Mary, la vestale della poesia
Nel centenario della sua nascita, festeggiata lo scorso 9 luglio, Paolo Pera omaggia una tra le figure più emblematiche della poesia contemporanea: Mary de Rachewiltz, personalità di spicco al di là dell’ombra paterna, quella di Ezra Pound.
Presentarne la personalità in tutte le sue sfaccettature: quelle di poetessa riflessiva e generosa, ma anche di traduttrice e saggista. Questo l’obiettivo che si pone Paolo Pera nella sua antologia dedicato a Mary de Rachewiltz “Tenera è la vestale” (Bertoni editore): un omaggio in occasione del centenario della nascita (a Bressanone il 9 luglio del 1925) per raccontare, attraverso saggi, versi a lei dedicati, una lirica finora dispersa e la riedizione di “Maschere tirolesi”, la grandezza di una figura di rilievo, ben al di là dell’essere figlia del poeta statunitense Ezra Pound.
Una prospettiva rivelatrice, quella di lei, che sa illuminare il mondo, tanto più che nella sua lunghissima carriera ha potuto attraversare complesse stagioni di scrittura e pensiero.
Ma lasciamo la parola all’curatore, per parlarci di “Tenera è la vestale”.
Ciao, Paolo. Senza troppi convenevoli, ti chiederei: da dove nasce la tua voglia di dedicare un volume (anzi due visto che è in produzione un secondo volume) a Mary de Rachewiltz?
“Ciao, Anna Maria. Anzitutto, grazie per l’invito in questa tua rubrica. Volentieri, partiamo così. Le ragioni, direi, sono anzitutto biografiche: conobbi Mary nel 2018, da alcuni mesi avevo iniziato a leggere i Cantos di suo padre, Ezra Pound, e ne ero affascinato, benché confuso. La caparbietà – dovuta anche alla mia biografia di dislessico che ha fatto i salti mortali per compensare ogni difficoltà eccessivamente compromettente – però mi ha portato, negli anni, a esplorare temi parecchio complessi: oltre ai Cantos, penso al pensiero debole di Gianni Vattimo, persona che umanamente amai molto, e che fu molto frainteso per la grande sottigliezza della sua postura ermeneutica, ma anche penso a tematiche esoteriche che ancora oggi attirano sospetti di natura pregiudizievole, così la geopolitica, la teologia della liberazione etc. Dicevo: nel caso di Mary, ci fu un incontro che mi fu di grandissimo incoraggiamento, oltre a lasciarmi di lei simpatia, delicatezza e grazia di cuore. In particolare, credo forse solo per cortesia, ebbe a dirmi ‘Senta: per i miei 95 anni, raduni un gruppo di amici in Università, venite a trovarmi il giorno del mio compleanno e io terrò per voi la mia ultima conferenza su Pound’. Lei chiama spesso il padre per cognome… Il suo invito, unito ad alcune gentili considerazioni su miei versi, mi hanno particolarmente toccato; sicché, da lettore del padre, divenni anche lettore suo e volli che fosse riscoperta come poetessa in autonomia e in lingua italiana. Quindi, con Maria Grazia Amati (che dirige la collana Bertoni intitolata Donne in poesia) organizzammo il volume sul quale, di seguito, firmò la curatela il professor Massimo Bacigalupo, emerito presso l’Ateneo genovese e che, per anni, si è occupato di poesia anglo-americana, curando e traducendo il lavoro di molti autori, tra cui Pound stesso. Il volume uscì col titolo Processo in verso. Tutte le poesie italiane (Bertoni, 2024) e fu presentato il giorno del 99esimo compleanno di Mary, presso la sala del municipio di Merano (Bz). Per il centenario, questa volta in autonomia, ho voluto dedicarmi alla valorizzazione di Mary, con saggi critici, versi a lei dedicati e ripubblicazioni di sue opere dimenticate, per esempio le sue Maschere tirolesi (1957). Ne è risultato Tenera è la vestale (ivi, 2025), già edito, e l’imminente In quel ‘tu’ di luce (ivi, 2026); più avanti ce ne sarà un terzo, di cui ancora preferisco non dire.”
I “figli di”, nonostante l’apparente privilegio, hanno spesso grosse difficoltà ad affermarsi con un proprio valore autonomo. È questo il caso anche di Mary de Rachewiltz?
