Il diritto internazionale nasce quando il mondo capisce che la forza non basta

Pier Paolo Pinto • 14 marzo 2026

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Ogni volta che una crisi internazionale esplode – come quella che oggi vede contrapposti Stati Uniti e Iran – il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sulle strategie militari, sugli equilibri geopolitici e sulle possibili escalation. Molto più raramente si torna alla domanda fondamentale: perché esiste il diritto internazionale?

 

La risposta è storica prima ancora che giuridica.

 

Il diritto internazionale nasce quando l’umanità comprende che la sola logica della forza conduce inevitabilmente al caos. Le sue radici moderne affondano nel XVII secolo, dopo la devastazione della Guerra dei Trent’anni. Con la Pace di Westfalia del 1648 si afferma per la prima volta un principio rivoluzionario: gli Stati sono sovrani e devono riconoscersi reciprocamente dei limiti.

 

Ma il vero salto di civiltà avviene dopo la Seconda guerra mondiale. Dopo due conflitti globali e milioni di morti, la comunità internazionale comprende che la pace non può più essere affidata alla sola deterrenza militare. Nasce così nel 1945 la Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce un principio semplice ma radicale: l’uso della forza tra Stati è vietato, salvo due eccezioni – la legittima difesa o l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. 

 

Questo principio non è solo una norma giuridica. È una conquista antropologica della civiltà politica.

 

Quando oggi osserviamo le tensioni tra Washington e Teheran dobbiamo ricordare che non si tratta soltanto di una crisi regionale. Il rischio reale è un altro: l’erosione progressiva di quell’architettura giuridica costruita nel dopoguerra per impedire che la guerra tornasse ad essere uno strumento ordinario della politica.

 

Diversi governi e osservatori internazionali hanno infatti sottolineato come recenti operazioni militari rischino di collocarsi fuori dal perimetro del diritto internazionale e delle regole stabilite dalla Carta dell’ONU. 

 

Ma il punto sociologicamente più interessante è un altro.

 

Il diritto internazionale non vive soltanto nei trattati o nelle istituzioni multilaterali. Vive soprattutto nella volontà politica degli Stati di riconoscere dei limiti al proprio potere. Quando questa volontà si indebolisce, le norme non scompaiono formalmente, ma smettono progressivamente di essere efficaci.

 

In altre parole: il diritto internazionale non muore con una dichiarazione ufficiale. Muore lentamente, quando le grandi potenze smettono di considerarlo un vincolo.

 

Ed è qui che entra in gioco una riflessione più ampia sul nostro tempo. Viviamo in una fase storica in cui l’ordine globale costruito nel secondo dopoguerra mostra evidenti segni di stanchezza. Le istituzioni multilaterali faticano a mediare i conflitti, mentre la competizione geopolitica tra potenze torna ad occupare il centro della scena.

 

Il rischio è che il mondo entri in una nuova fase storica: quella della normalizzazione dell’eccezione, in cui le regole restano sulla carta ma la politica internazionale torna ad essere governata dalla forza.

 

Il diritto internazionale non è perfetto. Non lo è mai stato. Ma rappresenta comunque il tentativo più avanzato che l’umanità abbia costruito per limitare la violenza tra gli Stati.

 

Dimenticarlo, o considerarlo un dettaglio procedurale, significherebbe tornare indietro di secoli.

 

Ed è forse proprio questo il punto che oggi dovremmo ricordare: il diritto internazionale non è un lusso giuridico. È una fragile infrastruttura della civiltà.

 

“Il diritto internazionale non è la garanzia che la guerra non esista più. È il fragile accordo con cui l’umanità ha deciso che la forza non può essere l’unica lingua tra gli Stati.”

