-IL GALOPPO ITALIANO APRE IL NUOVO ANNO A SAN ROSSORE

Andrea Calamia • 31 dicembre 2025

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Che abbia inizio la nuova era del galoppo: con l’introduzione dell’handicap per fasce, che entrerà in vigore nella prima giornata dell’anno in programma a Pisa.

Le corse previste saranno sei: tre handicap e tre maiden

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La giornata si apre alle ore 13:48 con un handicap di classe 3 per gentleman e amazzoni sui 1500 metri, dove piacciono i nomi di Drag Lift e Gainer Boy.

Nella seconda corsa, una maiden sui 1500 metri per le giovani femmine di 2 anni, diventate 3 anni con l’inizio del nuovo anno. Si presenta come una corsa molto equilibrata, ma la coppia di scuderia formata da White Island e Zaina Zarak, entrambe al debutto in Italia, rappresenta una possibile sorpresa.

Stesso discorso per la terza corsa in programma: una maiden, stavolta sul doppio chilometro, riservata a femmine di 3 anni. Anche qui il rapporto di scuderia, con Amy Rose al debutto e Lady Beaumont in buona forma, può fare la differenza.

Sarà un handicap di classe 4 quello che ci attende nella quarta corsa, per anziani sui 2000 metri. Interessante la chance di Gabriele Malune, che può ripetere la buona prestazione in sella a High Sport.

L’ultima maiden di giornata è riservata agli anglo-arabi sui 1500 metri. Spiccano tre cavalli che potrebbero giocarsi la vittoria: Giglio di Bonorva, Golden Age e Goleador.

Si chiude la giornata alle 16:33 con un handicap di classe 3, una TQQ per cavalli anziani sui 1500 metri. Saranno 12 i partenti al via, in una corsa aperta a più soluzioni, tra cui Doctor Strange ed Emperor of Love. Soggetto da monitorare l’irlandese Pandion Power, al debutto in Italia.

Oltre alle corse, saranno presenti eventi che si svolgeranno nel parterre dell’Ippodromo. Si inizierà, come da tradizione, con il brindisi di buon auspicio offerto dall’Ippodromo di San Rossore a tutti coloro che andranno a godersi la giornata in programma.

Inoltre, prima delle corse, verrà trasmesso in diretta sul maxischermo il Concerto di Natale dalla Fenice di Venezia.

Sarà anche possibile effettuare una visita guidata “Dietro le quinte” per scoprire cosa accade prima, durante e dopo una corsa.
Per i più piccoli sarà presente Ippolandia, con animazione, giochi e laboratori creativi per rendere felici i bambini.

Andrea Calamia

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Autore: Redazione • 4 novembre 2026
Massima attenzione da parte delle istituzioni, ma nessun allarme sul fronte della sicurezza informatica nazionale. È quanto emerso al termine della riunione presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, insieme al Ministro Francesco Lollobrigida, alla quale hanno preso parte i vertici dei Servizi di informazione e dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). I punti chiave emersi dall'incontro istituzionale: Impatto contenuto: Gli attacchi cyber registrati sul territorio italiano hanno mostrato un'efficacia estremamente limitata. Nessun rischio sanitario: Le autorità smentiscono categoricamente l'esistenza di rischi per la salute dei cittadini legati a possibili fenomeni di scongelamento o anomalie nei sistemi di conservazione. Monitoraggio preventivo: L'ACN continua a notificare tempestivamente ogni potenziale anomalia ai Carabinieri dei NAS per consentire interventi immediati a tutela della collettività. Tavoli di confronto: L'Agenzia ha già avviato una serie di incontri con i rappresentanti delle categorie produttive interessate e con gli amministratori dei principali operatori del settore. "Non sussiste quindi alcun allarme – sottolinea la nota di Palazzo Chigi – ma permane la massima attenzione da parte di tutti i soggetti istituzionali competenti", confermando la piena reattività della rete di difesa cibernetica dello Stato.