“Ecco, questo è il punto che mi piaceva esibire: no, a mio giudizio (e non solo mio), Mary ha una sua autonomia. C’è certamente discendenza dai temi paterni, ma lei ha un suo sviluppo che, in parte, devia non dico dalle soluzioni, ma almeno dai modi di ‘navigare’ del padre. Di questo, per esempio, parlavo con il professor Andrea Cortellessa, che, purtroppo, vedeva in Mary una sorta di epigono di Pound, né – per sue posizioni che giudicherei aprioristiche – ha voluto prendere granché atto di quanto gli esprimevo; al contrario, credo l’abbia letta molto bene l’amico e maestro professor Valter Boggione, allievo prediletto di Giorgio Bàrberi Squarotti e italianista presso l’Università di Torino, che ha offerto un esteso saggio introduttivo al mio lavoro, a cui rimando il lettore incuriosito. Anche mi piace concludere così, con questo passaggio dalla prefazione di Luca Gallesi al volume secondo da me organizzato: ‘Mary non è solo la figlia di Ezra Pound; custode della sua memoria e traduttrice della sua opera, sì, ma nient’affatto succube o plagiata. Del resto, le diversità tra i due sono evidenti: lui solare e mediterraneo, lei rurale e montanara; lui dedito appassionatamente alla letteratura e alle arti, lei aperta alla vita di figli, nipoti e pronipoti; lui apolide e senza casa, lei castellana già all’età di vent’anni, e così via’.
P.S. Per quanto riporto sullo scambio con Cortellessa: non si tratta, per me, di difendere un’eredità, ma di sottrarre la lettura alla logica dell’epigonismo, che percepisco come una forma di violenza interpretativa, perché riduce l’opera a derivazione invece che a evento.”
Peraltro, essere figlia di Ezra Pound, a volte accusato di apologia del fascismo, ha anche portato Mary a un contenzioso legale con CasaPound…
“Questo, come sai, gentile Anna Maria, è un punto parecchio doloroso e spinoso nella vita di Mary e tra chi studia Pound in generale. Rimando, anzitutto, al saggio dell’amico professor Francesco Bennardo, storio contemporaneista, nel mio Tenera è la vestale, perché riflette proprio questo episodio nella prospettiva di Mary, oltreché a posizionare Pound in quell’alveo storico-intellettuale, benché formalmente incompiuto, del ‘fascismo di sinistra’ (cfr. La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato). Pure, vorrei raccontare questo mio aneddoto; quindi esprimerò delle considerazioni, spero non troppo impopolari: la prima volta che andai a trovare Mary ebbi, appunto, a chiederle ‘Potrei domandarle dell’adesione di suo padre al Fascismo?’, lei mi corresse così: ‘No, mio padre non aderì al Fascismo: mio padre si incuriosì del Fascismo. Ripeta!’ e io ripetei ottenendo quindi la spiegazione che cercavo. Certo, potevo evitare, considerando che in Mary era ancora fresca la ferita di non essere riuscita a impedire legalmente a CasaPound l’uso del nome che lei, figlia naturale, non poté mai avere, e – pur scherzando così: ‘Potevano chiamarla CasaEvola…’ – la risposta di Mary mi fu chiara col tempo, in specie quando cominciai a interessarmi del pensiero politico del padre e del suo pensiero economico. Come anche ho avuto occasione di dire, durante la presentazione del volume A Lume Spento (Lindau, 2025) di Ezra Pound, tradotto dall’amico Pietro Comba, non va nascosto che Pound fu un personaggio controverso, che, anche dal manicomio di St. Elizabeths, prese posizioni problematiche rispetto gli Usa di allora; ma, lo stesso, riferendoci al suo pensiero politico-economico, che poggiava sugli scritti di ‘economisti eretici’ (tutti riediti presso la collana di Luca Gallesi e Gabriele Stocchi, per Mimesis, Oro e denaro), trovo punti di interesse e di ‘preveggenza’ rispetto a tempi attuali, nei quali è oramai chiaro come i potenti abbiano ‘imbastardito’ la bellezza e, tramite mezzi mass-mediatici, controllino e spesso riducano l’ampiezza dei nostri orizzonti. Non va dunque negato né messo sotto il tappeto che Pound si orientò così, durante la vita del Regime, sino a Salò, ma la coerenza dei suoi testi è evidente: si può essere d’accordo come no, ma resta come abbia presagito un futuro dettato dall’usura spirituale, oltreché economica, un futuro ora presente, nel quale neppure più si simula che così non sia.
