La labile frontiera tra racconto e poesia
Giovanni Fierro passa al setaccio i piccoli e grandi interrogativi della quotidianità e dello stare al mondo: lo fa ne “Il giorno prima”, intensa opera nella quale la scrittura diventa strumento di orientamento e riconoscimento.
Un’opera prima di narrativa che utilizza la difficile forma del racconto per scoprire le tensioni dell’intimità e per cercare di trovare un senso allo stare al mondo e una risposta ai piccoli e grandi interrogativi della vita quotidiana.
È la raccolta di racconti “Il giorno prima” (Qudulibri edizioni) del goriziano Giovanni Fierro, che con un linguaggio delicato, preciso e in qualche modo sospeso consegna al lettore storie autentiche, che fanno vibrare corde nascoste della propria anima, in una circolarità di scrittura che trova senso compiuto nel suo ondeggiare tra passato, presente e futuro.
La tua prima silloge poetica è del 2004 e nel corso degli anni ci sono state molte altre pubblicazioni. Quando hai incontrato il genere del racconto e cosa ti ha spinto a scrivere la raccolta “Il giorno prima”?
“Dopo la raccolta poetica ‘Il riparo che non ho’ ho avvertito il bisogno di un cambiamento. Pur piacendomi quello che di nuovo stavo scrivendo, mi ero reso conto di stare in uno scrivere consolidato, una comfort zone che mi proteggeva, che mi limitava. Quindi, se volevo crescere come autore, non potevo far altro che scardinarla, rinunciare a ciò che avevo acquisito ed aprire una nuova finestra nello spazio della mia scrittura, per farla respirare di più.
Così ho iniziato ad allungare il verso, a permettere al mio fare poesia di avere un respiro più ampio, più narrativo. E questo ha combaciato con il progetto ‘Gorizia On Off’, ovvero i testi dedicati alla mia città, che per un anno intero ho scritto ogni giovedì, e pubblicato alle 10.20 sul mio profilo Facebook.
Da lì è stato poi naturale proseguire nella costruzione di veri e propri racconti, seppur brevi, che mi hanno portato a una nuova concezione dello scrivere. Raccontare una storia, creare dei personaggi, affidare loro quel qualcosa che cerco sempre di dire.”
Quanto di poetico, secondo me molto, c’è nella tua raccolta di racconti ed è possibile tracciare una linea di confine tra poesia e racconto?
“Rimango comunque un autore che è nato e cresciuto con la poesia. Penso sia la radice più profonda del mio scrivere, nella quale mi identifico, in cui cerco e in cui alcune volte mi trovo e mi riconosco.
Penso quindi che il respiro poetico contraddistingua i racconti de ‘Il giorno prima’. Non solo nella scrittura, nelle atmosfere che ho cercato di evocare, ma anche nella dimensione poetica come possibilità per i vari protagonisti di vivere in modo più completo ed articolato, e di sicuro più problematico, il loro stare al mondo, il loro quotidiano.
Di certo la poesia non salva, ma permette un vivere più interessante, più intenso.
Un punto di riferimento, da sempre, per me è Raymond Carver. Di lui mi è sempre piaciuto che alcuni suoi racconti siano delle poesie, e che alcuni sue poesie siano in verità dei racconti. Questa mi ha sempre affascinato, e mi ha da subito liberato da ogni restrizione di forma espressiva, da ogni omologazione di formato.
L’unica cosa che posso dire è che io sono ogni poesia che scrivo, e ogni poesia che scrivo è me, c’è un’adesione completa, assoluta; e che sono ogni racconto che scrivo, ma ogni racconto che scrivo non sono io. È un qualcosa d’altro, che si discosta, che ha di sicuro più libertà.
Perché la poesia ti mette spalle al muro, ti fa rinunciare ad ogni protezione, non concede riparo. Il racconto ti permette, attraverso i protagonisti delle varie storie, di avere un filtro, di avere una distanza di sicurezza dalla quale poter creare ciò che accade sulla pagina.”
Continuando a parlare, ma su un piano più reale, di linea di confine, quanto e come il tuo essere goriziano, a pochi passi dalla Slovenia e con una città spezzata in due dal 1947, influenza la tua scrittura?