Autore: Anna Maria Rengo • 4 novembre 2026
Alfredo De Matteo esamina nel suo saggio delicate questioni sulla vita delle persone, cercando una “nuova antropologia” che sintetizzi morale e scienza. Un libro che non può lasciare indifferenti e nel quale morale e scienza si interrogano, si scontrano, cercano di giungere a sintesi. Stiamo parlando di “L’inganno della morte cerebrale – trapianti, eutanasia e una nuova antropologia” (edizioni Maniero del Mirto) nel quale l’autore, Alfredo De Matteo, affronta temi spinosi e controversi, dietro i quali ci sono sempre storie di dolore e speranza, in un intreccio che è difficile sciogliere e dove il confine tra giusto e ingiusto è sfocato e a volte pare irraggiungibile. Già dal titolo il suo libro lancia un messaggio forte, definendo “inganno” la morte cerebrale. Che cosa intende e con quali argomentazioni sostiene sia tale? “L’inganno consiste, a mio avviso, nell’aver trasformato una definizione convenzionale della morte in un dato apparentemente indiscutibile, facendo coincidere la perdita irreversibile di determinate funzioni encefaliche con la morte dell’intero essere umano. Nel libro parto da una constatazione molto semplice: il soggetto dichiarato cerebralmente morto presenta caratteristiche difficilmente conciliabili con ciò che, nell’esperienza umana, abbiamo sempre chiamato cadavere. Il cuore continua a battere spontaneamente, il sangue circola, persistono metabolismo, funzioni endocrine e immunitarie, le ferite possono cicatrizzare e sono documentati persino casi di donne dichiarate cerebralmente morte nelle quali la gravidanza è proseguita per settimane o mesi. Non siamo dunque di fronte a un organismo biologicamente morto, ma a un organismo gravemente compromesso nel quale alcune funzioni risultano assenti e tale assenza viene considerata irreversibile. Tuttavia, ciò che viene rilevato nel momento dell’accertamento è solo l’assenza di determinate funzioni, non la loro irreversibilità. In sostanza, la non-funzionalità non coincide necessariamente con l’irreversibilità e l’assenza di risposta non è di per sé prova di morte. C’è poi un secondo elemento che considero decisivo: se la morte cerebrale fosse semplicemente la constatazione scientifica di un fatto naturale, ci aspetteremmo criteri sostanzialmente universali per riconoscerla. Invece i protocolli differiscono fra i diversi Paesi: esami ritenuti indispensabili in un ordinamento non lo sono in un altro. Si arriva così al paradosso per cui la stessa condizione biologica può essere valutata attraverso criteri differenti a seconda del luogo in cui si trova il paziente. Ma la morte dovrebbe trovarsi nell’uomo, non nel protocollo utilizzato per dichiararla. Il libro ricostruisce inoltre la genesi storica del criterio. Il lettore potrà constatare che la morte cerebrale non nasce dalla scoperta di un nuovo segno biologico della morte, ma dall’esigenza, emersa con la rianimazione moderna, di ridefinire il confine tra vita e morte in una situazione completamente nuova. In questo processo la possibilità di disporre di organi ancora perfusi per i trapianti ha avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Infatti, gli organi vitali devono essere prelevati da un organismo nel quale circolazione, ossigenazione e metabolismo siano ancora sufficientemente conservati. In altri termini, il cosiddetto donatore deve essere ancora vivo. Ma l’aspetto più importante, e al quale è dedicata buona parte del libro, è antropologico. Con la morte cerebrale abbiamo attribuito ad alcune funzioni, in particolare quelle cerebrali, il potere di stabilire se quell’uomo esista ancora come vivente. È un cambiamento enorme, perché introduce una concezione funzionalista della persona: non conta più soltanto ciò che l’uomo è, ma ciò che è ancora capace di fare. È questo, in definitiva, l’inganno al quale allude il titolo: aver presentato come un'acquisizione scientifica ciò che costituisce invece una precisa scelta filosofica e antropologica. Per secoli la medicina ha riconosciuto la morte attraverso i segni della dissoluzione dell’organismo; con il criterio neurologico non ci si limita più a constatare la morte, ma si stabilisce quali funzioni debbano essere perdute affinché un essere umano possa essere considerato morto.” La dichiarazione di morte cerebrale è riconosciuta dalla comunità scientifica dal 1968 ed è alla base dell’autorizzazione al trapianto di organi. Lei ritiene che si dovrebbe cambiare la legge del 1993 che regolamenta i trapianti e in che modo, nel caso, si potrebbero tutelare quei malati che proprio nella possibilità di un trapianto ripongono le loro probabilità di sopravvivenza e di guarigione? “Occorre innanzitutto precisare che la legge 578 del 1993 non regolamenta propriamente i trapianti, ma l’accertamento e la certificazione della morte, stabilendo che essa ‘si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo’. La disciplina dei prelievi e dei trapianti è contenuta invece nella legge 91 del 1999, che non a caso richiama espressamente la legge del 1993. Detto questo, a mio avviso il problema è alla radice e precede la disciplina dei trapianti: consiste nell’aver assunto come morte dell’essere umano una