Autore: AGENZIA DIRE
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7 luglio 2026
Iran, il Ministro degli Esteri Araghchi: “Stop al negoziato se gli Usa continuano a minacciarci” Su X la risposta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, ieri, nello Studio Ovale, ha dichiarato: "O raggiungiamo un accordo, oppure finiremo il lavoro. Ok. E non sarà difficile. Possiamo far crollare i loro ponti in un'ora" ROMA – “I negoziati sull’Accordo finale non inizieranno se le minacce continueranno. Abbiate rispetto per la nostra firma”: sono le parole che il ministro degli Affari esteri iraniano Abbas Araghchi affida a X per rispondere al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quest’ultimo ieri nello Studio ovale è tornato a paventare l’intervento militare contro la Repubblica islamica, affermando: “O raggiungiamo un accordo, oppure finiremo il lavoro. Ok. E non sarà difficile. Preferirei concludere un accordo, perché non voglio danneggiare 91 milioni di persone”. Quindi il presidente ha aggiunto: “Possiamo far crollare i loro ponti in un’ora, possiamo interrompere la loro fornitura di energia elettrica… Ora non hanno soldi. Non glieli abbiamo dati noi”. La settimana scorsa si sono tenuti colloqui informali a Doha, definiti da Trump “buoni”, in vista della ripresa ufficiale dei negoziati sabato prossimo per definire le questioni più delicate: il programma nucleare iraniano, lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero e la sospensione delle sanzioni sul suo settore energetico. I NEGOZIATI RIPRENDERANNO I LAVORI AL TERMINE DEI FUNERALI DI ALI KHAMENEI Teheran ha acconsentito a riavviare il lavoro al termine della settimana di celebrazioni per le esequie dell’ayatollah Ali Khamenei e dei suoi quattro familiari – la figlia, il genero, la nuora e la nipote di 14 mesi – uccisi nel primo giorno dell’offensiva militare israelo-statunitense dello scorso 28 febbraio. Stamani, il corteo funebre si è spostato da Teheran a Qom, città santa per l’islam shiita. E hanno lo stesso tono le foto e i video condivisi dalla stampa iraniana, che mostrano milioni di persone ammassate nel piazzale e lungo le vie circostanti alla moschea Jamkaran, dove i cinque feretri sono stati trasportati e depositati stamani all’esterno dell’edificio, avvolti nella bandiera della Repubblica islamica. Ancora la stampa locale riferisce di preparativi dalla notte scorsa a Kerbala e Najaf, nel vicino Iraq, altre città considerate sacre per lo shiismo, la seconda branca principale della religione musulmana. Le spoglie della guida suprema verranno condotte qui domani per essere poi riportate in Iran per la sepoltura. Anche nelle due città irachene sono state sistemate lungo le strade bandiere ed immagini dell’ayatollah. Con lui, anche la foto del figlio che gli è succeduto, Mojtaba Khamenei, per rimarcare la fedeltà alla terza guida della Repubblica islamica. Mojtaba però non ha fatto ancora nessuna uscita pubblica, neanche in questi giorni di celebrazioni, una circostanza che rafforza la tesi di chi lo dà per morto o gravemente ferito in un attacco di marzo rivendicato dall’esercito di Israele. Le autorità di Teheran motivano la sua assenza con “ragioni di sicurezza”.