La poesia che cura
Con la sua silloge, Patrizia Giacobbi cerca di elaborare una grave perdita, consegnando al lettore un messaggio universale dove l’assenza, anche grazie alla scrittura, diventa quotidianità.
Un cammino necessario e doloroso, nella speranza di capire, superare, rinascere. Forse semplicemente curare, senza possibilità di guarigione, ma cercando di trovare un equilibrio nel quale la perdita diventa nuova quotidianità e si riesce finalmente a conviverci.
È quello intrapreso da Patrizia Giacobbi nella sua commovente silloge poetica “Silenzio tra i vicoli” nella quale, con un linguaggio accessibile e di immediata empatia, racconta la perdita di suo marito Piero, diventato un “calmo respiro”, e la propria elaborazione del lutto, rivolgendogli parole d’amore e di complicità: “ti muovi con me/con il mio sorriso/con la mia ritrovata vita/se c’è stata resurrezione/tu sei rinato dentro di me/nei miei gesti/nelle mie parole/nella mia vita”.
Lo fa con parole tenere, delicate, intense, nelle quali il potere del silenzio si affianca a quello della scrittura, il tutto in un’ambientazione che a qualcuno potrebbe sembrare fiabesca mentre invece è “solo” Arrone, uno splendido borgo in provincia di Terni dove il tempo sembra essersi fermato, o almeno scorrere con un ritmo meno frenetico.
Il tuo libro di poesie è attraversato dal senso della perdita e da una difficile elaborazione del lutto. La scrittura, in particolare quella poetica, può avere una funzione curativa?
“Il libro nasce dalla necessità di esprimere, di esternare il dolore provato per la perdita di un uomo con il quale ho condiviso tutta la vita, fin dell'età del liceo, un dolore che ha spezzato profondamente il mio essere. Con la sua morte una parte di me è morta ma sono dunque dovuta rinascere per continuare a vivere. Certamente scrivere in questo caso ha avuto una funzione catartica importante, spesso scrivevo e piangevo fino a sentirmi spossata e un po' più leggera.”
Nello stesso tempo, il dolore che tu racconti è un dolore “comune”, nel senso che chiunque può ritrovarsi nelle tue parole. Questa constatazione può essere in qualche modo di aiuto a sentirsi meno soli?
“Il fatto che le mie parole possano essere di aiuto a chi si trovi ad attraversare un lutto mi conforta, mi fa capire quanta sofferenza ci sia ma non mi fa sentire meno sola. Mi addolora immensamente essere consapevole di non essere sola.”
Nonostante la malinconia e la nostalgia che pervade la tua raccolta, qua e là si intravedono degli sprazzi di sole, di speranza, di sorrisi. Che cosa ti dà gioia e propensione al futuro in questo momento?
“Il dolore ti fa apprezzare tristemente la vita, ti insegna a vedere con consapevolezza la bellezza di quanto ci circonda, a trovare nelle esperienze passate la forza di vivere ancora con maggiore intensità.”
Nelle tue poesie si avverte anche, fortemente, il legame con il paese dove abiti da quarant’anni. Come vivi questa piccola dimensione, i legami interpersonali sono ancora forti?
“Vivere in un luogo così particolare, dove il tempo sembra essersi fermato, dove si avverte il profondo legame tra passato e presente, crea un legame indissolubile. Il Castello non è solo un luogo in cui vivere, il Castello diventa una ragione di vita, dove ci si impegna per difendere ogni pietra, si combatte per ottenere rispetto e salvaguardia di questi vicoli, quasi fossimo nati per questo scopo. “
Assieme con tuo marito, avete creato e portato avanti un’iniziativa che ha fatto conoscere e apprezzare Arrone. Ci vuoi parlare de ‘La Terra in Fiore’: com’è nata, come si è sviluppata e come la stai portando avanti?
“L'iniziativa de La Terra in Fiore è stata originariamente di mio marito Piero Laliscia, in un momento difficile per la storia del Castello. Noi insieme abbiamo ricostruito un antico edificio crollato verso la fine del 1700, è stata un'impresa folle e molto faticosa ma di cui non ci siamo mai pentiti.
Trascorsi tre anni di lavori intensi ci siamo accorti che il Castello era un luogo dimenticato dal resto della comunità, dappertutto mancavano i servizi primari, dunque degrado e incuria negli anni Ottanta erano i mali che affliggevano la piccola società all'interno del Castello, intra moenia avrebbero detto gli antichi.
Anche nelle piccole cose si manifestava questa trascuratezza, come abbellire le vie del paese con i fiori senza prendersi cura dei nostri vicoli. Fu così che Piero disse che avremmo potuto farlo da soli e da quel moto di ribellione nacque la prima festa dei fiori. La chiamammo La Terra in Fiore, giocando sul doppio senso che aveva la parola Terra per il paese di Arrone: infatti il Castello veniva chiamato la Terra per via dell'antica presenza millenaria di un lago che ricopriva tutta la Valnerina. Fu la dimostrazione che avremmo potuto realizzare la rinascita di questo gioiello anche solo con le nostre forze.
Non ci fu solo La Terra in Fiore ma anche La Terra sotto le Stelle, La Terra e l'Arte, La Terra in Musica, La Terra in Maschera. Furono anni di aggregazione sociale indimenticabile.
Mio marito amava suonare e cantare e tutte le serate erano allietate dai suoi concerti, sempre molto apprezzati. Ovviamente con la sua perdita è rimasta solo La Terra in Fiore.”
LA POETESSA
– Patrizia Giacobbi, dopo la laurea in Lettere classiche, ha insegnato per qualche tempo ma, con la nascita di suo figlio, ha preferito dedicarsi a un lavoro in proprio, relativo a un settore completamente diverso, che però le ha permesso di essere molto più libera.
Ha dato vita insieme a suo marito a un’associazione culturale locale, “Il Comitato del Castello di Arrone”, nato per la tutela e difesa della Rocca di Arrone, un paesino della Valnerina dove vive da circa quarant’anni, vicino alle Cascate delle Marmore, in provincia di Terni.

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