Tra Speranze e Nostalgia

A cura di Anna Maria Rengo • 14 gennaio 2026

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Liliana Nechita racconta la propria storia di migrante: una scelta sofferta e difficile, come quella di tante altre donne rumene che hanno lasciato il proprio paese finendo per trovare un’occupazione in Italia.

Lasciare il proprio paese in cerca di un futuro migliore, così da poter aiutare anche la propria famiglia che resta a casa. È la difficile, talvolta inevitabile, decisione di tantissime donne rumene che, nel corso degli anni, sono venute in Italia, trovando il più delle volte un’occupazione come badante. Un destino comune dietro il quale si celano una miriade di storie individuali punteggiate di sogni, speranze, malinconia, nostalgia, determinazione, difficoltà, disillusioni.

Liliana Nechita, nata in Romania nel 1968 e dal 15 novembre del 2006 in Italia, racconta la propria, con un linguaggio, una sensibilità e una profondità che toccano l’animo del lettore e che rappresentano una sorta di voce collettiva, nella quale non solo le sue connazionali oggi badanti in Italia possono riconoscersi, ma anche tutti coloro abbiano sperimentato cosa significa essere “migranti”.

Lo fa nel suo libro “Ciliegie amare”, uscito per la prima volta in Romania nel 2013 e poi anche in Italia, dove è alla seconda edizione (Fve Editori) e di cui ha curato la traduzione dal rumeno all’italiano.

Liliana, quando, dove e perché è nata la sua passione per la scrittura?

“Sono nata in piena dittatura e mio padre era più dittatoriale della dittatura stessa. Mi vietava di leggere, sigillava la libreria di casa con un nastro adesivo, durante il periodo scolastico non potevo che studiare. Per lui i libri erano un pericolo perché fanno pensare troppo; oppure perché un figlio deve essere forte, magari d’acciaio, invece la bellezza lo potrebbe indebolire. Il fatto è che io ho letto sempre, anche di nascosto, staccavo il nastro, mi prendevo un libro e non se ne accorgeva, oppure andavo nella biblioteca pubblica, cui ero iscritta già a sei anni. La scrittura? Fondamentale è stato un momento preciso, me lo ricordo ancora: la prima poesia che mi è arrivata al cuore. Mi ricordo che sono stata persa per circa un’ora, rileggevo con stupore, avevo capito che il mondo si può guardare da un altro punto di vista. Poi ho iniziato a scrivere poesie. Ho pure pubblicato nei giornali locali, ma non era questo l’importante, quello che contava era il fascino per le parole. Ho imparato che si possono usare per esprimere bellezza e sentimenti, cercavo modi e provavo a farli avvicinare alla mia anima. Cioè loro devono avere il potere di scendere fino alle ossa per dire quello che mi sentivo di dire. Ma ho pure un’altra teoria, che loro sono dentro di noi e vogliono semplicemente uscire. Comunque, in un modo o nell’altro, ad un certo punto riesci a dire ‘ah, ecco, quello che ho scritto esprime quello che sento’”.

Nel tuo essere sospesa tra Italia e Romania, oggi quale senti essere la tua casa e sogni di ritornare al tuo paese natale?

“Rispondere a questa domanda fa male perché sogno di tornare dal giorno che sono partita. Pensavo fosse per sei mesi, ma sono passati quasi vent’anni. E così è per tutti gli emigranti. Ogni giorno penso a come potrebbe essere la mia vita lì. Ogni giorno mi rendo conto che non potrò stare lontano dalla bellezza dell’Italia. Qui so che basta un biglietto di treno per andare a Firenze o a Roma, ho bisogno di questa bellezza. Non sopporto l’idea di essere lontana dalla cupola del Brunelleschi. O dalla Pietà di Michelangelo. Dall’altra parte non sopporto l’idea di stare lontana dalle mie figlie per sempre. Ma intanto sono passati gli anni e io sono qui. La vita non aspetta che io prenda una decisione.”

Il tuo libro è stato pubblicato sia in Italia che in Romania. Che messaggio lancia agli italiani, ai rumeni e alle persone in genere?