condizione che non coincide con la morte biologica dell’organismo e la cui irreversibilità, come dicevo prima, rappresenta solamente un giudizio prognostico. È nel 1968, in effetti, che prende forma il criterio della morte cerebrale, ma il fatto che esso sia stato progressivamente accolto dalla comunità medico-scientifica non dimostra di per sé che corrisponda a una realtà biologica. La questione che pongo nel libro è proprio questa: il criterio della morte cerebrale è il risultato di una scoperta scientifica oppure è la risposta a precise esigenze che si sono affermate con la rianimazione e con la medicina dei trapianti? Se si ritiene, come sostengo nel libro, che l’equivalenza tra la perdita delle funzioni cerebrali e la morte dell’individuo sia scientificamente e antropologicamente infondata, allora è evidente che la legge dovrebbe essere radicalmente ripensata. Non si tratterebbe semplicemente di modificare qualche parametro o di rendere più rigoroso il protocollo, perché sarebbe il presupposto stesso a dover essere rimesso in discussione. Comprendo naturalmente il dramma di chi attende un organo e ripone nel trapianto una possibilità di sopravvivenza. Ma è proprio a questo punto che emerge una questione morale che non può essere aggirata: il diritto alla cura di un malato non può trasformarsi nel diritto a disporre del corpo di un altro essere umano se non abbiamo la certezza che quest’ultimo sia realmente morto. Non possiamo tutelare il ricevente sacrificando la tutela dovuta al donatore. La domanda, allora, non può essere soltanto: come salviamo chi aspetta un organo? Dobbiamo porne anche un’altra, troppo spesso lasciata sullo sfondo: chi tutela il donatore? E ancora: chi tutela chi versa in stato di incoscienza? Del resto, anche la rappresentazione del trapianto come soluzione definitiva meriterebbe maggiore cautela. Il trapianto può prolungare la vita e, in determinate condizioni, migliorarne la qualità, ma non equivale normalmente a una guarigione nel senso comune del termine: il ricevente rimane un paziente che necessita di controlli continuativi e, nella maggior parte dei trapianti di organi solidi, di terapia immunosoppressiva prolungata, con i relativi rischi di infezioni, neoplasie, tossicità farmacologica, rigetto e altre complicanze. È necessario ristabilire un ordine e una gerarchia: la medicina ha il compito di salvare una vita, ma non può farlo provocando o anticipando la morte di un’altra. O meglio, può farlo, ma se lo fa finisce per rinnegare gli stessi presupposti su cui si fonda.” Al di là delle motivazioni con cui lei attacca il concetto di morte cerebrale, lei ritiene che donare gli organi sia giusto? “In realtà non credo sia possibile rispondere a questa domanda ‘al di là’ delle motivazioni con cui contesto la morte cerebrale, perché sono proprio quelle motivazioni a determinare il giudizio morale sulla pratica del prelievo degli organi. Il prelievo da un essere umano realmente morto pone questioni di natura diversa, che meriterebbero una riflessione specifica. Ma se, come sostengo nel libro, il soggetto dichiarato cerebralmente morto è ancora biologicamente vivo, ci troviamo di fronte a un problema radicalmente diverso: non stiamo più discutendo genericamente se sia giusto o meno donare gli organi, ma se sia lecito provocare la morte di un essere umano attraverso il prelievo dei suoi organi vitali. Per questo ritengo impossibile separare le due questioni: prima di domandarci se sia giusto donare gli organi dobbiamo stabilire se colui dal quale intendiamo prelevarli sia realmente morto.” Che cosa ne pensa invece della disposizione che vieta di fare conoscere il nominativo di chi ha donato un organo a chi invece lo riceve? “È una questione sulla quale preferisco non esprimere un giudizio, perché riguarda le modalità con cui viene regolata la pratica dei trapianti, mentre la mia critica si colloca a monte e investe il suo stesso presupposto quando il prelievo avviene dopo una dichiarazione di morte cerebrale. Discutere se sia opportuno o meno che il ricevente conosca l’identità del donatore significherebbe entrare nel merito del funzionamento di un sistema del quale contesto proprio il fondamento.” Nel suo libro trova spazio anche una riflessione sull’eutanasia. In che modo questo tema si collega alla morte cerebrale? “Il legame tra morte cerebrale ed eutanasia è più profondo di quanto possa apparire, perché entrambe rimandano alla stessa trasformazione antropologica: il passaggio da una concezione dell’essere umano fondata su ciò che egli è a una concezione nella quale assumono un peso decisivo le funzioni che è ancora in grado di esercitare. Con la morte cerebrale questo passaggio è particolarmente evidente. Con l’eutanasia il percorso è differente, ma il presupposto antropologico è molto simile: una vita segnata dalla perdita dell’autonomia, della coscienza, della capacità di relazione o da una grave sofferenza può arrivare a essere considerata non più meritevole di essere vissuta. In entrambi i casi, quindi, il problema precede la singola pratica e riguarda la domanda fondamentale: che cosa rende indisponibile la vita umana? Se la sua dignità dipende dal semplice fatto di esistere, la