Autore: AGENZIA DIRE In aggiornamento
•
6 luglio 2026
Sono attese le delegazioni dei 32 Stati membri chiamate a confrontarsi in un clima di crescenti sfide e tensioni su più fronti ROMA – Da domani a mercoledì si terrà ad Ankara il vertice dei Paesi della Nato. Nella capitale turca, presso il palazzo presidenziale, sono attese le delegazioni dei 32 Stati membri chiamate a confrontarsi in un clima di crescenti sfide e tensioni su più fronti, rendendo la due giorni un appuntamento importante per il futuro. Il primo fronte, è quello internazionale, con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che sta faticosamente negoziando la pace con l’Iran e cercando di porre anche fine alla guerra tra Israele e l’organizzazione libanese Hezbollah. Il capo della Casa Bianca conferma verso la Nato una politica di disimpegno, rinnovata dalle recenti accuse agli alleati per il sostegno mancato nel conflitto scatenato in Medio Oriente. Questo sta spingendo verso programmi di corsa al riarmo i Paesi dell’Unione europea, ma alle parole d’ordine “spesa e produzione”, il segretario Nato Mark Rutte ha aggiunto anche “Ucraina”. Il dossier infatti resta centrale non solo per il ruolo dell’Alleanza atlantica – nata nel 1949 proprio per rappresentare una risposta militare all’Unione sovietica – ma per gli equilibri interni stessi all’associazione. Anche in questo caso, gli Stati Uniti di Trump si impongono protagonisti. La telefonata della notte scorsa di quasi un’ora del presidente statunitense all’omologo russo Vladimir Putin, a cui è seguita la chiamata anche al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sembrano lanciare un messaggio chiaro: la pace passa per la Casa Bianca, attraverso il suo dialogo diretto con Mosca e Kiev. Putin ha confermato i contatti “positivi” con Trump, così come ha fatto Zelensky, che torna però per l’ennesima volta a invocare licenze Usa perché sia possibile produrre missili Patriot. Questi “dialoghi paralleli” sono per Trump un altro modo per “svilire” il ruolo dell’Alleanza. Gli Stati membri però hanno scelto la strada della noncuranza. Come ha detto Rutte, l’Ucraina resterà tra i temi centrali, insieme a impegni per aumentare le spese nella difesa. A dare l’esempio, anche l’Italia, presa di mira da Trump. In un meme postato su Truth, la premier Giorgia Meloni viene ritratta mentre rivolge al presidente americano uno sguardo che pare adorante, accompagnato dalla scritta: “Necessario un ordine restrittivo”. Il raffreddamento nei rapporti tra Washington e Roma, col presidente che continua a negare a Meloni le cortesie elargite in passato, sono state tuttavia ridimensionate dal ministro degli Esteri Antonio Tajani che, ribadendo l’amicizia con Washington, ha assicurato: “Le relazioni transatlantiche vanno ben al di là delle singole dichiarazioni”. Infine, resta un terzo fronte di tensioni, tutto interno alla Turchia del presidente Racep Tayyip Erdogan. Mentre Ankara cerca di proporsi come un interlocutore politico moderato – e alternativo – sui principali scenari di crisi internazionali, internamente continua a essere accusato di repressione e violazione dei diritti. Decine di migliaia gli oppositori di Erdogan che continuano ad essere arrestati e incarcerati arbitrariamente. Un’accusa che si è rinnovata all’approssimarsi del vertice Nato. Dal mese scorso le autorità hanno vietato manifestazioni e riunioni pubbliche fino al 10 luglio, rafforzando la presenza di militari e agenti di poizia. Così, secondo la Procura generale, al 26 giugno ben 224 persone erano finite agli arresti. Ieri, altri cento esponenti del Partito comunista turco sono finiti in manette, dopo aver sfidato le autorità organizzando un corteo anti-Nato. Più in generale, sono stati fermati in queste settimane non solo dissidenti di Erdogan, ma anche difensori dei diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti ed intellettuali. In manette anche tre avvocati della Progressive Lawyers Association: Semra Demir, Kürsat Bafra e Doga Incesu. L’ong Amnesty International ha invocato la liberazione di tutti coloro che sono stati fermati poiché potenziali “disturbatori” del vertice dell’Alleanza atlantica. Ancora a giugno, per alcune battute sul presidente – definito “un dittatore” – è finito in carcere il comico Deniz Göktas, mentre è stato negato l’ingresso in Turchia a una nave da crociera con a bordo attivisti Lgbt. Secondo Human Rights Watch, la recente stretta alla sicurezza rivelerebbe la “spietata intolleranza della Turchia nei confronti della libertà di parola e di riunione”.