APERTURA CALCIO MERCATO PARLA LUCIANO MOGGI

Calciomercato 2026: L'Intervista a Luciano Moggi in esclusiva a Rolando Luzi
Direttore, siamo all’apertura della sessione invernale 2026. Che mercato dobbiamo aspettarci in un’Italia che fatica ancora a ritrovare il dominio europeo?
«Guardi, il mercato non è fatto solo di soldi, ma di idee. Oggi vedo troppi dirigenti che comprano i giocatori con l'algoritmo. Ma l’algoritmo non ti dice se un ragazzo ha gli attributi per giocare a San Siro o allo Stadium. Il mercato del 2026 è figlio della fretta: si prendono giocatori a fine carriera o scommesse estere sperando nel colpo di fortuna. Ma la fortuna nel calcio non esiste, esiste la competenza.»
La Juventus di Luciano Spalletti è a un bivio. Dopo un anno e mezzo di progetto, manca ancora qualcosa per il definitivo salto di qualità. Cosa farebbe lei oggi?
«La Juve è in una fase di ricostruzione eterna, e questo non va bene. Luciano Spalletti ha buone idee, ma l'allenatore da solo non fa miracoli. Se non ha dietro una società che "mastica" calcio e che sa farsi sentire nelle sedi opportune, i risultati tardano. Per il 2026 serve un centrocampista che sappia comandare, un leader. Oggi vedo troppi comprimari e pochi capi. Alla Juve non serve un giocatore bravo, serve un giocatore da Juve.»
Si parla molto di possibili cessioni illustri per finanziare il mercato in entrata. È la strategia corretta?
«Vendere i migliori per comprare tre o quattro giocatori mediocri è l'errore più grande che si possa fare. Io ho venduto Zidane, è vero, ma sapevo già chi avrei preso per rinforzare tre reparti e vincere subito. Se oggi vendi un pezzo pregiato, spesso lo fai per tappare i buchi in bilancio, non per rinforzare la squadra. Così non si va da nessuna parte.»
L’Inter continua a muoversi con i parametri zero, il Milan punta sui giovani. Chi sta lavorando meglio?
«Marotta sa il fatto suo, conosce l'ambiente e sa muoversi sottotraccia. Ma attenzione, perché a furia di parametri zero l'età media si alza e prima o poi il conto arriva. Il Milan ha talento, ma manca di continuità. Nel 2026 vincerà chi avrà il coraggio di investire sugli italiani bravi. Ce ne sono pochi, ma vanno presi subito, prima che scappino all'estero.»
Un consiglio per i tifosi che sognano il grande colpo a gennaio?
«Non fatevi incantare dai nomi sui giornali. Il vero colpo di mercato è quello che non fa notizia subito, ma che ti fa vincere le partite a maggio. Il calcio è cambiato, è diventato un'industria, ma il campo resta verde: lì non contano i follower, conta chi corre e chi sa trattare il pallone. Se una società non capisce questo, continuerà a fare mercati di riparazione che non riparano nulla.»
Direttore Moggi, il calcio moderno si affida sempre di più ai "dati" e agli algoritmi per scovare talenti e chiudere affari. Lei cosa ne pensa di questa tendenza?
«Penso che stiamo snaturando la bellezza del nostro mestiere. Gli algoritmi li lascio a chi gioca alla PlayStation. Il calcio non è matematica, è passione, è occhio, è intuito. Un computer non ti dice se un ragazzo ha il fegato per reggere la pressione di uno stadio che fischia.»
Quindi, secondo lei, questi strumenti sono completamente inutili?
«Utili? Fanno comodo a quei dirigenti che hanno paura di prendersi le responsabilità. Si nascondono dietro a un foglio stampato dal computer. "L'algoritmo dice che corre tanto", e poi magari la palla gliela devi dare con il contagocce. Io ho sempre preferito guardare il giocatore negli occhi, parlare con la famiglia, capire che tipo di persona è prima ancora che atleta.»
Molti club, soprattutto all'estero, ottengono ottimi risultati con l'analisi dei dati avanzata...
«Sì, e quanti ne sbagliano? Quelli non li dicono mai. Il problema è che i numeri ti dicono quante volte un giocatore tocca la palla o quanti chilometri fa, ma non ti dicono se è un leader, se sa caricare i compagni, se ha la mentalità vincente. Tutte cose che fanno la differenza tra un buon giocatore e un campione.»
Il suo metodo, basato sull'esperienza e l'intuito, è ancora applicabile nel calcio di oggi?
«Il mio metodo è l'unico che funziona per davvero. I risultati della mia gestione parlano chiaro. L'esperienza non si compra su internet. Faccio un esempio: io vedevo un giocatore in Serie B e capivo se poteva giocare la Champions. L'algoritmo te lo dice solo dopo che l'hai comprato e ha fallito. La differenza è tutta qui.»
Un consiglio per i giovani dirigenti che si approcciano a questo mondo?
«Di staccare la spina dal computer e di andare sui campi di provincia, a vedere le partite vere. Di sporcarsi le scarpe. Il calcio si impara guardando i piedi e la testa dei giocatori, non guardando un grafico a barre.»
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