P.S. Rispetto al pensiero politico-economico di Pound: quanto esprimo non implica alcuna assoluzione storica, beninteso, ché sarebbe una nuova metafisica rovesciata; implica piuttosto l’assunzione tragica della responsabilità interpretativa, senza scomuniche salvifiche né attenuanti retrospettive.”
Come si colloca la poesia femminile, e quella di Mary de Rachewiltz nello specifico, nel panorama poetico del ventesimo secolo?
“Beh, anzitutto teniamo conto che la poesia femminile è un fenomeno che non nasce certamente nel ’900, ma si hanno testi di donne sin dal Tardo Medioevo. Come ricordava il professor Federico Sanguineti, figlio di Edoardo, che ebbi la fortuna di conoscere e a cui, in memoriam, è dedicata Tenera è la vestale, fu con Francesco de Sanctis che il canone dell’Italia unita escluse la ‘letteratura femminile’. Penso, per esempio, alle difficoltà vissute da Grazia Deledda, irrisa anche da Pirandello in Suo marito (1911), così la fondatrice del quotidiano Il Mattino, Matilde Serao, che dovettero essere ‘schedate’ sotto la macrocategorie del Verismo… Il Dopoguerra ha certamente lasciato maggiore spazio a scrittrici donne, poetesse e no, non credo di dover fare troppi nomi: Elsa Morante, Natalia Ginzburg et al. Certo, rispetto ad alcune autrici una certa consonanza col Pci – che, intanto, si era guadagnato l’appalto sulla cultura dell’Italia repubblicana – deve aver aiutato. Sulla poesia, penso a Giovanna Bemporad, Maria Luisa Spaziani, Amelia Rosselli, Cristina Campo… Mary sempre pubblicò per il fedelissimo Scheiwiller, meno qualche incursione nell’alta editoria, ma sempre con traduzioni, spesso commissionate, per esempio come fu per Denise Levertov, per Mondadori. Credo comunque che l’essere ‘figlia di’ un padre vicino al Regime abbia svantaggiato la diffusione della sua opera, insieme alla sua poca disponibilità a scapicollarsi in giro per l’Italia e all’autopromozione in sé, preferendo invece la pace domestica e la sublimità del paesaggio altoatesino. Il problema politico, in letteratura, ahinoi, non è affatto trascurabile: senza scomodare Céline o chi altri, penso a Giuseppe Conte che, per non essere stato comunista, ebbe la sua bella dose di critiche, anche in tempi già leggermente più distesi. Un altro problema, che mi diede a intendere Cortellessa, è il registro lirico di Mary. Tale registro, oggi, pur essendo passato il tempo delle Neoavanguardie, pur essendosi esaurito anche quello dell’ermetismo, suoi strascichi etc., tutto sommato pare ancora eccessivamente demodé nella nostra contemporaneità. Una poetessa come Mary, che parla di paesaggi dell’anima, di sentimenti tenui, di Dio e di amore – e che anche si dichiara antifemminista; benché io l’abbia accostata al pensiero della femminista Genevieve Vaughan, teorica dell’economia del dono – naturalmente attirerà l’attenzione di pochi ‘e-gregi’, per dirla à la Silvio Raffo.
P.S. Rispetto l’egemonia culturale del Pci, specifico: il problema, qui, non è politico in senso stretto, ma ontologico. Ogni egemonia culturale, qualunque ne sia il segno, tende a irrigidirsi in fondamento e a produrre esclusioni.”
Nel curare questa antologia hai avuto possibilità di rapportarti personalmente con Mary de Rachewiltz?
“Sì, la aggiornavo ritualmente ogni tot. Ma, più ancora di lei, ho avuto modo di intrecciare un gran bel dialogo con la figlia, la poetessa Patrizia, che vive nei Paesi Bassi. Ci conoscemmo al telefono quando, il 9 luglio, compleanno di Mary, chiamai per farle gli auguri, ma mi rispose Patrizia, che riportò gli auguri e che mi lasciò la sua mail e numero telefonico. Patrizia, da allora, è molto intervenuta nei tre volumi che ho dedicato a sua madre; così anche suo fratello, Siegfried, che di Mary ha offerto una traduzione nel loro dialetto tirolese. Quando aggiornavo Mary era divertente sentire i suoi commenti, come quando le comunicai le varie lingue nella quale l’ho fatta tradurre ‘swahili, yiddish, thai, hindi, russo etc.’, dicevo, e lei ‘Bene! Tutte lingue che non conosco’; bellissimo fu anche quando, arrivatole il volume per posta, Patrizia mi girò foto di Mary mentre lo leggeva, così quando il giorno dopo sentii Mary al telefono e mi ringraziò moltissimo, invitandomi a tornarla a trovare in primavera. Spero di riuscire.”
