La perfezione dell’istante
Nella raccolta di racconti “Ultima notte a Riccione” Marco Canonico conduce il lettore in un viaggio nelle emozioni umane, narrando storie di vite sfiorate e comunque protese verso il futuro.
Sapienti pennellate di parole, a fissare sulla carta paesaggi marini crepuscolari, viaggi in treno tra speranze ed evasioni, incontri effimeri che si desidera, forse, prolungare.
La raccolta di racconti “Ultima notte a Riccione” (Tevere edizioni) di Marco Canonico sorprende il lettore per il suo stile tanto semplice quanto curato, come del resto è necessario quando ci si cimenta con un genere letterario che per molti, compresa chi scrive, è complesso e sfaccettato. Come condensare in poche decine di pagine una storia, come far sì che il lettore si affezioni ai protagonisti e alla trama, come dare unitarietà al testo complessivo? Sono interrogativi che si pongono con ancora maggiore vigore quando le pagine del singolo racconti non sono decine, ma tre o quattro, massimo cinque, come nel libro di Marco. E allora si arriva a chiedersi se le domande siano ben poste, se la logica del racconto breve, la sua bellezza e capacità di catturare il lettore non debbano essere cercate in altro.
Queste le premesse del primo quesito per Marco: cosa ti ha spinto a prediligere il racconto breve e quali potenzialità e sfide gli riconosci?
“Ho scelto il genere del racconto, e in particolare del racconto breve, perché credo fermamente che ‘non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi’. Per me, la scrittura non deve necessariamente dipanarsi in trame elaborate per colpire nel segno; al contrario, preferisco operare come un fotografo che cerca di cogliere l’istante prima che la luce cambi. La sfida più grande è stata proprio quella di rinunciare agli ampi spazi descrittivi per concentrarmi sull’essenziale, lasciando emergere il ‘non detto’ e il ‘fuori campo’. Prediligo questa forma perché permette di caricare di un immenso peso simbolico i dettagli minimi e i gesti quotidiani, come una sigaretta condivisa o un dialogo interrotto. La potenzialità che riconosco al racconto breve è la sua capacità di generare un’eco: è un’opera che si legge d’un fiato ma che deve continuare a risuonare a lungo nel lettore, proprio come certe notti che sembrano finite e invece ti restano addosso.”
Qual è il filo che cuce assieme questi tuoi racconti e li dispone nell’ordine del libro?
“Il filo che cuce insieme queste storie è una sospensione costante, un limbo esistenziale in cui i confini geografici, affettivi ed esistenziali si fanno porosi e sfumati. Ho disposto i racconti per creare una coralità di vite sfiorate, quasi tutte colte in quel tempo di passaggio tra i venti e i trent’anni. L’ordine non è casuale: volevo che il lettore attraversasse una sequenza di ‘fughe progettate e mai del tutto realizzate’ e di ‘ritorni’. C’è un tema sotterraneo, quasi filosofico, che unisce tutto: il divertissement. Le notti in discoteca o i drink sui marciapiedi non sono solo svago, ma tentativi di distrarsi dal senso profondo del vuoto e dalla vertigine della propria esistenza.”
I tuoi racconti sono una geografia dell’animo umano, cristallizzato in momenti fuggenti ma che segnano una svolta tra un passato e un futuro, ma anche una geografia di tanti luoghi italiani. Cosa c’è di autobiografico in questi racconti e quanti dei tuoi luoghi del cuore vi sono rappresentati?
“Sebbene nel libro specifichi che ogni riferimento sia frutto di una rielaborazione fantastica per dare veridicità ai racconti, è innegabile che vi sia una forte componente autobiografica legata alle atmosfere. I luoghi rappresentati sono la mia geografia del cuore: 1) La Milano estiva, pigra e ribollente di caldo. 2) La provincia industriale e notturna, fatta di discoteche, autogrill al neon e bar alla stazione. 3) I viali di Rimini e Riccione fuori stagione, quando l’odore della crema solare lascia spazio al silenzio e alla salsedine. 4) I paesaggi della Pianura Padana, con le sue atmosfere sospese e la sua nebbia. Questi spazi non sono semplici sfondi, ma riflettono l’inquietudine dei personaggi: un’Italia marginale, mai ‘da cartolina’, che somiglia alle borgate pasoliniane traslate in un tempo postmoderno.”
Tra le pagine del tuo libro serpeggia una nostalgia che pare, per così dire, strutturale, connessa all’essere umano, e che si associa però anche a una tensione verso il futuro e verso il cambiamento. Quanto questa nostalgia e questa tensione verso il futuro raccontano di te?
“La nostalgia che attraversa le pagine è effettivamente strutturale. Per me, è la ‘sostanza dei ricordi che sfumano’ e dei desideri che non trovano mai del tutto compimento. Racconta molto di me questa sensazione di essere sempre sul punto di perdere qualcosa, di vivere in un eterno presente che però è già gravato dal peso del passato. Al tempo stesso, c’è una tensione verso il futuro che si manifesta spesso come desiderio di fuga. Molti dei miei protagonisti sognano di ‘uscire da quel cerchio’, di rompere la routine delle scelte mancate. Questa dialettica tra il restare e il voler partire rispecchia la mia visione della vita a trent’anni: un momento in cui tutto sembra possibile, ma spesso ci si ritrova a ‘girare in tondo’.”
La tua vita è profondamente caratterizzata dall’amore per la scrittura e la lettura. Quando e dove è nato questo amore e che cosa suggeriresti a chi, magari un insegnante o un genitore, vuole insegnare a qualcuno come provare lo stesso amore?
“Il mio amore per la parola è nato dalla frequentazione di ‘maestri’ che hanno saputo raccontare il dolore lucido e la bellezza del quotidiano: Cesare Pavese, con la sua capacità di isolare l’attimo, e la grande letteratura americana di Raymond Carver o Richard Ford, da cui ho ereditato l’attenzione per i dettagli minimi. A chi desidera insegnare questo amore, suggerirei di non cercare ‘redenzioni facili’ o trame spettacolari, ma di educare allo sguardo preciso e partecipe. Direi a un genitore o a un insegnante di spingere i ragazzi a osservare ciò che resta sullo sfondo, l’invisibile. Bisognerebbe insegnare che scrivere e leggere non serve a evadere dalla realtà, ma a immergersi nel ‘fuori campo’ della vita, imparando a dare valore anche a un silenzio o a una partenza non annunciata.”
L’AUTORE - Marco Canonico è nato a Perugia il 22 aprile 1995. Laureato in Lettere classiche è grande amante del greco, del latino e di tutta la letteratura italiana. La sua opera prima è una raccolta di racconti dal titolo Le rivolte di Amore, pubblicata nel 2019. Sempre lo stesso anno si approccia alla poesia con la silloge Allucinazione, per poi proseguire con Oltre lo specchio, Fiorirò nel fuoco e Curiosa luce. Ha scritto anche saggi letterari.

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