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Autore: FRV NEWS MAGAZINE - Rolando Luzi 15 marzo 2026
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Ci sono molte valide ragioni per sostenere il referendum confermativo della riforma della giustizia. Ci sono anche, però, motivazioni specifiche che riguardano direttamente noi donne. A cominciare dall’auspicabile superamento di un meccanismo di potere correntizio che certamente non è estraneo alla penalizzazione che le donne subiscono tanto nella rappresentanza in seno al CSM, tanto nell’attribuzione di incarichi direttivi negli uffici giudiziari. Le donne, da ormai vent’anni stabilmente maggioritarie fra i vincitori del concorso di accesso, in magistratura sono più di 5mila, oltre il 56%, ma nelle ultime due consiliature del CSM, dal 2018 al 2027, ne sono state elette 6 su 20 componenti togati totali, meno di un terzo. Quasi tre magistrati su quattro (il 68% circa) tra coloro che esercitano funzioni direttive sono uomini. Uno squilibrio che si registra negli uffici giudicanti, e, in modo ancora più accentuato, in quelli requirenti, guidati da una donna solo nel 23% dei casi. Non si tratta di una rivendicazione di posizioni, ma della convinzione che una riforma che liberi la magistratura dal giogo delle correnti e dia concretezza al principio costituzionale del giusto processo possa favorire anche quella trasparenza e quella meritocrazia che consentano alle donne di vedere pienamente riconosciute le proprie capacità, assicurando così maggiore equilibrio all’esercizio della giurisdizione. Come in ogni altro ambito, e ancor di più in quello della giustizia, l’equità e l’equilibrio nelle posizioni di vertice assicurano prestazioni migliori e più efficienza. A coloro che quindi obiettano che questa riforma non rivolve i problemi della giustizia bisognerebbe chiedere una riflessione in più. Un assetto istituzionale più chiaro e meritocratico, una maggiore presenza femminile nel governo della giustizia, possono porre le premesse per affrontare con maggiore efficacia anche le criticità operative, che certamente esistono. L’appello che rivolgiamo a tutti è ad esercitare un voto consapevole sul merito della riforma, guardando al bene comune al di là di qualsiasi orientamento politico e appartenenza culturale. È un appello alla partecipazione a un appuntamento elettorale che sancisce il nostro protagonismo nella vita istituzionale del Paese. L’astensione ha un peso straordinario: esprime disinteresse per il funzionamento del nostro Stato e mortifica il nostro ruolo di cittadini e cittadine. Ricordiamolo bene: il referendum costituzionale non prevede un quorum e saranno coloro che si recheranno alle urne a decidere su una riforma che impatta fortemente sul futuro di ciascun di noi. Donne e uomini. Per questo invitiamo tutti a recarsi alle urne il 22 e il 23 marzo, e ad esprimere un convinto SI’ sulla scheda elettorale. Sì a una riforma che garantisca un sistema di responsabilità trasparente e credibile: dal 2017 a ottobre 2025 lo Stato ha risarcito 6.485 casi di ingiuste detenzioni per quasi 279 milioni di euro, le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati interessati si sono concluse con 9 condanne. S ì a una riforma che consenta alle tante magistrate di talento ed esperienza di avere il ruolo di vertice che spetta loro e che sancisce quel principio di pari opportunità garantito dalla Costituzione. Sì a una riforma che non è contro la magistratura ma per una magistratura imparziale, autonoma, indipendente, meritocratica, come previsto dalla Costituzione.
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Araghchi alla Cbs: 'Spetta alle nostre forze armate decidere in merito' Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che diversi Paesi hanno contattato l'Iran per ottenere un passaggio sicuro per le proprie navi attraverso lo Stretto di Hormuz. "Non posso citare alcun Paese in particolare", ha detto il capo della diplomazia di Teheran in un'intervista alla Cbs News, aggiungendo che "spetta alle nostre forze armate decidere in merito".