Qual è la grandezza e l’eredità che Mary lascerà?
“Credo che, ancor più che nelle arti, la sua eredità sia soprattutto umana. Lei, differendo dall’edizione americana, scelse di terminare i Cantos paterni, da lei curati per i Meridiani Mondadori, così: ‘Uomini siate, non distruttori’. In Mary, e non a caso la accostavo a Genevieve Vaughan, io leggo una ‘rivoluzione pacifica’, perché, sottratta all’usura: la sua è un’economia amorosa, come la celebre poesia in Polittico (1996). A me, di certo, l’umanità che ho incontrato nella sua poesia ha insegnato come essere un uomo migliore: ossia, qualcuno che non distrugge, ma ama e dunque crea.
P.S. Quando parlo di ‘rivoluzione pacifica’, dettata da un’economia amorosa e ‘del dono’ non la voglio intendere pacifica perché innocua, ma perché priva di fondamento violento: dettata dalla grazia del cuore e da null’altro.”
C’è un suo componimento che ti sta particolarmente a cuore e per quale motivo?
“Non posso non citare quella che mi ha ispirato il titolo del secondo volume, In quel ‘tu’ di luce, ossia Il ‘tu’ è una cosa nuda. Che in me non solo ha richiamato la costruzione mancata del paradiso poundiano, che credo sia stato in qualche modo ‘compiuto’ da Mary, ma anche e soprattutto il concetto di intuarsi della terza cantica dantesca. Trovo in questa poesia il manifesto della sua umanità più profonda, della sua luminosità.
Il ‘tu’ è una cosa nuda
noi due non siamo mai
arrivati a darci
del tu teneramente.
Il ‘tu’ è una cosa cruda
e stride con arroganza
in chi vuol farsi largo
e avanza in prima fila.
Ma Tu e io? Prendiamo
poco spazio formando
di una sola ghianda
la materia rara.
(Orig. in: Mary de Rachewiltz, L’economia amorosa, Torino, Coup d’idée, 2018, p. 57)”
Il titolo “Tenera è la vestale” è particolarmente bello ed evocativo. Come sei arrivato a sceglierlo?
“Il richiamo va a Francis Scott Fitzgerald; una sensibilità più filologicamente sorvegliata, come quella di Massimo Bacigalupo, poteva guardare con cautela a tale suggestione, ma il titolo mi nacque distintamente da Tenera è la notte dell’autore americano, come gesto interpretativo più che come filiazione letterale. Il mio intento era infatti quello di trovare un titolo capace di ‘dire tutto’. Tenera voleva essere offerto in senso etimologico, essere nella tensione, mentre vestale riporta al ruolo di cui il padre stesso la incaricò, rispetto la propria opera, sin da ragazza. Ma il sacro fuoco che Mary ha custodito e nutrito non fu banalmente l’opera poetica di Ezra Pound, bensì l’essenza agapica e vitalista di questa. Essa fu dunque ‘nella tensione’ perché ispirata da questa essenza amorevole e donativa, da questo fuoco di bene e di bellezza, che ci può ricordare che cosa significa vivere in modo poetico (e poietico) nel tempo della desolazione e di povertà, per parafrasare Hölderlin. Più il mondo si fa arido, più l’uomo distrugge, e più occorre ricordare sia necessario amare, amare e credere ancora e sempre possibile la poesia.”
L’AUTORE – Paolo Pera (nato ad Alba – Cn – nel 1996), poeta e disegnatore, è laureato in Filosofia all’Università di Torino. Autore di poesia, ha dato alle stampe il dittico “Pietà per l’esistente” (2021) e “Pena di me stesso” (2022), ispirato al poemetto “Hugh Selwyn Mauberley” di Ezra Pound. Ha inoltre collaborato con Massimo Bacigalupo alla riedizione integrale delle poesie in lingua italiana di Mary de Rachewiltz (“Processo in verso”, Bertoni 2024).

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