Segreti tra le montagne
Raul Montanari torna al romanzo noir e ne “I morti hanno sempre ragione” esplora l’incerto confine tra bene e male, tra verità e bugia. Sullo sfondo, l’indagine su una vicenda famigliare troppo facilmente liquidata come “incidente” e una domanda che chiede, non solo al protagonista del libro, risposta: “Forse ero stato amato più di quanto credevo di ricordare?”.
La tranquilla vita metropolitana del ventottenne Andrea viene sconvolta dalla notizia della morte improvvisa dei suoi genitori. Davvero è stato un incidente, come gli si vuol fare credere? Non convinto, Andrea si trasferisce nel paese di montagna dove i genitori avevano deciso di andare a vivere e qui inizia una sua personale indagine che lo metterà di fronte a una realtà multiforme e inattesa, dove le domande si accavallano e solo infine avranno una risposta sorprendente.
Tutto questo, senza raccontare quasi nulla dell’avvincente trama, è “I morti hanno sempre ragione” (Baldini+Castoldi), il nuovo libro di Raul Montanari. Un libro che non delude le aspettative di chi, nel corso degli anni, ha amato i raffinati e coinvolgenti intrecci delle vicende, ma anche la sua scrittura brillante e nitida, nonché i personaggi da lui creati, sempre ben definiti, sfaccettati e, molti, capaci di umorismo e ironia.
Dopo la saggistica (“L’amore non è un arrocco – capire la vita grazie agli scacchi”, di cui abbiamo già avuto modo di parlare in questa rubrica), “I morti hanno sempre ragione” segna dunque l’atteso ritorno al romanzo noir, per quanto pervaso da uno stile brillante e talvolta divertito e ironico.
C’è un fil rouge che unisce questi due generi, all’apparenza così distanti?
“I contenuti possono essere perfino identici: un romanziere può parlarci per esempio dell’impatto sulle nostre vite dell’IA attraverso una storia, mentre un saggista lo farà argomentando. La narrativa ha un grande valore conoscitivo, non inferiore a quello della saggistica. Io faccio sempre il paragone con due pescatori: il primo, il saggista, lancia una rete ‘razionale’, fatta di maglie regolari; il romanziere invece lancia una rete tutta fatta di maglie strane, alcune strettissime e altre larghissime, con forme irregolari come triangoli scaleni. Tutti e due prendono pesci, ma il secondo ne prende certi che attraverso le maglie squadrate del primo riescono a passare indenni.”
I tuoi romanzi vengono spesso definiti noir. Ti riconosci in questa definizione e quando scrivi ti proponi di scrivere un noir oppure “semplicemente” di raccontare una storia, comunque la si voglia definire?
“Mi interessa raccontare una storia ma non posso fare a meno della tensione. Questa tensione, o più esattamente questo sistema di tensioni grandi e piccole che attraversa tutta la narrazione, è paragonabile a un ritmo, una cadenza: tensione-distensione, mistero-soluzione, climax-anticlimax e così via. Cerco di offrire al lettore contenuti non banali attraverso questo strumento, che può assumere l’aspetto del noir, del giallo, del mystery, dipende. A volte nessuno di questi generi.”
Nel tuo libro il protagonista è catapultato da Milano a un paesino di montagna, dopo la prima apparenza tutt’altro che paradisiaco, dove nessuno è quello che appare e le dinamiche interpersonali sono più complesse e meno sane del prevedibile. Un mutamento di prospettiva rispetto ai clichè tradizionali oppure è proprio nei piccoli ambienti che si celano le tensioni e i segreti più inconfessabili?
“Sono un animale anfibio che conosce bene entrambi gli ambienti, perché a Milano vivo e lavoro ma sono nato in provincia, sul lago d’Iseo, e torno in quelle valli ogni volta che posso, fino a passarci almeno un paio di mesi ogni anno. Posso assicurarti che la vita in provincia è molto più dura che in città: in città ti puoi nascondere, mentre nei piccoli borghi tutti sanno tutto degli altri, la pressione sociale è asfissiante. In un piccolo paese come quello descritto nel romanzo c’è anche una presenza fortissima dell’ambiente naturale, che finisce per influenzare le vicende. Basta pensare al ruolo ambiguo, inquietante, del gruppo di ragazzi che si aggirano nel bosco dietro il paese: in città non esisterebbero. Non così.”