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L'avvocato Francesco Petruzzi, che assiste la famiglia del piccolo Domenico Caliendo, ha espresso profonda amarezza per la manifestazione di solidarietà svoltasi davanti all'ospedale Monaldi in favore del primario Guido Oppido. "Patrizia è distrutta dal dolore e non ha la forza di reagire", ha dichiarato il legale, sottolineando il paradosso di vedere delle madri manifestare per un indagato per omicidio quando nessuna di loro ha mai espresso cordoglio per la morte di Domenico. Petruzzi ha definito l'iniziativa una "pagliacciata" che contrasta nettamente con la dignità e la compostezza mantenute finora dalla famiglia della vittima e dalla difesa.
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Sedicesimo giorno di guerra in Medio Oriente. Tutte le principali notizie della giornata. Dopo l’ attacco statunitense all’isola di Kharg , l’Iran ha minacciato ritorsioni contro i Paesi della regione (Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita), puntando a colpire i porti degli Emirati e i terminal petroliferi dell’area. Donald Trump ha definito questi attacchi azioni “del tutto immotivate” e se ne è detto sorpreso. Quanto alla fine della guerra, il presidente americano ha detto di non essere ancora pronto ad un accordo. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (Rgc), intanto, ha annunciato il lancio della sua “cinquantesima ondata” di operazioni contro le basi statunitensi nella regione. Non solo. Ha anche minacciato apertamente il primo ministro israeliano Beanjamin Netanyahu. ORE 19:15 – CROSETTO: “CON PERDITA VELIVOLO IN KUWAIT NO RIFLESSI SU SICUREZZA MILITARI” “Questa mattina in Kuwait, presso la base di Al Salem, è stato colpito uno shelter al cui interno era ricoverato un velivolo da ricognizione a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana. Tutto il personale militare italiano presente nella base era al sicuro e non è stato coinvolto nell’attacco. Dell’evento ho immediatamente informato il Presidente del Consiglio dei Ministri, i vicepresidenti del Consiglio e tutti i leader delle forze politiche, sia di maggioranza sia di opposizione, al fine di garantire la massima trasparenza e condivisione della situazione”. Così in una nota il ministro della Difesa Guido Crosetto. “Insieme al Presidente del Consiglio e a tutto il Governo seguo con la massima attenzione l’evoluzione del quadro di sicurezza nell’area, in costante contatto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, con il Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI) e direttamente con i comandanti sul campo. La Difesa italiana svolge in quell’area un’importante attività di collaborazione con il Kuwait e, più in generale, con i Paesi del Golfo amici dell’Italia, nella missione nota come Italian National Contingent Command Air – Task Force Air Kuwait avviata già nel 2014 (un pilastro fondamentale del contributo italiano nell’ambito dell’operazione internazionale Prima Parthica/Inherent Resolve contro il Daesh) e in questo momento sta profondendo i massimi sforzi per favorire una de-escalation della situazione in atto. Già nei giorni scorsi il personale militare era stato ridotto, lasciando nella base esclusivamente quello essenziale. La perdita del velivolo non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area“. ORE 18:00 – UNIFIL: “I CASCHI BLU BERSAGLIATI DA COLPI DI ARMA DA FUOCO”. NESSUN FERITO “Oggi, i caschi blu dell’Unifil sono stati bersagliati da colpi d’arma da fuoco, probabilmente da gruppi armati non statali, in tre diverse occasioni, mentre svolgevano pattugliamenti intorno alle loro basi di Yatar, Dayr Kifa e Qallawiyah”. Lo fa sapere Unifil, Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite, con un messaggio su Telegram. “A Yatar, i colpi sono arrivati ​​a soli cinque metri dai caschi blu. Negli altri due episodi, le fonti di fuoco si trovavano rispettivamente a circa 100 e 200 metri di distanza. Due