La vera vittoria non è sul campo!
Patrizia Fortunati racconta la storia della Belinda, una squadra di calcio formata da ragazzini forse non bravissimi con cross e dribbling, ma speciali nell’insegnare cos’è l’amicizia, la solidarietà e la determinazione.
Ridiamoci e pensiamoci su.
Grazie a Gio (il suo vero nome è Gioconda ma fate finta che non ve l’ho detto, lo odia…), e al suo sogno di giocare in una squadra di calcio, che riuscirà a realizzare dopo mille vicissitudini e grazie all’aiuto di suor Ridolfa, allenatrice d’eccezione.
Grazie al libro di Patrizia Fortunati “Noi siamo la Belinda!” (Giunti editore, la copertina e le illustrazioni sono di Arianna Bellucci), che narra la storia, appunto, della Belinda, così viene chiamata la squadra una volta che si riesce a costituirla, e dei suoi piccoli, strambi e irresistibili calciatori.
Patrizia, ma questo libro nasce per essere destinato ai ragazzi oppure si rivolge a tutti?
”Il libro nasce pensato per i bambini, ma siccome dovremmo esserlo un po' tutti, è fortemente consigliato dai 7 anni fino a... fine corsa!”
Tanti sono i messaggi positivi lanciati da “Noi siamo la Belinda!” e mai come in questo periodo ce n’è bisogno. Iniziamo dal valore dello sport: la squadra della Belinda perde sul campo ma vince sfide più importanti…
“Sì, la Belinda perde la sua prima partita 18 a 1 eppure vince. Vince perché riesce a scendere in campo, mettendo insieme ragazzine e ragazzini solitamente lasciati in un angolo, e realizzando così il loro sogno: esserci, esserci tutti insieme.
Quindi si parla di sport, sì, ma anche di sogni, di amicizia, di inclusione e di bullismo. Dell'importanza di crederci tanto e sempre e di non mollare.”
A partire dalla protagonista Gio, i membri della squadra della Belinda sono tutti un po’ outsider, ma l’amicizia, lo spirito di sacrificio e la non rassegnazione all’omologazione li renderanno protagonisti. Quanto è importante insegnare alle giovani generazioni questi valori?
“È fondamentale. E può farlo anche una storia divertente, che fa ridere e sorridere. Io credo moltissimo nel potere della lettura, ma so anche quanto sia difficile, oggi più che mai, catturare l'attenzione dei giovani lettori. Io cerco di farlo raccontando storie che li divertono e, insieme ai sorrisi, cerco di seminare. Si può far riflettere e si possono trasmettere valori anche divertendosi.”
Il tuo libro è stato presentato in tante scuole: come è stato accolto dai bambini e ragazzi e che impressione hai avuto nel parlare con loro?
“Uno dei motivi per cui amo scrivere per bambini e ragazzi è che poi li incontro. Li incontro e ogni volta è bellissimo. Devo dire che la Belinda (ma anche i miei precedenti libri della serie ‘Benni e Celestina’) è sempre accolta con un entusiasmo sorprendente.
I bambini sono curiosi, eccitati di vedere e di poter parlare con chi ha inventato e scritto una storia che li ha appassionati tanto. Mi accolgono con gli occhi vispi e dei sorrisi emozionati: cosa c'è di più bello per chi scrive?”
Uno dei problemi che affigge i giovani, come dicevamo prima, è certamente il bullismo. Come a tuo modo di vedere lo si può combattere?
“Il bullismo lo si combatte chiamandolo con il suo nome, riconoscendolo e soprattutto non girandosi dall'altra parte.
È importante parlarne, è importante mettere i bambini e i ragazzi nella condizione di poterlo dire, è importante essere pronti ad ascoltarli e a cogliere segnali di malessere quando non riescono a parlarne.”
“Noi siamo la Belinda!” è ancora una volta in ristampa e i suoi personaggi hanno riscosso una grande simpatia da parte dei lettori. Stai pensando a un sequel?
“Sì, è andato in ristampa più volte e, che dire... chi se lo aspettava!
Se sto pensando a un sequel? Com'è che si dice? Stay tuned!”
L’AUTRICE
Patrizia Fortunati vive a Terni con la famiglia. Dopo la laurea in Lettere e dopo essersi dedicata per molti anni al volontariato e alle politiche sociali, scopre la passione per la scrittura. Il suo primo romanzo, “Marmellata di prugne”, ispirato all’accoglienza di una bambina di Chernobyl, viene pubblicato nel 2013.
Da allora non ha più smesso di scrivere.

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