I protagonisti dei margini
Una storia corale che attraversa i decenni tra movimento, fratture e rinsaldamento. Con “Il respiro del delfino” AN15 si conferma una voce potente della letteratura contemporanea.
Dagli anni Ottanta, luccicanti di sogni, anche di quelli allucinati prodotti dalle droghe, a giorni nostri caratterizzati, o almeno così dovrebbe essere, da una raggiunta maturità, ma forse solo disillusi. “Il respiro del delfino” (Dalia edizioni), matura e complessa opera della scrittrice AN15, racconta di generazioni che attraversano i decenni, perdendosi, ritrovandosi, ribellandosi, scendendo a patti: anti-eroi che ispirano con il disastro dei loro fallimenti.
Un libro che ha più chiavi di lettura, disincantato e a volte crudo, e che brilla, nel panorama letterario contemporaneo, per una scrittura preziosa e raffinata anche negli scenari metropolitani che descrive. Sempre senza retorica e con una lucidità che concede poco spazio al sentimentalismo o ai giudizi morali.
AN15, il tuo libro ripercorre le vicende, in un contesto storico cangiante e caratterizzato, di Ansel e Gretel, non più fratellini dei fratelli Grimm ma personaggi realistici, a volte cupi, stretti tra sogni e dipendenze. Dove hai trovato l’ispirazione per questa opera ambiziosa e riuscita quanto a temi trattati e sviluppo della narrazione?
“Le favole mi hanno sempre affascinata, da bambina mi colpiva la magia, ma percepivo l’ombra che la sostiene. Leggendo Hans Christian Andersen ho imparato a estrarre il reale dal fantastico, a vedere l’impalcatura dietro l’incanto. È un modo di ragionare che coincide con il mio modo di scrivere, partire da un’illusione e costringerla nella materia viva.
Hansel e Gretel sono due bambini poveri abbandonati nel bosco. Cercano un posto sicuro e finiscono nel forno della strega. Quella dinamica - l’illusione che è inganno, la promessa che si spezza - è la matrice del mio Gretel. Anche lui, nella ricerca di un riparo, finisce in trappola. Da quella fascinazione è nato il romanzo, tra metafore e iperrealismo, dove la fiaba non fa dormire ma tiene svegli.”
Dipendenza da sostanze, musica rock e punk, il tuo è un ritratto disincantato ma non privo di slanci ottimistici di una generazione: vincente, perdente o sono altre le categorie che possono definirla?
“Certamente descrivo, se non una generazione in senso sociologico o più, uno stato d’animo che permea la vita di alcuni di noi. Nei miei personaggi c’è una domanda che ritorna, quasi come un subliminale: ‘hai mai la sensazione di essere stato fregato?’. L’ottimismo, se c’è, nasce dalla stessa domanda posta in modo diverso: ‘si può essere fregati per sempre?’. È in quella variazione che si apre uno spiraglio, o che andrebbe sfondato con un martello e un amico.”
Nel corso delle pagine vediamo Ansel e Gretel, ma anche gli altri personaggi di questo romanzo corale, crescere, scendere comunque a patti con la realtà, cavalcarla nel passaggio da un decennio all’altro. Che anni Ottanta, Novanta e Duemila racconti e si assiste a un progresso storico o no?
“Ad esempio racconto come la tecnologia abbia trasformato il modo di avvicinarsi all’altro e perfino il modo di approcciarsi alla lotta sociale. Giusi, detta ‘cresta rossa’, la si vede poco più che ventenne con un megafono in mano, su un furgone da rave, come relatrice in una manifestazione No Global in una piazza Duomo ricoperta di cartelloni pubblicitari. La ritroviamo poi a gestire un blog.
Le persone crescono e invecchiano, le città si trasformano, le discoteche non esistono più e le serie tv ci tengono al calduccio sul divano. Ma le idee, i desideri? Racconto i protagonisti dei margini, non sono fragili, sfortunati o reietti, solo parte della minoranza.
Per loro, gli anni Ottanta, Novanta e Duemila non sono un progresso lineare, sono un movimento, un fratturarsi e rinsaldarsi continuo. Tutto intorno accelera, e sembra si salvi solo chi ha più protezione e stabilità.”
Pur se calata in un contesto contemporaneo, la tua scrittura è ricca di riferimenti colti e raffinata. Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
“Amo la letteratura russa e tedesca della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento, quella americana degli anni Trenta e Sessanta e la francese degli anni Novanta. Che poi, alla fine, si traduce in Dostoevskij, Bulgakov, Thomas Mann, Hermann Hesse, Michel Houellebecq e Bukowski. E Miller, ovviamente Henry.”
Infine una curiosità: da dove nasce il tuo pseudonimo?
“AN è il tentativo di ridurre al minimo indispensabile il mio nome, 15 è il mio numero fortunato, e finora ha funzionato.”
L’AUTRICE – AN15 (Anna Laugelli) nasce negli anni del post-punk nell’area metropolitana di Milano. Dopo il Liceo Artistico, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera e fonda Box Position, collettivo d’arte, musica e scrittura. È attiva nell’organizzazione di eventi e in DJ set nella scena musicale indipendente. Nel 2017 pubblica il romanzo “Gatti nei sacchi di plastica” (Habanero/Erga Edizioni). Nel 2020 esce “Underdog” (Algra Editore), confermando una voce narrativa cruda, lucida e radicata nelle tensioni della contemporaneità. Con “Il respiro del delfino” firma la sua opera più ambiziosa.
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