perdita di determinate capacità non modifica il valore della persona; se invece facciamo dipendere quel valore dalle funzioni, inevitabilmente introduciamo una soglia oltre la quale l’essere umano diventa sacrificabile. Nel libro richiamo, a questo proposito, casi emblematici come quelli di Eluana Englaro e Terri Schiavo. Nessuna delle due era cerebralmente morta, e proprio per questo quei casi sono significativi: erano organismi umani viventi, ma la perdita della coscienza e della capacità di relazione divenne determinante nel giudizio sulla prosecuzione della loro esistenza, fino alla sospensione della nutrizione e dell’idratazione. È la stessa logica funzionalista che vediamo all’opera nella morte cerebrale portata oltre il confine della rianimazione: quando alcune funzioni diventano la misura della persona, la loro perdita finisce per incidere sul valore attribuito alla sua stessa vita. La morte cerebrale ha rappresentato, da questo punto di vista, un passaggio storico decisivo, perché ha contribuito a trasformare anche il rapporto della medicina con la morte, che non è più un evento biologico da riconoscere, ma una condizione definita attraverso criteri e protocolli stabiliti a tavolino. Nell’eutanasia si compie un ulteriore passaggio: la morte non viene più soltanto definita, ma può essere programmata e provocata all’interno della stessa pratica medica. È questo il filo che cerco di seguire nel libro: morte cerebrale ed eutanasia sono pratiche differenti, ma affondano le loro radici nella medesima rivoluzione antropologica, che ha trasformato l’uomo, inteso come unità inscindibile di anima e corpo, in un insieme di funzioni biologiche e cognitive, dalla cui permanenza finisce per dipendere persino il suo diritto a continuare a vivere.” Qual è la sua posizione su questo delicatissimo tema e come giudica la posizione dell’Italia, particolarmente prudente rispetto ad altri Paesi anche vicini? “La mia posizione deriva direttamente da quanto dicevo prima: se la vita umana possiede un valore indisponibile che non dipende dalle condizioni nelle quali si trova la persona, ritengo che non possa esistere un diritto a provocarne deliberatamente la morte, neppure quando ciò venga presentato come risposta alla sofferenza. L’esperienza dei Paesi nei quali l’eutanasia è stata legalizzata da più tempo dovrebbe inoltre indurci a riflettere su un fenomeno che considero particolarmente significativo: una volta introdotta un’eccezione al principio dell’indisponibilità della vita, i confini tendono progressivamente ad allargarsi. È un po’ come praticare un piccolo foro in una diga: inizialmente si assicura che l’apertura resterà circoscritta e rigorosamente controllata, ma una volta incrinato il principio che teneva insieme la diga diventa sempre più difficile arrestare la fuoriuscita dell’acqua. Non si tratta soltanto di un’ipotesi teorica. In alcuni Paesi l’eutanasia, inizialmente pensata soprattutto in relazione a situazioni cliniche estreme, è arrivata a comprendere anche casi riguardanti minori e persone affette da patologie psichiatriche. Il punto che mi interessa non è fare una contabilità dei casi, ma osservare il meccanismo culturale che si mette in moto: una volta ammesso che in determinate circostanze provocare la morte possa costituire una risposta terapeutica alla sofferenza, la discussione inevitabilmente si sposta dalle ragioni per cui non si debba uccidere alle condizioni nelle quali sia invece consentito farlo. L’Italia conserva ancora maggiori resistenze rispetto ad altri Paesi europei e l’eutanasia propriamente detta non è stata legalizzata. Tuttavia anche nella nostra diga sono stati praticati alcuni fori. La sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale ha individuato, a determinate condizioni, un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio. I limiti esistono ancora e la stessa Corte li ha successivamente ribaditi, ma il principio secondo cui l’ordinamento debba sempre proteggere la vita anche della persona che chiede di morire non è più integro. In sostanza, le condizioni possono cambiare, i requisiti possono essere ampliati o ristretti e le procedure possono diventare più o meno rigorose, ma il passaggio fondamentale è già avvenuto quando si ammette per la prima volta che provocare o agevolare la morte di un essere umano possa, in determinate circostanze, entrare legittimamente nell’orizzonte della medicina e del diritto. Per questo sarei più cauto nel definire l’Italia come un Paese ‘prudente’: certamente esistono ancora degli argini, ma le crepe nella diga ci inducono a ritenere che prima o poi essa crollerà.” L’AUTORE - Alfredo De Matteo è nato a Roma nel 1968. Laureato in psicologia clinica, opera professionalmente nel settore turistico. Esperto di questioni bioetiche, ha collaborato con diverse agenzie di informazione cattolica. Attualmente scrive per la testata giornalistica Renovatio 21 ed è membro della Confederazione dei Triarii. Autore di oltre trecento pubblicazioni tra articoi e saggi, partecipa regolarmente come relatore a conferenze e dibattiti, con particolare riguardo ai temi dell'aborto e della morte cerebrale. Questo volume rappresenta la sua opera d'esordio.
