativo della riforma della giustizia. Ci sono anche, però, motivazioni specifiche che riguardano direttamente noi donne. A cominciare dall’auspicabile superamento di un meccanismo di potere correntizio che certamente non è estraneo alla penalizzazione che le donne subiscono tanto nella rappresentanza in seno al CSM, tanto nell’attribuzione di incarichi direttivi negli uffici giudiziari.
Le donne, da ormai vent’anni stabilmente maggioritarie fra i vincitori del concorso di accesso, in magistratura sono più di 5mila, oltre il 56%, ma nelle ultime due consiliature del CSM, dal 2018 al 2027, ne sono state elette 6 su 20 componenti togati totali, meno di un terzo.
Quasi tre magistrati su quattro (il 68% circa) tra coloro che esercitano funzioni direttive sono uomini.
Uno squilibrio che si registra negli uffici giudicanti, e, in modo ancora più accentuato, in quelli requirenti, guidati da una donna solo nel 23% dei casi.
Non si tratta di una rivendicazione di posizioni, ma della convinzione che una riforma che liberi la magistratura dal giogo delle correnti e dia concretezza al principio costituzionale del giusto processo possa favorire anche quella trasparenza e quella meritocrazia che consentano alle donne di vedere pienamente riconosciute le proprie capacità, assicurando così maggiore equilibrio all’esercizio della giurisdizione.
Come in ogni altro ambito, e ancor di più in quello della giustizia, l’equità e l’equilibrio nelle posizioni di vertice assicurano prestazioni migliori e più efficienza.
A coloro che quindi obiettano che questa riforma non rivolve i problemi della giustizia bisognerebbe chiedere una riflessione in più.
Un assetto istituzionale più chiaro e meritocratico, una maggiore presenza femminile nel governo della giustizia, possono porre le premesse per affrontare con maggiore efficacia anche le criticità operative, che certamente esistono.
L’appello che rivolgiamo a tutti è ad esercitare un voto consapevole sul merito della riforma, guardando al bene comune al di là di qualsiasi orientamento politico e appartenenza culturale.
È un appello alla partecipazione a un appuntamento elettorale che sancisce il nostro protagonismo nella vita istituzionale del Paese. L’astensione ha un peso straordinario: esprime disinteresse per il funzionamento del nostro Stato e mortifica il nostro ruolo di cittadini e cittadine.
Ricordiamolo bene: il referendum costituzionale non prevede un quorum e saranno coloro che si recheranno alle urne a decidere su una riforma che impatta fortemente sul futuro di ciascun di noi. Donne e uomini.
Per questo invitiamo tutti a recarsi alle urne il 22 e il 23 marzo, e ad esprimere un convinto SI’ sulla scheda elettorale.
Sì a una riforma che garantisca un sistema di responsabilità trasparente e credibile: dal 2017 a ottobre 2025 lo Stato ha risarcito 6.485 casi di ingiuste detenzioni per quasi 279 milioni di euro, le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati interessati si sono concluse con 9 condanne.
Sì a una riforma che consenta alle tante magistrate di talento ed esperienza di avere il ruolo di vertice che spetta loro e che sancisce quel principio di pari opportunità garantito dalla Costituzione.
Sì a una riforma che non è contro la magistratura ma per una magistratura imparziale, autonoma, indipendente, meritocratica, come previsto dalla Costituzione.
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