Nel corso della sua personale indagine Andrea si trova di fronte al “bene” e al “male”, sempre mescolati e difficilmente distinguibili. Ma esistono nella realtà, oltre che nella finzione letteraria, questi due stati e l’eventuale loro constatazione ha anche una valenza di giudizio morale?
“Da Omero in giù la grande tradizione letteraria occidentale ha sempre raccontato che il male abita nell’animo umano tanto quanto il bene. L’errore è fingere che non ci sia, voltare la testa dall’altra parte, illudersi che appartenga solo agli “altri” e non a noi, non a me… perché allora sì che fa danni. Detto questo, è anche giusto chiamare il male con il suo nome e non relativizzare tutto. Se è vero che tutti siamo un misto di bene e male, è anche vero che esistono persone in cui la componente malefica prevale. Guardando la loro vita, le esperienze che hanno passato, puoi capire perché sono diventati malvagi; ma capire non vuol dire giustificare.”
La storia de “I morti hanno sempre ragione” prende l’avvio con la morte dei genitori di Andrea e tra i ringraziamenti includi quelli a “mio padre e mia madre, che se ne sono andati insieme l’estate scorsa dopo che l’avevo finito. Sono d’accordo con il protagonista quando, pensando ai suoi genitori, si chiede: ‘Forse ero stato amato più di quanto credevo di ricordare?’”.
Come è cambiata la tua vita dalla loro perdita e hai risposto alla domanda che anche Andrea si pone?
“Il romanzo racconta due indagini.
I genitori di Andrea, che da Milano si sono trasferiti in questo paese di montagna per invecchiare in pace, vengono uccisi da funghi velenosi. Nonostante tutti pensino a una disgrazia, Andrea non ci crede e si trasferisce per qualche mese nello stesso paese per investigare sulla loro morte.
Al tempo stesso, però, la sua diventa un’indagine sulla loro vita: chi erano veramente quelle due persone che lui ricorda come due normali genitori un po’ anaffettivi, chiusi nel loro egoismo di coppia, mentre la gente del paese gli rimanda un’immagine diversa e contraddittoria?
Come vedi, il primo livello è quello del giallo, il secondo è quello dei contenuti più complessi: il lettore può appassionarsi all’enigma della morte dei due vecchi, ma anche sentirsi coinvolto dalla domanda che Andrea si pone e che tu hai ricordato. Dopo la morte dei miei genitori, avvenuta a cavallo della scrittura del romanzo, è diventata una domanda fondamentale anche per me.”
L’AUTORE - Raul Montanari ha pubblicato più di trenta fra romanzi, saggi e libri di racconti. Fra i più noti, i romanzi La perfezione (1994, premio Linea d’Ombra), Chiudi gli occhi (2004), L’esistenza di dio (2006), La prima notte (2008), Strane cose, domani (2009, Premio Bari, Premio Siderno e Premio Strega Giovani), Il regno degli amici (2015, premio Vigevano), La vita finora (2018, premio Provincia in giallo), Il vizio della solitudine (2021, premio Como) e il saggio L’amore non è un arrocco. Capire la vita grazie agli scacchi (2024).
Con Aldo Nove e Tiziano Scarpa ha scritto Nelle galassie oggi come oggi, insolito bestseller nel campo della poesia. Ha firmato opere teatrali, sceneggiature e importanti traduzioni dalle lingue classiche e moderne, da Sofocle a Shakespeare, da Poe a Cormac McCarthy. Dirige una scuola di scrittura creativa fra le più quotate in Italia. Nel 2012 per il complesso della sua attivit à gli è stato assegnato l’Ambrogino d’oro, il premio istituzionale della città di Milano.

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