Autore: AGENZIA DIRE • 4 novembre 2026
Il Presidente ha (ri)postato l'immagine su Truth, preannunciando una contrapposizione con il nuovo Congresso a guida Dem ROMA – Un cappellino rosso, come quelli resi celebri dallo slogan Make America Great Again, ma con la scritta “Veto”. Una scelta significativa quella del presidente Usa Donald Trump, che ha postato l’immagine su Truth Social dopo le elezioni di metà mandato che hanno tolto ai suoi repubblicani il controllo dei due rami del Congresso.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE • 4 novembre 2026
In occasione del 4 novembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio al Ministro della Difesa, Guido Crosetto, per celebrare la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate , sottolineando l'importanza di questa ricorrenza nell'anno dell'ottantesimo anniversario della scelta repubblicana da parte del popolo italiano. Nel testo diffuso dal sito ufficiale del Quirinale , il Capo dello Stato ha evidenziato come il giuramento di fedeltà delle Forze Armate si nutra dei principi della Costituzione. Questo patrimonio di valori ha l'obiettivo di unire la memoria storica del passato alla speranza per il futuro, affinché le atrocità delle guerre mondiali non si ripetano. Mattarella ha richiamato il coronamento del sogno risorgimentale di un'Italia unita, indipendente e libera, e il successivo cammino della lotta di Liberazione che ha garantito democrazia al Paese e un ruolo autorevole a livello internazionale basato su una politica di pace e cooperazione.  Il messaggio affronta l'attuale scenario internazionale, definendolo di particolare complessità. Il Presidente ha lodato l'impegno quotidiano dei militari italiani proiettati all'estero per salvaguardare la pace e presidiare le aree critiche per la sicurezza e la prosperità nazionale, nel pieno rispetto del diritto internazionale. Accanto ai conflitti tradizionali che insanguinano il mondo e l'Europa, Mattarella ha infine messo in guardia dalle nuove minacce nei domini emergenti, tra cui la disinformazione diffusa, la competizione nello spazio, la dimensione cibernetica e l'uso pervasivo dell'intelligenza artificiale e dei sistemi autonomi.
Autore: AGENZIA DIRE ore: 07.47 • 4 novembre 2026
Trump è l'ottavo nella storia. E dal 1945 a oggi, in cinque occasioni su sei il partito del presidente uscente al secondo mandato ha perso le presidenziali due anni dopo ROMA – Perdere le elezioni di metà mandato non pregiudica la conquista o la conferma della Casa Bianca: i numeri della storia politica americana escludono qualsiasi automatismo tra i risultati del Midterm e le presidenziali di due anni dopo . Non solo: la conquista della maggioranza alla Camera dei rappresentanti e al Senato è un passaggio che ha diversi precedenti nella storia politica americana : in più occasioni le elezioni di metà mandato hanno privato il presidente della maggioranza parlamentare, consegnando entrambe le Camere all’opposizione. È accaduto nel 1946, quando i repubblicani conquistarono Camera e Senato durante la presidenza del democratico Harry Truman . Nel 1954, sotto il repubblicano Dwight Eisenhower , furono invece i democratici a riprendersi il controllo di entrambi i rami del Congresso. Lo stesso scenario si ripeté nel 1994, quando la cosiddetta “rivoluzione repubblicana” portò il partito di opposizione a conquistare entrambe le Camere durante la presidenza di Bill Clinton . Nel 2006, infine, i democratici strapparono Camera e Senato ai repubblicani di George W. Bush . Ci sono poi i casi in cui il partito del presidente controllava già una sola Camera e ha perso anche quella. Nel 1986, durante la presidenza di Ronald Reagan , i democratici, già maggioranza alla Camera, conquistarono anche il Senato, fino ad allora controllato dai repubblicani. Nel 2014, con Barack Obama alla Casa Bianca, i repubblicani, già maggioranza alla Camera dal 2010, conquistarono anche il Senato, assumendo il controllo dell’intero Congresso. C’è infine un precedente lontano. Risale al 1878, durante la presidenza di Rutherford Hayes . I democratici, che controllavano già la Camera dal 1874, conquistarono anche il Senato, assumendo così il controllo dell’intero Congresso. Guardando più in là, alla ricaduta di questi risultati sulle prossime presidenziali: per Donald Trump , giunto al suo secondo mandato presidenziale (dopo il quadriennio 2017-2021 e la rielezione nel 2024), non si pone il tema di una ricandidatura nel 2028 , categoricamente preclusa dal Ventiduesimo Emendamento.  