Un’eroina dei nostri tempi

Anna Maria Rengo • 27 maggio 2026

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In “Muti legami” Cinzia Proietti racconta la storia vera di Rosa, donna che ha sfidato le convenzioni e che ha anteposto l’amore per i propri figli adottivi a qualsiasi altra cosa.

 

Una storia vera, d’esempio per tutti come possono esserlo solo le storie vere di coraggio, amore, dedizione, anticonformismo in nome di ideali ben più alti.

La racconta Cinzia Proietti, con la sensibilità e l’empatia che le sono proprie e che le consentono di immedesimarsi e di fare immedesimare il lettore nelle straordinarie vicende di Rosa: una lunga vita caratterizzata da sfide, solitudini e battaglie combattute in nome dei suoi figli e con il sostegno emotivo e concreto di una rete di donne.

 

Ma iniziamo dal principio, lasciando a Cinzia il compito di raccontare com’è nato il suo nuovo romanzo “Muti legami” (Bertoni editore).

“Quando mi chiedono come abbia conosciuto Rosa penso sempre che certe storie non arrivino mai per caso, di questo ne sono convinta: bussano piano alla porta della nostra vita e quando accade è impossibile ignorarle.
Fu una cara amica a chiamarmi un giorno, era allora assessore alla Cultura del paese dove ero nata e avevo abitato. Mi disse che un’altra donna era alla ricerca di qualcuno che potesse dare voce a una vicenda straordinaria, una storia vera capace di attraversare il dolore, la forza e la dignità umana. Così ci mise in contatto e da quel momento iniziò qualcosa che andava ben oltre la semplice scrittura di un romanzo.

Rosa mi inviò il suo mondo custodito nel tempo: un diario di ricordi consumato dagli anni, vecchi appunti scritti a mano, fotocopie ingiallite di articoli di giornale, fotografie in bianco e nero che sembravano trattenere ancora il respiro di un tempo. Sfogliando quelle pagine ebbi la sensazione di entrare in una memoria viva, fragile e potentissima insieme. I suoi racconti mi colpirono nel profondo. C’era nelle sue parole una verità nuda, intensa, quasi dolorosa nella sua autenticità. E così accettai di raccontare le sue vicende, perché alcune storie non chiedono soltanto di essere ascoltate: chiedono di essere custodite, tramandate, amate. Muti legami, edito da Bertoni editore, nasce proprio da questo incontro umano prima ancora che letterario: dal desiderio di dare voce a una donna la cui esistenza possiede qualcosa di incredibile e profondamente universale. Scrivere di Rosa ha significato attraversare emozioni autentiche, lasciarmi toccare il cuore da una storia tanto intensa da restarmi dentro, pagina dopo pagina, come una traccia indelebile dell’anima.”


Divorzio e adozione: due realtà in passato straordinarie, soprattutto la prima e soprattutto combinate assieme. Che ritratto emerge di Rosa?

“Muti legami affronta temi profondamente umani e sociali: le adozioni, il divorzio, il peso dei pregiudizi in un’Italia ancora incapace di accogliere davvero le donne che sceglievano di uscire dagli schemi. Rosa divorziò appena due anni dopo l’introduzione della legge sul divorzio, in un tempo in cui una donna separata veniva spesso guardata con sospetto, quasi come se avesse infranto un ordine invisibile e sacro. E quel prezzo lo pagò tutto: si ritrovò senza denaro, senza un lavoro stabile, senza automobile e soprattutto senza una casa.

Ma ciò che più mi ha colpito di Rosa è stato il suo modo di attraversare il dolore senza mai lasciare che la vita la piegasse davvero. In lei emerge il ritratto di una donna fuori da ogni convenzione sin da ragazza: inquieta nel senso più luminoso del termine, curiosa del mondo, incapace di vivere dentro confini troppo stretti. A soli nove anni partì con la famiglia per il Brasile, vivendo quell’esperienza di emigrazione italiana all’estero che le spalancò gli occhi su culture, volti e orizzonti diversi. Quando tornò nel suo paese da adolescente, portava già dentro di sé una visione più ampia della vita, quasi un respiro differente rispetto a chi non aveva mai lasciato la propria terra.