“’Ciliegie amare’ è un avvertimento, io stessa avrei voluto leggerlo prima della mia partenza, ma nessuno raccontava niente. Infatti, gli emigranti sembrano sparire in una sorta di buco nero, nessuno sa come vivono veramente e come si sentono, poi tornano ad agosto e comunque sia non raccontano quasi nulla. Vorrei che le persone si fermassero un attimo prima di prendersi il biglietto di solo andata e che si chiedessero se è veramente necessario prenderlo. La società ci spinge ad avere macchine e mobili nuovi e tappeti e tanti soldi in tasca. Ma se hanno il necessario e vogliono un di più, spero che rinuncino alla partenza perché nessuna macchina nuova può sostituire l’abbraccio di un figlio. Poi mi piacerebbe sapere che le persone iniziano a parlare di più dei loro problemi. Nella Costituzione dei nostri paesi si scrive che il lavoro è un diritto e che lo Stato ha il obbligo di assicurare una vita dignitosa ai suoi cittadini. Ecco, ci sono tante cose da fare, da mettere a posto. Posso capire che in un borgo della campagna non c’è lavoro e che una persona deve fare il pendolare per mantenere la famiglia. Ma è difficile da accettare che per sfamare i figli devi partire a migliaia di chilometri, distruggendo la propria vita e anche quella degli altri.”

In qualche incontro pubblico ti sei presentata come “badante e scrittrice”, in questo ordine. Com’è cambiata la percezione di te stessa e la tua quotidianità dopo l’uscita del libro?

“Sinceramente non mi definisco con quello che faccio. Lavoro come badante e scrivo libri o faccio traduzioni, ma non è il lavoro quello che ci definisce, ma quello che pensiamo, quella profondità che abbiamo dentro di noi.  Ho due vite da sempre, in una lavoro per poter mangiare e aiutare le mie figlie, in quell’altra scrivo. Non bastava che vivo in due paesi simultaneamente, ho pure due vite in quelle poche ore di una giornata. Come ci riesco? Qualche volta scrivo nella testa oppure su un pezzo di carta qualsiasi mi annoto un’idea, un pensiero, quando arrivo a casa scrivo. Non sono mai stata davanti allo schermo del computer a pensare cosa devo scrivere. Penso per strada, mentre cammino, penso mentre lavoro, mi è capitato di scrivere poesia nella testa mentre lavavo i piedi della signora per quale lavoro. Però è bello così. Non mi annoio mai, ho un sacco di pensieri in testa, per esempio adesso sto scrivendo mentalmente a due libri in simultanea. In uno sono un tiglio in mezzo a un quartiere, in altra sono un disabile che non sa nemmeno che è nato. La mia vita è così da sempre: spaccata. Ma va bene uguale. Spero solo che quello che faccio arrivi all’anima della gente, in un modo o nell’altro.”

Cosa ha rappresentato per te la partecipazione alla trasmissione di “Che ci faccio qui” di Domenico Iannacone?

“Sono diventata ricca. Per prima cosa, subito dopo le riprese ho ricominciato a leggere poesie, non lo facevo da vent’anni. Avevo paura che potesse crollare quel muro che avevo alzato da sola per proteggermi dalle emozioni, io sento troppo da sempre.  Il muro è crollato, sì. Non è stato indolore, ma è stato necessario. Mi sono concessa perfino di piangere e ho scoperto che essere fragile non è poi così male perché all’improvviso sono stata circondata da nuovi amici. Si riconoscono nel dolore che non è più solo quello della emigrazione interna o esterna. Mi scrivono persone umiliate al lavoro, ma anche persone che amano leggere oppure mamme con figli fuori dal nido, mi scrivono gli ultimi come me perché siamo simili. Diciamo che la gente mi racconta quello che sente proprio perché sono una di loro. E il coraggio di raccontare la verità (non è che l’ho avuto, ma la testimonianza deve essere vera, a qualsiasi costo emotivo) ha dato coraggio anche a loro a dire le cose come stanno. Perché no, non è colpa nostra se non c’è lavoro, se le multinazionali chiudono, se i giovani devono lavorare a chiamata. C’è chi vuole prevalere sui più deboli. C’è chi si arricchisce sulla pelle dei poveri, migranti o no. In fin dei conti, il discorso è sempre sul potere e sui soldi. E io dico la verità perché ho già perso tutto. Ma sai una cosa? Quando ho perso tutto ho guadagnato la libertà di dire la verità. E questa cosa è fantastica.”

 

 

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