Parole dal carcere, tra salvezza e testimonianza
Alfredo Vassalluzzo traspone su un piano narrativo e di fiction la sua esperienza di insegnante di italiano in una prigione, lanciando un messaggio di speranza ma impregnato di realismo.
Figure fantastiche e, diciamolo, inquietanti, i gargoyle non troneggiano solo nella cattedrale di Notre Dame di Parigi, ma con il loro oscuro monito permeano anche il nuovo libro di Alfredo Vassalluzzo. Di più: “Gargoyle” è proprio il titolo (edizioni Sensibili alle Foglie) che l’autore ha scelto per “raccontare”, certo lasciando largo spazio alla fantasia e alla fiction, la sua personale esperienza come insegnante di italiano in un carcere italiano.
Un’esperienza che l’ha toccato profondamente e che l’ha portato a interrogarsi su quale possa essere, in quel contesto, la funzione dell’insegnamento, come pure su quale possa e debba essere il coinvolgimento, anche personale, nelle vicende dei carcerati. Il tutto elaborato in una trama avvincente e assai ben costruita, nella quale i destini si intrecciano e la “redenzione”, se mai ci sarà, prende percorsi diversi da quelli attesi o forse sperati.
Protagonista e voce narrante del libro è Alfredo, insegnante di italiano in un carcere. La domanda è spontanea e banale: quanto c’è di te e del tuo vissuto in questo libro?
“La scrittura di questo libro è stata naturale, di getto, un’urgenza direi. A una rilettura ho colto il processo trasformativo, inconsapevole, che quel luogo ha innescato fin dal primo giorno in cui ci ho messe piede. Entri carico di contaminazioni sociali (di contaminazioni della massa), esci che sei un altro uomo perché, nel frattempo, ti sei scontrato con aspetti fin là nemmeno considerati. In questo senso, c’è tanto di me e di quel vissuto che, giorno dopo giorno, in una diade affascinante e misteriosa, abbiamo contribuito (io e loro) a demolire.”
Quali sono state le motivazioni che nella vita reale ti hanno portato a volere insegnare in un carcere e poi a scrivere questo libro?
“La necessità. Quando cerchi di entrare nel sistema di istruzione del nostro paese, prima di essere stabilizzato, rimani in balìa degli eventi, non sai mai se insegnerai, cosa insegnerai e, soprattutto, dove insegnerai. Ci sono capitato per caso (anche se credo che nulla capiti per caso) e non avevo mai voluto insegnare in un carcere prima di trovarmici. Poi quell’esperienza, così particolare, le continue domande di amici e conoscenti, ho provato la necessità di rendere visibile l’invisibile. Tutti sappiamo cosa sia un carcere ma pochissimi ci hanno messo piede. In un certo senso, mi sono sentito (a distanza di qualche mese) quasi un privilegiato. Il libro nasce, poi, da una serie continua di eventi, quotidiana direi, che non poteva non essere, sebbene in fiction, raccontata.”
La scrittura può essere uno strumento di speranza e di redenzione per Damir, altro personaggio principale del romanzo. Cos’è per te la scrittura e cosa può essere in generale per l’essere umano?
“Ho sempre vissuto la scrittura come qualcosa di intimo e questo può sembrare paradossale perché, in genere, si scrive per farsi leggere da qualcun altro. Scrivere è come scattarsi una fotografia fatta di parole, se rileggi dopo anni, ti scopri diverso, proprio come in una foto. Le immagini immortalano l’esteriore, la scrittura l’interiore. Per i detenuti la scrittura è un muro altissimo e invalicabile che vorrebbero scavalcare ma che non riescono, per i ragazzi, gli studenti, è una pratica gravosa a cui non sono abituati. Per l’essere umano, è l’unico modo per non estinguersi.”
Nel libro Alfredo non riesce a salvare Damir e capisce infine che il suo ruolo non è di salvare, ma di testimoniare. Che valore, come persona che si è approcciata davvero anche alla realtà carceraria, dai alla salvezza e alla testimonianza?
“La salvezza credo sia una sensazione, uno stato di grazia che difficilmente si può provare nel corso della vita e l’ho incontrata anche in carcere dove l’assenza di tempo e di spazio obbliga a una restrizione che non è solo fisica ma soprattutto mentale. L’umanità compressa porta la mente a livelli profondi e ci si scopre per ciò che realmente si è. Anche questa presa di coscienza può essere salvezza. Ed è capitato che qualcuno scoprisse il senso di questa salvezza proprio grazie a questa compressione. Ma è un processo intimo, individuale, nessuno, credo, possa avere davvero il compito di salvare qualcun altro. La testimonianza, invece, è sociale, assume senso solo se vi è una controparte ed è un po’ la missione del protagonista.”
Cosa ti ha dato l’esperienza del carcere e quali sono stati gli aspetti più difficili da affrontare?
“Può sembrare retorico ma si tratta di un’esperienza che ti cambia, se sei predisposto al cambiamento. Tolto il primo periodo, laddove la difficoltà maggiore è stata quella di far cadere le barriere (non fisiche ma mentali) tra me e i miei studenti detenuti, la difficoltà maggiore è stata, al contrario, quella di correre il rischio di non considerare il confine tra il permesso e il proibito in un luogo come il carcere. Alla fine, naturalizzi tanto quel rapporto che sbarre e mura altissime scompaiono e il carcere, da luogo di costrizione, diventa un rifugio, luogo in cui vivi un rapporto autentico con i detenuti, senza necessità di filtri o di apparenze. Credo che questo aspetto emerga molto dal romanzo.”
Nella tua vita ti sei messo alla prova in diverse attività lavorative ma anche letterarie, scrivendo in precedenza alcuni saggi. Con quali emozioni ti sei avvicinato al genere romanzo?
“Il mio primo pensiero è stato quello di sperimentare un genere a cui non mi ero mai avvicinato e all’inizio con il timore di non farcela. Poi il racconto, la costruzione dei personaggi, i dialoghi, è come se avessero preso a costruirsi da soli, i personaggi sono diventati autori. In quel momento ho capito che Gargoyle stava nascendo davvero.”
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