Dal 1945 a oggi, nei sei casi in cui un presidente era a fine corsa al secondo mandato, 5 su 6 il partito al potere ha perso le presidenziali due anni dopo (nel 1952, 1960, 2000, 2008 e 2016) . L’unica eccezione del dopoguerra è rappresentata da George H.W. Bush , che nel 1988 mantenne la presidenza per il GOP dopo gli otto anni di Ronald Reagan. TRA PRIMO E SECONDO MANDATO PRESIDENZIALE La musica cambia radicalmente se si guarda invece ai presidenti al loro primo mandato: in quel caso, i registri dell’Office of the Historian documentano come una sconfitta a metà percorso abbia spesso fatto da trampolino a una conferma trionfale. Nei dieci casi in cui un presidente in carica ha registrato una perdita di seggi alla Camera durante il suo primo midterm e si è poi ricandidato due anni dopo, sei sono stati rieletti per un secondo mandato (il 60%) , contro sole quattro bocciature. · Harry S. Truman (1946-1948): Nel 1946 i Democratici persero 56 seggi alla Camera e 12 al Senato. Nel 1948 Truman vinse la rielezione contro Thomas Dewey con 303 grandi elettori. · Dwight Eisenhower (1954-1956): Perse la maggioranza alla Camera (-18 seggi) nel 1954. Nel 1956 ottenne il secondo mandato con il 57,4% del voto popolare e 457 grandi elettori. · Richard Nixon (1970-1972): Perse 12 deputati nel 1970. Nel 1972 venne confermato vincendo in 49 Stati su 50 (520 grandi elettori). · Ronald Reagan (1982-1984): Nel 1982 il GOP perse 26 seggi alla Camera. Nel 1984 Reagan fu rieletto conquistando 49 Stati e 525 grandi elettori. · Bill Clinton (1994-1996): Perse 54 seggi alla Camera e 8 al Senato nel 1994. Nel 1996 vinse il secondo mandato contro Bob Dole con 379 grandi elettori. · Barack Obama (2010-2012): Sconfitto nel 2010 con la perdita di 63 deputati e 6 senatori. Nel 2012 ottenne la rielezione contro Mitt Romney con 332 grandi elettori. I QUATTRO CASI DI BOCCIATURA Soltanto quattro presidenti dal dopoguerra hanno mancato la rielezione dopo una battuta d’arresto al midterm: · Gerald Ford (1974-1976): Perse 48 seggi alla Camera nel 1974 post-Watergate; fu battuto da Jimmy Carter nel 1976 (240 grandi elettori a 297). · Jimmy Carter (1978-1980): Perse 15 deputati nel 1978; fu sconfitto da Ronald Reagan nel 1980 (44 grandi elettori a 489) con inflazione al 13,5% e la crisi degli ostaggi a Teheran. · George H.W. Bush (1990-1992): Cedette 8 seggi alla Camera nel 1990; fu battuto nel 1992 da Bill Clinton (168 grandi elettori a 370). · Donald Trump (primo mandato, 2018-2020): Perse 41 seggi e la maggioranza alla Camera nel 2018; fu sconfitto da Joe Biden nel 2020 (232 grandi elettori a 306), prima della rielezione non consecutiva del 2024. Esclusi dalla ‘classifica’ George W. Bush , che nel 2002 guadagnò 8 seggi alla Camera prima della rielezione del 2004, e i presidenti Lyndon B. Johnson nel 1968 e Joe Biden nel 2024, che non si candidarono per un secondo mandato pieno.
Autore: AGENZIA DIRE ORE: 07.54 • 4 novembre 2026
Tutti gli aggiornamenti sull'Election Day ROMA – Alle elezioni di Midterm i Democratici hanno conquistato il controllo della Camera (prevedibile) e del Senato (molto meno), infliggendo una clamorosa sconfitta al Presidente Trump. I Repubblicani hanno perso anche in Stati a lungo considerati roccaforti rosse. Trump ha dichiarato di essere “assolutamente disposto ad accettare i risultati” e di essere pronto a collaborare con i Democratici. Tutti gli aggiornamenti man mano che arrivano. 7:50 – MUSK: STAVOLTA LASER SPAZIALI NON HANNO FUNZIONATO Anche Elon Musk incassa il colpo delle elezioni di metà mandato. E ammette la sconfitta elettorale dei Repubblicani a modo suo, con una battuta sulle teorie del complotto. “Immagino che i miei laser spaziali per interferire con le elezioni stavolta non abbiano funzionato”, ha scritto il miliardario patron di Tesla e SpaceX sul suo social network X. 7:20 – TRUMP ACCUSA I CANDIDATI REPUBBLICANI Alcuni candidati repubblicani in lizza “avrebbero potuto fare di meglio”. Lo ammette il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un’intervista al Wall Street Journal. Davanti alla sconfitta, l’analisi del capo della Casa Bianca punta sulle scelte dei singoli: “ Alcuni di loro avevano molti difetti e, ovviamente, non erano accettabili per gli elettori “. Riguardo ad alcuni dei candidati sostenuti in prima persona dallo stesso Trump, come la senatrice repubblicana della Carolina del Sud Darline Graham e il procuratore generale del Texas Ken Paxton (sconfitto nella corsa al Senato statale dal democratico James Talarico), spiega: “Ho cercato di aiutarli. Darline ha lavorato molto duramente, hanno lavorato sodo. Ma nessuno dei due ce l’ha fatta”. Il presidente, quindi, afferma di voler collaborare con i democratici, ricordando di potere fatto ricorso al suo “potere di veto” se necessario. “Penso che lavoreremo con i democratici e andremo molto d’accordo con loro. Se così non fosse, saremmo molto duri con loro, e loro saranno molto duri con noi”, osserva. 