Rosa è una donna profondamente altruista, una di quelle anime rare che mettono sempre gli altri davanti a se stesse, anche a costo del sacrificio personale. Eppure non c’è mai vittimismo nel suo cammino: c’è piuttosto una fiducia ostinata nella vita, quella che lei chiamava ‘ La Provvidenza’. Credeva, anche nei momenti più bui, che qualcuno o qualcosa sarebbe arrivato a tenderle una mano. Una fede che negli anni della maturità si sarebbe trasformata anche in un percorso spirituale e religioso, quasi come se dopo tante tempeste avesse finalmente trovato un approdo interiore.

Ciò che rende Rosa indimenticabile è proprio questa sua capacità di rialzarsi sempre. Curiosa, positiva, coraggiosa, capace di ricominciare anche quando tutto sembrava perduto. È una donna che cade e si ferisce, ma che non smette mai di camminare. E forse è proprio questo il cuore più autentico del romanzo: raccontare non soltanto una vita difficile, ma la straordinaria forza silenziosa di chi continua ad amare il mondo nonostante tutto.”


Nel tuo libro si parla di “legami”, affettivi e/o formali. Cosa lega Rosa ai suoi mariti e ai suoi figli?

“In 'Muti legami’ i legami sono silenziosi, profondi, spesso invisibili agli occhi degli altri, ma dentro quel silenzio vivono anche fermenti interiori potentissimi, desideri inespressi, inquietudini dell’anima che cercano continuamente un senso e una direzione.

Rosa amava Ernesto, il suo primo grande amore, il primo uomo della sua vita. Amava ciò che insieme avevano costruito: una casa, una famiglia, una stabilità economica che agli occhi degli altri poteva sembrare il ritratto perfetto della felicità. Eppure dentro di lei esisteva una parte irrequieta, una voce silenziosa che continuava a dirle che la vita non poteva ridursi soltanto a un’apparenza ordinata.

Quando arrivò la loro prima figlia adottiva, una bambina di pochi mesi, quel quadro sembrò finalmente completarsi. Rosa si donò totalmente alla maternità con un amore assoluto, naturale, viscerale. Per lei non esisteva differenza tra un figlio biologico e un figlio adottato: esisteva soltanto l’amore, quello autentico, fatto di presenza, sacrificio e dedizione quotidiana.

Ma mentre Rosa cercava nei legami affettivi un nutrimento profondo, Ernesto veniva assorbito sempre più dal lavoro. E così, lentamente, quasi senza rumore, il loro rapporto iniziò a consumarsi. L’arrivo del secondo figlio adottivo, un ragazzo di undici anni dal vissuto difficile e dal carattere complesso, rese ancora più evidenti le crepe già esistenti. Quel bambino portava dentro ferite profonde e il rapporto con i genitori fu sin dall’inizio travagliato, pieno di ostacoli, incomprensioni e dolore. In qualche modo, però, quel nuovo ingresso in famiglia non spezzò il matrimonio: rese soltanto visibile ciò che già da tempo si stava incrinando nel silenzio.

La rottura definitiva con Ernesto arrivò quando Rosa, seguendo la richiesta di un sacerdote con cui collaborava in un doposcuola, decise di aiutare una famiglia disagiata e tre ragazzi praticamente abbandonati a se stessi da genitori alcolisti. In quella scelta emerge tutta l’essenza di Rosa: una donna incapace di voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza degli altri. Ed è forse proprio lì che si manifesta il contrasto più forte tra lei e il marito: Rosa sentiva il bisogno quasi vitale di donarsi, di accogliere, di salvare, anche a costo di sacrificare sé stessa.