pattuglie hanno risposto al fuoco per autodifesa e, dopo un breve scambio di colpi, hanno ripreso le loro attività programmate. Nessun militare è rimasto ferito“, assicurano. “La presenza di armi non sotto il controllo statale nell’area di operazioni dell’Unifil costituisce una violazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza. È inaccettabile che i caschi blu impegnati in compiti sanciti dal Consiglio di Sicurezza siano presi di mira“, sottolinea Unifil. “Ricordiamo con forza a tutti gli attori coinvolti i loro obblighi, ai sensi del diritto internazionale, di garantire la sicurezza del personale delle Nazioni Unite in ogni momento e di adottare tutte le misure necessarie per prevenire danni ai civili“, si legge nella nota. “Qualsiasi attacco contro i caschi blu dell’Unifil costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario e della Risoluzione 1701 e può configurarsi come crimine di guerra”, conclude Unifil. ORE 15:50 – TAJANI: “SU HORMUZ NO TRATTATIVE CON IRAN, AL LAVORO PER DE-ESCALATION” “Non siamo coinvolti nello stretto di Hormuz, non è vero che eravamo in trattative con l’Iran e non è vero che stavamo inviando navi miliatari. Dobbiamo lavorare per una de-escalation”. Lo dice il ministro degli esteri, Antonio Tajani intervenuto a ‘Il diario della domenica’ su Rete4. ORE 15:45 – TAJANI: “IN KUWAIT SOLDATI ITALIANI AL SICURO, NON CI FACCIAMO INTIMORIRE” Quella attacata in Kuwait “era una base attaccata più volte dove era stato già ridotto il numero del personale. Con questo attacco non c’è stato nessun rischio per i nostri militari che sono al sicuro. Non è che ci facciamo intimorire perché arriva un drone ma dobbiamo mettere al sicuro il nostro personale”. Lo dice il ministro degli esteri, Antonio Tajani intervenuto a ‘Il diario della domenica’ su Rete4.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 15 marzo 2026
Nella puntata odierna di Domenica In, Mara Venier ha dedicato un profondo e toccante ricordo a Enrica Bonaccorti, la celebre conduttrice scomparsa lo scorso giovedì all’età di 76 anni. Durante lo spazio dedicato alla memoria dell’amica e collega, Mara Venier ha ripercorso le tappe di un rapporto umano riscoperto negli ultimi anni: "Da ragazze eravamo molto amiche, poi ci siamo allontanate in maniera stupida", ha confessato la conduttrice. Un legame che però si era rinsaldato grazie alla vicinanza geografica a Roma: "Vivevamo a cinque minuti di distanza, stavamo sempre insieme. Abbiamo recuperato tutto il tempo perso". Uno dei momenti più intensi della testimonianza ha riguardato l’ultimo compleanno della Bonaccorti. Venier ha descritto una serata all'insegna della gioia, della musica e del ballo, nonostante la malattia (un tumore al pancreas) stesse già segnando il fisico della conduttrice. Di fronte alla preoccupazione di Mara per lo sforzo organizzativo, Enrica aveva risposto con lucida serenità: "L’ho voluta io Mara, era un mio grande desiderio. Quest'anno ci sono, il prossimo anno non lo so". In chiusura del suo intervento, Mara Venier ha espresso rammarico per l’ultima fase della parabola professionale della collega, denunciando quella che ritiene essere stata una "profonda ingiustizia" da parte del sistema televisivo: "Enrica meritava molto di più nel mondo della televisione".  Con questo omaggio, Domenica In ha voluto celebrare non solo una protagonista della storia della TV italiana, ma anche una donna che ha affrontato la malattia con coraggio e desiderio di vita fino all'ultimo istante.
Autore: AGENZIA DIRE 15 marzo 2026