6:55 – OBAMA: AMERICANI HANNO SCELTO LA POLITICA CHE UNISCE “Stasera, il popolo americano ha inviato un messaggio chiaro: desidera una politica che unisca le persone anziché dividerle, e leader che offrano soluzioni concrete alle sfide che devono affrontare”. Lo scrive sul social X l’ex presidente Usa Barack Obama. “Questi risultati- sostiene- sono stati possibili solo grazie a candidati eccezionali che si sono presentati in ogni regione del paese, anche in aree un tempo considerate improbabili. Provenivano da contesti diversi e rappresentavano una varietà di prospettive politiche, ma erano uniti da valori condivisi, dalla fede nel servizio pubblico e dall’impegno a mettere al primo posto i cittadini dei loro distretti e stati”. “Sebbene questa amministrazione abbia ancora due anni di mandato- conclude poi Obama- il nostro compito ora è rimboccarci le maniche, apportare cambiamenti ovunque ne abbiamo il potere, prevenire ulteriori danni e gettare le basi per il futuro”. 6:51 – GHALIBAF: GLI AMERICANI HANNO DETTO NO ALLA GUERRA Gli americani hanno detto no alla guerra: questa la lettura del voto di midterm da parte del capo negoziatore dell’Iran nei colloqui con gli Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf. La sua presa di posizione è stata diffusa con un post sul social X. “Per convinzione o a causa del costo della vita”, ha scritto Ghalibaf, “gli americani hanno detto no alla guerra e noi condividiamo questo messaggio”. 6:50 – TRUMP MISTER VETO Un cappellino rosso, come quelli resi celebri dallo slogan Make America Great Again, ma con la scritta “Veto”. Una scelta significativa quella del presidente Usa Donald Trump, che ha postato l’immagine su Truth Social dopo le elezioni di metà mandato che hanno tolto ai suoi repubblicani il controllo dei due rami del Congresso. 6:44 – TRUMP: GUERRA IN IRAN PARTE DEL PROBLEMA La guerra in Iran è stata in parte responsabile delle sconfitte repubblicane alle elezioni di metà mandato. Lo ha detto il presidente americano Donald Trump, ribadendo però in una intervista al Wall Street Journal di non rimpiangere di aver cominciato il conflitto nel 2026. “L’Iran è stato una parte del problema”, ha risposto Trump alla domanda se la guerra avesse contribuito alla performance dei repubblicani alle elezioni. 6.22 – ELETTA PRIMA GOVERNATRICE NATIVA AMERICANA La notte dell'”ondata blu” dei democratici contro Donald Trump c’è un’altra “prima volta”. E’ quella di Deb Haaland , la prima donna nativa americana eletta governatrice negli Stati Uniti. Sarà alla guida del New Mexico. “Stasera avete fatto la storia”, si è rivolta la neo-governatrice ai suoi sostenitori commentando la sua vittoria sui social. 5.36 – MAGGIORANZA DEMOCRATICA SIA A CAMERA CHE A SENATO I democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso: il dato emerge dall’esito della competizione nell’Iowa , un altro Stato dove il candidato repubblicano per il Senato è stato sconfitto.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE • 3 novembre 2026
L’Ippodromo Sant’Artemio di Treviso inaugura il suo penultimo mese di attività dell’anno con un appuntamento di altissimo livello tecnico e strategico. La giornata di corse di mercoledì 4 novembre sarà infatti preceduta da un’importante conferenza stampa istituzionale, volta a presentare la straordinaria giornata del prossimo 15 novembre, data in cui l’ippodromo della Marca ospiterà ben quattro attesissime corse di Gruppo. Il convegno di questo mercoledì si preannuncia quanto mai equilibrato e spettacolare, caratterizzato da ben tre prove centrali con identica dotazione economica. Un palinsesto di alto livello per soggetti indigeni ed europei che ha richiamato l'attenzione delle migliori scuderie e, in particolare, del Team Gocciadoro. Il top-driver Alessandro Gocciadoro sarà infatti l’autentico mattatore della giornata, impegnato alla guida di cinque effettivi: quattro allievi del proprio team e una monta da catch-driver, con prime chance nei tre clou del pomeriggio. Il debutto regale dei 2 anni Grande curiosità ed eccitazione per la prova riservata ai giovanissimi di due anni, tutti al debutto assoluto sulle piste. Senza riferimenti ufficiali in corsa, i fari sono puntati sulle genealogie d'eccellenza e sui responsi delle qualifiche, tra cui spicca il formidabile 16.1 fatto registrare da Litz Light . Sotto la lente d'ingrandimento anche Lavinia Blu Grif (figlia di Readly Express e Muscle Hill), che difende i colori della Scuderia Chelsea – reduce dal trionfo nel GP delle Nazioni a Milano con Free Time Jepson – e che, proprio come il campione di scuderia, è stata domata tra le mura del Sant'Artemio. I favori della vigilia si orientano verso l’allievo del collaudato team Romanelli/Vecchione/Zaccherini, mentre Gocciadoro salirà a sorpresa in sediolo a Liceo Rek per il training di Lorenzo Baldi. Incroci e incognite sul doppio chilometro per i 3 anni Sulla distanza selettiva dei 2060 