Il secondo matrimonio fu diverso, più maturo, forse più consapevole. Ed è con il secondo marito che Rosa decide di adottare un’altra figlia, continuando ancora una volta a costruire la propria vita attorno all’amore e alla cura. Ma anche quel legame, col tempo, si dissolve. Rosa si ritrova nuovamente sola, senza un compagno accanto, con i figli ormai cresciuti. Eppure non si lascia travolgere dalla sconfitta: si reinventa, riparte, continua a camminare con quella forza quieta che la contraddistingue da sempre.

Ciò che lega davvero Rosa ai suoi figli è un amore totale, limpido, privo di condizioni. Un legame costruito sulla verità, sul dialogo, sulla presenza costante. Rosa ha dedicato loro tutta sé stessa, esattamente come farebbe una madre biologica, perché per lei la maternità non è mai stata una questione di sangue, ma di anima. Ed è forse questo il significato più profondo del titolo: legami muti, perché non hanno bisogno di essere spiegati per esistere davvero. Sono fili invisibili che resistono al tempo, alle cadute, alle assenze e persino alle ferite della vita.”


Pregiudizio, giudizio e solidarietà femminile. Come si coniugano questi elementi nel tuo libro?

“Uno degli aspetti più intensi di ‘Muti legami’ è proprio il rapporto tra donne, quella forma di sorellanza silenziosa e potente che spesso nasce nei momenti più difficili della vita. Quando Rosa affronta il divorzio, in un’epoca in cui una donna separata rischiava non solo il giudizio sociale ma anche l’isolamento e la povertà, sono proprio altre donne a tenderle la mano.

Un gruppo di femministe le rimane accanto con una solidarietà concreta e profondamente umana: l’aiutano a trovare una casa, ad arredarla, a renderla un luogo vivo e accogliente, le cercano un lavoro, ma soprattutto la sostengono emotivamente, giorno dopo giorno. Le fanno comprendere che ciò che ha intrapreso non è una caduta, bensì un viaggio difficile e coraggioso verso la libertà e la consapevolezza di sé. In qualche modo, quelle donne diventano per Rosa uno specchio nel quale imparare finalmente a riconoscere la propria forza.

Nel romanzo mi interessava raccontare proprio questo: la straordinaria capacità delle donne di unirsi quando la vita le mette alla prova. Una solidarietà che non ha bisogno di proclami, ma che si costruisce attraverso piccoli gesti quotidiani, attraverso l’ascolto, la presenza, il prendersi cura l’una dell’altra. È una forma di amore quasi ancestrale, una rete invisibile che impedisce di precipitare del tutto.

Anche quando Rosa sceglie di vivere in una casa comune insieme a due sorelle, continua questo percorso di apertura verso il mondo e verso gli altri. In quella realtà condivisa incontra persone diverse per provenienza, idee, esperienze di vita. Partecipa a riunioni, dibattiti, incontri in cui si parlava già di diritti umani, di uguaglianza, di giustizia sociale, di libertà di essere sé stessi in una società ancora piena di confini e pregiudizi.

Per Rosa quelle esperienze non rappresentano soltanto un rifugio, ma una rinascita interiore. Attraverso le altre donne comprende che la fragilità può trasformarsi in forza collettiva, che il dolore condiviso perde parte del suo peso e che nessuna rivoluzione autentica nasce davvero in solitudine.

Credo che il romanzo racconti anche questo: la sorellanza come possibilità di salvezza. Donne che si sostengono senza competere, che si rialzano insieme, che fanno squadra contro le difficoltà della vita e contro una società che troppo spesso le voleva silenziose e dipendenti. E in fondo Rosa riesce a sopravvivere alle sue tempeste proprio perché, lungo il cammino, incontra mani femminili capaci di sorreggerla senza mai trattenerla.”


Quanto è importante raccontare storie vere?