Ad Ali Al Salem colpito un mezzo della Tak force air. Portolamo: 'Era indispensabile per le nostre operazioni'. I militari erano in sicurezza Questa mattina la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita mezzi e militari americani e italiani, è stata attaccata con un drone che ha colpito un capannone dove si trovava un 'velivolo a pilotaggio remoto' della Task force air italiana, che è stato distrutto. Al momento dell'attacco tutto il personale era in sicurezza e non è stato coinvolto. Lo si apprende dallo Stato Maggiore della Difesa. Il velivolo distrutto nell'attacco, dove ci sono anche i militari italiani, "costituiva un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative ed era rimasto schierato nella base al fine di garantire la continuità delle operazioni". A comunicarlo su X è il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano. "Il dispositivo italiano della Task force air - ha aggiunto - era stato preventivamente alleggerito nei giorni scorsi, nell'ambito delle misure adottate in relazione all'evoluzione del quadro di sicurezza nell'area. Il personale rimasto nella base è impiegato per lo svolgimento delle attività essenziali della missione". "Dell'accaduto ho prontamente informato il ministro della Difesa Crosetto, col quale sono in costante contatto per l'aggiornamento continuo della situazione di tutti i nostri contingenti all'estero", ha detto Portolano. La situazione è costantemente monitorata dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal Comando operativo di vertice interforze (Covi), che mantengono un contatto continuo con i contingenti sul terreno.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 15 marzo 2026
– I Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 si tingono d’azzurro grazie a una giornata di straordinari successi. Giacomo Bertagnolli conquista il gradino più alto del podio nello slalom speciale, mentre Giuseppe Romele firma un’impresa di resistenza portando a casa il bronzo nella 20 km di sci di fondo. L'impresa di Bertagnolli Nella categoria Vision Impaired, il trentino Giacomo Bertagnolli ha dominato i pali stretti dello slalom, centrando la medaglia d’oro. Al traguardo, l’emozione è incontenibile: “È la medaglia più bella, quella a cui tenevamo di più”, ha dichiarato il campione, dedicando il successo al lavoro svolto negli ultimi quattro anni per arrivare al top nell'appuntamento di casa. Il podio di Romele Non meno significativa la prestazione di Giuseppe Romele nella categoria Sitting. Impegnato nella massacrante 20 km di fondo, l’azzurro ha gestito le energie con maestria, chiudendo al terzo posto dopo un finale di gara al cardiopalma che gli è valso una meritatissima medaglia di bronzo. Con questi due pesanti risultati, l’Italia rafforza la sua posizione nel medagliere, confermando la crescita costante del movimento paralimpico invernale nazionale.
Autore: AGENZIA DIRE Aggiornamento Ore: 13.00 15 marzo 2026
Le Guardie rivoluzionarie giurano vendetta a Netanyahu, mentre Trump annuncia che le sanzioni per la Russia sono solo sospese Sedicesimo giorno di guerra in Medio Oriente. Tutte le principali notizie della giornata. Dopo l’ attacco statunitense all’isola di Kharg , l’Iran ha minacciato ritorsioni contro i Paesi della regione (Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita), puntando a colpire i porti degli Emirati e i terminal petroliferi dell’area. Donald Trump ha definito questi attacchi azioni “del tutto immotivate” e se ne è detto sorpreso. Quanto alla fine della guerra, il presidente americano ha detto di non essere ancora pronto ad un accordo. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (Rgc), intanto, ha annunciato il lancio della sua “cinquantesima ondata” di operazioni contro le basi statunitensi nella regione. Non solo. Ha anche minacciato apertamente il primo ministro israeliano Beanjamin Netanyahu. ORE 10 ARAGHCHI: “MOJTABA STA BENE” “La Guida Suprema Mojtaba Khamenei gode di buona salute e governa pienamente il Paese“: sono le parole del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dopo i dubbi e i rumors che aveva provocato la sua mancata comparizione in video giovedì, quando la tv iraniana ha diffuso il suo primo messaggio. Le parole di Araghchi sono state riportate dall’agenzia Irna. “La situazione nel Paese è stabile”, ha aggiunto. ORE 9.30 – LA COREA DEL SUD VALUTA LA RICHIESTA DI TRUMP PER HORMUZ La Corea del Sud sarebbe in stretto contatto con gli Stati Uniti. E starebbe valutando se “inviare navi