“Il paesaggio in cui si nasce inevitabilmente fa parte della tua identità. Diventa la geografia del tuo quotidiano, tanto in forma conscia quanto inconscia. Aver vissuto a lungo su di un confine che era un taglio, una divisione, che ti diceva fino a qui tutto è conosciuto e vivibile (il mondo occidentale) e di là invece c’è un vuoto, c’è un qualcosa che può essere pericoloso (la Yugoslavia e la parte comunista dell’Europa) di certo ha segnato il vissuto di ognuno di noi.
Ma ci ha anche permesso di scardinare tutto questo, costruendo vicinanze con persone che vivevano (vivono) al di là di quel confine che era davvero una separazione, una dichiarazione di intenti, a cui in qualche modo eri invitato ad obbedire.
Ecco, penso che la mia scrittura in qualche modo cerchi sempre di trasformare il concetto di confine in una trama di frontiera, in qualsiasi ambito lo scrivere ponga la sua attenzione.
È il trasformare quindi un qualcosa che taglia e separa, in un qualcosa che invita all’andare incontro, agli altri ma anche a se stessi, il creare una vicinanza, direi. Cosa questa che si fa sempre di meno, nella nostra società contemporanea.”
La tua raccolta di racconti narra, in un’atmosfera tanto accurata quanto sospesa, momenti di quotidianità e si sofferma sui piccoli e grandi interrogativi dell’esistenza. Qual è, per il tuo essere che cerca risposte, il ruolo della scrittura?
“Sono proprio quei momenti di quotidianità e quei piccoli interrogativi (ancor più di quelli grandi…) a costruire e influenzare lo stare al mondo di ognuno di noi.
Arrivare a fine mese, pagare le bollette, riempire il frigorifero… ma anche avere qualcuno/qualcuna da abbracciare, conoscere l’ascolto altrui e offrire il proprio, riconoscere un momento di gioia e viverlo appieno, ma anche accettare un momento di sconforto e rispettarlo per poterlo affrontare…
Questa penso sia la mappa in cui ognuno di noi si trova coinvolto, giorno dopo giorno.
E la scrittura è uno strumento in più per orientarsi, per tracciare un percorso, per riconoscerlo o per inventarlo. Scrivere ti permette di non accontentarti del prevedibile, del già mappato, del già conosciuto.
La scrittura però si nutre di domande, costruisce domande. È la parte più faticosa, certo, a volte anche dolorosa. Ma penso sia l’unica forza che ti possa dare coraggio e determinazione quando le risposte non ci sono, quando non sei capace di individuarle o di dare loro una forma.
La poesia e la narrativa sono questa possibilità in più per avere più momenti la cui intensità ti permette di stare al centro di un accadere, dove essere protagonisti e sicuri di non sgualcire il proprio tempo mortale.”
In più racconti affronti il tema della felicità. Che definizione e valore dai alla felicità e come la si può cercare?
“La domanda delle domande… Da cui in qualche modo mi svincolo, dicendo che penso sia già importante e fondamentale accorgersi e riconoscere i momenti in cui la gioia si esprime.
E per questo penso sia necessario una educazione allo stupore e alla sorpresa.
L’essere disponibili a riconoscere l’attimo in cui sta succedendo qualcosa di speciale, quel qualcosa che riempie il petto, fa diventare il tuo respiro più prezioso, dona alla parola che stai dicendo o che dirai il peso specifico dell’universo che si manifesta, e che sa indicare il silenzio quando è un luogo che tutto contiene e protegge. Poi per la felicità ci sarà altro tempo, che forse non sarà neanche più necessario….
Perché in fondo la gioia è luogo fragile ma abitato, la felicità è spazio grandioso ma solitamente poco popolato.”
L’AUTORE - Giovanni Fierro è nato nel 1968 a Gorizia, dove vive.
Ha pubblicato le raccolte di poesia “Lasciami così” (Sottomondo 2004), “Il riparo che non ho” (Le Voci della Luna 2011, Premio Ultima Frontiera Volterra), “Gorizia On/ Off” (Qudu 2017) e la plaquette “Oleandro e garaža” (Qudulibri 2015).
Nel 2022 ha pubblicato anche il volume di testi “Di questa città” (Qudulibri 2022), con i disegni di Nicola Montemorra.
A fine 2024 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il giorno prima”, edita da Qudulibri.
Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca.
È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco, macedone e friulano.
È responsabile della rivista mensile online “Fare Voci” e della collana di poesia “Gorizia Most” dell’editore Qudulibri.
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