“Credo che raccontare storie vere sia uno dei compiti più profondi e necessari della letteratura. Le storie realmente vissute possiedono una forza particolare: portano dentro di sé le imperfezioni, le ferite, le contraddizioni e la complessità dell’esistenza umana. Non nascono per stupire, eppure spesso riescono a farlo molto più della fantasia, proprio perché custodiscono quella verità emotiva che ogni lettore, in qualche modo, riconosce dentro di sé. ‘Muti legami’ nasce da questa esigenza: dare voce a una vita autentica, attraversata dal dolore, dall’amore, dalle cadute e dalla rinascita. Raccontare Rosa ha significato entrare in punta di piedi nella memoria di una donna reale, rispettandone la delicatezza, la dignità e persino i silenzi. Ed è proprio qui che entra in gioco uno degli aspetti più complessi e affascinanti della scrittura: il rapporto tra verità e romanzo.

Credo che uno scrittore, quando racconta una storia vera, non compie mai una semplice trascrizione della realtà. La letteratura non è un verbale della vita, ma una sua rielaborazione emotiva e umana. Per questo ritengo che sia fondamentale riuscire a raccontare il vero senza necessariamente rendere riconoscibili nomi, luoghi o situazioni precise. Esiste una forma di autenticità più profonda della cronaca: quella che riesce a conservare intatta l’anima della storia pur trasformandola nella narrazione.

Romanzare secondo me non significa tradire la verità, ma darle respiro universale. Significa proteggere le persone reali e allo stesso tempo permettere al lettore di riconoscersi in quelle vicende come se appartenessero un po’ a tutti noi. È un equilibrio delicato, quasi etico, che la letteratura ha sempre cercato: raccontare il vero senza esporlo brutalmente, custodirlo dentro la forza evocativa della parola.

Penso che uno scrittore debba essere autentico prima di tutto nelle emozioni che trasmette. Anche quando modifica dettagli, fonde personaggi, trasfigura ambienti o dilata il tempo narrativo, ciò che conta è che resti viva la verità interiore della storia. Perché il lettore percepisce immediatamente quando una pagina nasce da qualcosa di profondamente vissuto e sincero.

Ed è forse proprio questa la magia della letteratura: riuscire a trasformare una vicenda personale in una memoria collettiva, fare in modo che il dolore, il coraggio e la speranza di una sola persona possano diventare, silenziosamente, patrimonio emotivo di molti altri.”

 

L’AUTRICE - Cinzia Proietti è nata in Umbria, dove vive. Musicista e docente. Tra le sue opere poetiche “diSEGNI diVERSI. Indissolubilità fra segno e parola” (Gambini editore, 2021), “Crome” (Bertoni editore, 2021), “Linee di parole” (Eretica edizione). Esordisce nella narrativa nel 2022 con il romanzo storico “Il sapore delle sorbe. Vissuti di guerra 1917-1945” (Gambini editore). Curatrice e autrice del romanzo corale “Anche se non sto gridando” (Dalia edizioni, 2025). Co-autrice del saggio musicale “La mia donna perché canta. Barbara Strozzi, una voce tra storia e modernità. Evoluzioni stilistiche dell’Aria dal Barocco al Contemporaneo” (Erom Edizioni Romana Musica, 2025).

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Solo oggi, in mattinata, un uomo di 67 anni ha denunciato ai carabinieri di anche la sua aggressione, avvenuta nella serata di domenica scorsa in viale dei Quattro Venti. Anche lui stava camminando verso casa quando la minicar si è avvicinata ed è stato colpito con un tubo di plastica dal passeggero della vettura. Anche la terza vittima non ha fortunatamente riportato ferite. Trascorre una giornata, poi cala di nuovo il buio e la minicar riappare in circolazione a Monteverde: sono sempre circa le 22 di lunedì 5 ottobre quando in via San Pancrazio questa volta viene colpita da un calcio o da una spinta una ragazza di 25 anni, mentre avanzava in bicicletta. Un quarto d’ora dopo il copione si ripete ma questa volta le conseguenze sono molto più gravi. In via Anton Giulio Barrili, l’attore 42 enne Davide Iacopini, sta tornando verso casa in monopattino quando viene colpito con un calcio. Iacopini viene spinto contro una Mini Cooper e cade malamente sull’asfalto. 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