da guerra” nello Stretto di Hormuz, come chiesto da Donald Trump di per “garantire che rimanga aperto”: lo ha affermato un funzionario presidenziale citato dall’agenzia Yonhap. “La sicurezza delle rotte marittime internazionali e la libertà di navigazione sono nell’interesse di tutti i Paesi e sono protette dal diritto internazionale”, ha dichiarato il funzionario coreano. “Sulla base di questo principio, speriamo che la rete logistica marittima globale torni rapidamente alla normalità”. ORE 6 – I PASDARAN: “UCCIDEREMO NETANYAHU” In un comunicato ufficiale diffuso dall’agenzia Fars, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato che continueranno a “dare la caccia e a uccidere con tutte le forze” Benjamin Netanyahu. I Pasdaran citano anche le presunte voci sul missile che avrebbe colpito il “criminale Primo Ministro sionista”, che da un paio di giorni si rincorrono e rivelano, secondo loro, la “crisi e l’instabilità” dello Stato ebraico. Al contempo, le Guardie rivoluzionarie esaltano l’operazione che ha colpito i settori industriali di Tel Aviv e tre basi statunitensi nella regione: la base aerea di Harir a Erbil e quelle di Ali Salem e Arifjan. “Il suono continuo delle sirene delle ambulanze”, scrivono i Pasdaran, confermerebbe la “profondità dell’impatto” dell’attacco. Eppure Usa e Israele starebbero nascondendo il reale numero di morti e feriti. ORE 2.14 – TRUMP: “SANZIONI SUL PETROLIO RUSSO TORNERANNO” Donald Trump ha fatto sapere che le sanzioni sul petrolio russo torneranno non appena sarà finita al guerra. La decisione di sospenderle è stata dettata dall’urgenza assoluta del momento. “Voglio ci sia petrolio per il mondo. Voglio che ci sia petrolio”, ha detto il presidente Usa alla Nbc, assicurando che le restrizioni del 2022 “saranno ripristinate non appena la crisi sarà terminata”. E ha nuovamente ribaito la necessità di un accordo sul fronte della guerra in Ucraina, mandando a dire a Zelensky: “Sono sorpreso che Zelensky non voglia raggiungere un accordo. Dite a Zelensky di trovare un accordo, perché Putin è disposto a farlo”. 1.45 – TRUMP: “NON SO SE MOJTABA KHAMENEI SIA VIVO” Donald Trump, sempre parlando alla Nbc, ha messo in dubbio il fatto che la nuova Guida suprema scelta dall’Iran, Mojtaba Khamenei, primogenito del defunto ayatollah Khamenei, sia ancora in vita. Il riferimento è al fatto che giovedì, quando la tv iraniana ha mandato in onda il suo pimo discorso da leader, lui non è apparso. Il suo messaggio è stato letto da un giornalista. “Non so nemmeno se sia vivo. Finora nessuno è riuscito a mostrarlo”, ha detto Trump. Che poi ha aggiunto: “Se fosse vivo, «dovrebbe fare qualcosa di molto intelligente per il suo Paese: arrendersi”. ORE 1 – TRUMP: “NON ANCORA PRONTO PER UN ACCORDO” Nessuna tregua immediata, è troppo presto. Nonostante i segnali di apertura arrivati da Teheran, il Presidente americano Donald Trump, intervistato dalla Nbc, ha spiegato che non ci sono le condizioni per ipotizzare un accordo di cessazione della guerra. “I termini non sono ancora abbastanza buoni“, ha detto Trump. Elemento imprescindibile è l’abbandono totale delle ambizioni nucleari da parte dell’Iran. Trump ha anche sostenuto che dopo le offensive dei giorni scorsi, in Iran “non è rimasto praticamente nulla da colpire“. E il paese di Khamenei non avrebbe più molta possibilità di azione, anche perchè ormai privato di mezzi e armi: “Abbiamo neutralizzato la maggior parte dei loro missili e droni”, ha concluso Trump. E presto arriveranno nuovi attacchi, visto che nel giro di 48 ore “ogni residua capacità produttiva iraniana sarà totalmente annientata”. ORE 00.30 ESPLOSIONI IN BAHREIN Forti esplosioni si sono verificate, nella notte, a Manama, capitale del Bahrein. Lo hanno riferito due giornalisti dell’Afp. Il Bahrein ha dichiarato di aver intercettato 125 missili e 203 droni dall’inizio degli attacchi iraniani, che hanno causato due morti nel regno e altri 24 nei paesi limitrofi del Golfo.
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