Quando la politica anticipa la società
Barbara Saltamartini, autrice del saggio “Belle ciao!”, riflette sull’evoluzione e sul significato del “femminismo” dopo la nomina di Giorgia Meloni alla guida del governo italiano.
Settembre 2022: dopo una calda estate scandita da una campagna elettorale fuori stagione gli italiani, il giorno 25, vanno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento.
Ottobre 2022: il giorno 25 nasce il 68esimo governo della Repubblica italiana e il primo (per ora tuttora l’unico) della XIX legislatura. Il primo con alla guida una donna nella storia repubblicana.
Un momento che “segna uno spartiacque nella politica e nella società del nostro Paese”, come ben scrive Barbara Saltamartini, una lunga carriera politica come deputata (dal 2008 al 2022), nella prefazione del suo saggio “Belle ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo” (Giubilei Regnani Editore), nel quale ripercorre e spiega, tra aneddoti, cronaca e riflessioni, quello “shock culturale” derivante dalla rottura degli schemi di rivoluzione immaginati da molti.
In pochi, in effetti, avrebbero scommesso che la prima donna a diventare presidente del consiglio dei ministri sarebbe stata di destra. Merito dei tempi cambiati, merito di una propensione dell’elettorato verso il centrodestra, merito di Giorgia Meloni?
Barbara, qual è la sua analisi?
“Direi: tutte e tre le cose, ma soprattutto di Giorgia Meloni. I tempi sono cambiati, l’elettorato è più fluido e meno ideologico, ma senza una donna capace di costruire leadership, resistere nel tempo e non chiedere scorciatoie, quel passaggio non sarebbe mai avvenuto. Giorgia Meloni ha vinto non malgrado fosse una donna, ma perché ha dimostrato di saper guidare, rompendo l’idea che il potere femminile sia legittimo solo se progressista.”
Ha ancora senso, e quale, essere femministe oggi?
“Ha senso difendere i diritti delle donne. Ha molto meno senso un femminismo che pretende di rappresentare tutte parlando a nome di poche. Le donne non sono un blocco unico: pensano, votano e vivono in modo diverso. Quando il femminismo diventa un’ideologia che divide tra donne giuste e sbagliate, smette di rappresentare tutte e inizia a escludere.”
Hanno ancora senso, e quale, le quote rosa?
“Le quote sono state uno strumento transitorio, un ‘male necessario’, non un traguardo. Servivano quando l’accesso era bloccato. Oggi rischiano di diventare una stampella permanente che indebolisce la credibilità delle donne stesse. La parità non si misura con le percentuali, ma con l’autorevolezza.”
Non sempre la politica anticipa i cambiamenti sociali. Lei ritiene che in tema di leadership e affermazione femminile stavolta la politica stia un passo in avanti rispetto alla società?
“In questo caso sì. La politica ha dimostrato che una donna può guidare il Paese. La società invece è ancora piena di resistenze culturali. Oggi il problema non è più l’accesso al vertice, ma l’accettazione del fatto che una donna al vertice non debba giustificarsi ogni giorno e soprattutto non sia il frutto di una ‘quota’.”
Trova culturalmente contraddittorio che mentre a capo del governo c’è una donna ci siano ancora tanti episodi di violenza sulle donne, anche in famiglia?
“No. La violenza sulle donne è un fenomeno strutturale e culturale che non si risolve per osmosi simbolica. Avere una donna a Palazzo Chigi non cancella decenni di degrado educativo e sociale. Strumentalizzare la violenza per colpire politicamente una donna al governo è cinismo della peggior specie. “
Secondo lei il governo Meloni, con a guida una donna, è un governo per questo motivo diverso dagli altri?
“No. Un governo è diverso per le sue scelte politiche, non per il genere di chi lo guida. Ridurre una donna al ruolo di custode naturale delle tematiche femminili è un altro stereotipo. La differenza sta nell’impostazione politica, nelle idee, nelle scelte, non nel genere.”
Al di là delle evidenti divisioni politiche tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, ritiene che siano (purtroppo) accomunate da un’acrimonia da parte dei loro oppositori che si focalizza anche sul loro aspetto fisico o modo di vestire, in misura decisamente maggiore rispetto ad altri leader uomini?
“Sì, ed è evidente. Così come lo è per ogni donna che ricopre ruoli apicali e di grande visibilità. Si viene giudicate anche per come ci si veste. È una forma di violenza simbolica che colpisce le donne di potere perché le si vuole ricondurre al corpo e non alle idee. Succede molto meno agli uomini.”
Lei che cosa ne pensa della solidarietà femminile?
“È una parola spesso usata male. La solidarietà non nasce dal genere, ma dal rispetto. Pretendere solidarietà automatica tra donne è una forzatura. Le donne hanno bisogno di essere riconosciute come individui liberi, anche quando non sono d’accordo.”

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