Una pagina di storia da (ri)scoprire
Dario Colombo conclude la sua trilogia sull’esodo forzato in Boemia delle popolazioni delle valli del Trentino prima dello scoppio della Prima guerra mondiale: vicende dolorose e sconosciute ai più, che hanno fortemente segnato la popolazione locale.
Un’opera documentata e coraggiosa, dove la storia, con le sue crudeltà e durezze, si intreccia a vicende personali narrate con commozione e partecipazione.
Dopo “Boemia” e “Montagne nere”, con “L’ultimo treno” (Edizioni Minerva) Dario Colombo conclude la sua trilogia sull’esodo forzato in Boemia delle popolazioni delle valli del Trentino alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale. Se nei primi due libri l’autore si era concentrato sulla partenza forzata di migliaia di donne, bambini e anziani, e pio sul loro ritorno in una terra devastata, questo ultimo capitolo è altrettanto necessario: siamo nel primo dopoguerra, il Trentino è diventato ufficialmente italiano, ma per chi lo abita la pace non coincide con la fine delle difficoltà.
L’esodo dei trentini in Boemia è una tra le pagine storiche meno raccontate. Come mai, secondo lei?
“Per una ragione molto semplice: che la storia la scrivono da sempre i vincitori. E il vincitore in questo caso era quel Regno d’Italia che aveva dichiarato guerra all’Italia per ‘liberare i fratelli di Trento e Trieste’ salvo poi – una volta ‘liberati’ li ha considerati ancora i nemici, gli austriaci, quelli per i quali erano morti alpini e bersaglieri sul Piave e sul Monte Grappa. E quindi di loro e delle loro vicende, compreso l’esodo in Boemia, non si doveva parlare. Quando poi è salito al potere il fascismo con il suo culto della nazione ’romana’, tutto questo è stato definitivamente cancellato.”
Può sinteticamente raccontare, per chi non conosce la vicenda, che cosa avvenne e perché?
“Il 22 maggio 1915, vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, gli abitanti di lingua italiana dei territori di confine dell’impero austroungarico – trentini, veneti, friulani – trovarono affisso sulle porte delle chiese e dei comuni l’ordine di evacuazione delle autorità austriache. Ovvero abbandonare le case, il bestiame e tutti loro averi e recarsi ‘con solo una posata e una coperta’ alla più vicina stazione dove sarebbero stati caricati sui carri bestiame e dopo un viaggio di 5-6 giorni disseminati nei villaggi della Boemia, della Moravia, della Bassa Austria. Ufficialmente per preservarli dai rischi del conflitto, secondo molti per evitare che potessero aiutare l’esercito italiano in quanto cittadini di lingua italiana. Fecero ritorno solo nel 1019.”
Prima stranieri in Boemia, poi stranieri in Trentino. Come furono accolti nei due territori i trentini trasferiti e quali sono gli attuali rapporti con la Boemia, o comunque l’eredità che questo soggiorno ha lasciato?
“All’inizio furono accolti in Boemia con diffidenza, se non con ostilità, in quanto anche la Boemia stava vivendo il dramma della guerra con gli uomini al fronte, la carenza di risorse e di lavoro. Dopo i primi mesi durissimi le popolazioni locali si resero conto – trattandosi esclusivamente di donne, anziani e bambini - che non si trattava di gente venuta per vivere alle spalle dei boemi ma al contrario disposta a lavorare e ad integrarsi, cosa che poi è avvenuta, dando vita a legami che durano a tutt’oggi, come ad esempio dimostra l’attività dell’Associazione Amici della Boemia e della Moravia.”
Con quale stato d’animo e finalità ha affrontato la scrittura di questa trilogia?
“L’obiettivo (e la speranza) è stato quello di far conoscere una vicenda che ha riguardato oltre 110mila persone e in un certo senso di render loro giustizia per quanto sofferto. Di conseguenza lo stato d’animo durante la scrittura dei tre volumi è sempre stato di grande partecipazione e coinvolgimento, ma anche di grande emozione.”
Il suo romanzo parla di identità, migrazione e appartenenza e pure concludendo un racconto, apre una domanda: cosa significa davvero sentirsi a casa?
“In sintesi: ritrovarsi nel luogo della propria memoria.”
Migrazioni, accoglienza, essere trattati come stranieri in terra propria, o vedere la propria terra cambiare di nazionalità: la storia dei trentini insegna o avrebbe dovuto insegnare qualcosa?
“Il condizionale è d’obbligo perché la storia – anche questa volta – non è stata magistra vitae ma, come ha dimostrato la seconda guerra mondiale e poi tutte le guerre che ancora oggi devastano il mondo, quanto è accaduto nel lontano 1915 ha continuato e continua a ripetersi.”
L’AUTORE - Dario Colombo, giornalista e scrittore, ha lavorato per i più importanti quotidiani, periodici, radio e televisioni nazionali, è stato per quattro anni direttore della testata giornalistica di “Tele+” prima che questa diventasse l’attuale Sky. Grande appassionato di montagna e di storia della Prima guerra mondiale, su questo tema ha scritto numerosi volumi, realizzato film-documentari e lavori teatrali. L’ultimo treno è il volume conclusivo della trilogia inaugurata con Boemia (2023) e Montagne nere (2024), vincitore del premio letterario internazionale Latisana per il Nord-Est sezione Narrativa 2025, dedicato alla ricostruzione di un’importante pagina sinora dimenticata della storia del nostro Paese.
Recent Posts