metri si sfideranno i soggetti di tre anni (con somme vinte da 3mila a 16mila euro). Una corsa che si preannuncia tattica e aperta a qualsiasi risultato a causa di alcune incognite legate alla regolarità dei partecipanti. Chi riuscirà a garantire un percorso netto disporrà di chance evidentissime: in prima linea per il successo si candidano senza dubbio Imperial Dance , guidato da Alessandro Gocciadoro, e Immensia , affidata alle mani di Manuel Pistone. Velocità e qualità nel miglio per i 4 anni A completare il trittico delle grandi prove del pomeriggio sarà il miglio riservato ai quattro anni (con guadagni compresi tra i 10mila e i 25mila euro). Anche in questo contesto, la presenza e le scelte strategiche degli allievi del Team Gocciadoro sposteranno pesantemente gli equilibri del pronostico, garantendo uno spettacolo agonistico ai massimi livelli della programmazione ordinaria nazionale. L'appuntamento per tutti gli appassionati e gli addetti ai lavori è fissato per mercoledì 4 novembre al Sant’Artemio, per una giornata che farà da perfetto trampolino di lancio verso i grandi eventi del 15 novembre.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE • 3 novembre 2026
Otto appuntamenti in cartellone fino al 17 maggio 2027: un viaggio musicale tra i grandi classici e le nuove sonorità. Prende ufficialmente il via giovedì 12 novembre alle ore 20:00 la nuova Stagione dei Concerti del Teatro Regio di Torino. Il prestigioso cartellone per l'anno 2026/2027 si articolerà in otto imperdibili appuntamenti , pronti a unire la tradizione dei grandi capolavori classici alle suggestioni delle nuove sonorità contemporanee, accompagnando il pubblico fino al concerto conclusivo del 17 maggio 2027.  Il ricco programma vedrà come assolute protagoniste le eccellenze musicali del Teatro: l’ Orchestra del Teatro Regio , affiancata in un appuntamento speciale dal Coro e dal Coro di voci bianche , e la Filarmonica TRT . La stagione si preannuncia come un percorso artistico di altissimo livello, pensato per celebrare la grande musica e offrire agli spettatori serate di intensa emozione e scoperta.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE • 3 novembre 2026
Dal 7 al 21 novembre, il Teatro alla Scala di Milano ospita un dittico straordinario che unisce due giganti della coreografia del Novecento sulle note di Igor Stravinskij. Il Teatro alla Scala si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi della stagione di balletto. Dal 7 al 21 novembre andrà in scena lo straordinario dittico che unisce le firme di due pilastri della storia della danza mondiale, George Balanchine e Pina Bausch, legati dal genio musicale di Igor Stravinskij. Protagonista assoluto della produzione sarà l'Étoile Roberto Bolle, che torna a interpretare il ruolo di Apollo, pietra miliare del neoclassicismo di Balanchine. Un personaggio che l'artista affronta oggi con una consapevolezza del tutto nuova: «Lo interpreto da trent'anni ha dichiarato Bolle ma ora lo affronto con un'altra maturità, artistica e personale». Lo spettacolo rappresenta un viaggio artistico di profondo contrasto e assoluta bellezza. La prima parte della serata vedrà l'essenzialità geometrica, la purezza e il rigore di Apollo di Balanchine, mentre la seconda metà sarà dedicata alla potenza viscerale, terrena e rivoluzionaria de Le sacre du printemps (La sagra della primavera) nella celeberrima e iconica versione coreografica di Pina Bausch. L'anello di congiunzione di questi due mondi così distanti e affascinanti è la musica di Igor Stravinskij, capace di ispirare l'ordine apollineo da un lato e la forza primordiale del sacrificio dall'altro. Le recite si svolgeranno presso il Teatro alla Scala dal 7 al 21 novembre 2026. I biglietti e le informazioni di dettaglio sono disponibili presso i canali ufficiali del Teatro.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE • 3 novembre 2026
Il Torino Film Festival annuncia un eccezionale ospite internazionale per la sua 44esima edizione: John Travolta sarà a Torino per presentare in anteprima italiana Propeller One-Way Night Coach , la prima opera cinematografica che lo vede impegnato dietro la macchina da presa. L'attore americano, icona globale e tra i volti più celebrati della storia del cinema, accompagnerà la pellicola in un appuntamento attesissimo da pubblico e critica. Due volte candidato al Premio Oscar, vincitore del Golden Globe e dell'Emmy Award, e già insignito della Palma d'Oro onoraria al Festival di Cannes, Travolta sceglie la kermesse torinese per il debutto italiano del suo primo film da regista.  Il 44esimo Torino Film Festival si svolgerà dal 24 novembre al 2 dicembre 2026 , confermandosi un punto di riferimento centrale nel panorama cinematografico internazionale.
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