Autore: AGENZIA DIRE
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8 ottobre 2026
"L'Europa si risvegli dal suo lungo torpore". Il testo integrale dell'intervento del segretario di Stato Usa: "A difesa della civiltà occidentale" ROMA – Dai ‘tratti inconfondibili’ di Atene a Roma nei ‘grandi americani di ogni generazione’ fino al ‘nuovo mondo’, alle porte di un decennio ‘decisivo’ per la ‘civiltà occidentale’: sono parole e nessi utilizzati dal segretario di Stato americano Marco Rubio, in un discorso tenuto ieri nella capitale greca. Sullo sfondo dell’Acropoli e del Partenone, Quello di Rubio è stato un appello a riscoprire lo ‘spirito’ della ‘civiltà occidentale’, oggi ‘a un punto di svolta’, in un decennio che sarà decisivo, in un mondo segnato dalla ‘competizione tra le potenze’ e il ‘ritorno della guerra’. In primo piano, di fronte alle ‘minacce’ contemporanee, l’esigenza di ‘rafforzare l’alleanza’ tra Stati Uniti ed Europa. “L’ANTICA GRECIA DA SEMPRE ISPIRATRICE DELLA STORIA AMERICANA” A seguire il testo integrale del discorso di segretario americano, intitolato ‘A difesa della civiltà occidentale’: ‘Ci sono grandi rovine in tutto il mondo. In molti casi, sono luoghi in cui la storia sembra essersi esaurita: resti di culture lontane che da tempo sono ormai al di là della memoria. Ma l’Acropoli è diversa. Da migliaia di anni, la civiltà che ha costruito ciò che vedete alle mie spalle cattura l’immaginazione del mondo occidentale. Generazioni di statisti, artisti e filosofi hanno guardato a essa – con meraviglia e con timore reverenziale. Ora, il tempo tende ad affievolire i sensi: le grandi vittorie e le sconfitte catastrofiche sembrano ridursi a una nota a piè di pagina in un libro di storia, a un altro fatto che i nostri ragazzi devono imparare a memoria per poi dimenticarlo. Ma gli antichi Greci sembrano esercitare una presa quasi mistica sulla nostra memoria. Ci richiamano a sé, ancora e ancora. Nel 480 avanti Cristo, gli eserciti di Serse arrivarono in questa città e diedero alle fiamme i suoi santuari. La maggior parte degli ateniesi aveva ormai evacuato la città via mare, rifugiandosi su un’isola vicina. Ma alcuni si rifiutarono di abbandonare la propria casa. Si barricarono così nella fortezza rocciosa dell’Acropoli per combattere un’ultima, straordinaria resistenza, facendo rotolare enormi massi lungo le scogliere contro gli invasori persiani e tenendo a bada per giorni il più grande impero dell’epoca’. ‘Alla fine furono sopraffatti. I persiani saccheggiarono i templi, incendiarono i santuari e rasero al suolo l’Acropoli. Ma quando gli ateniesi tornarono, raccolsero i resti spezzati della vecchia Acropoli e li seppellirono nella collina sulla quale era sorta. E decenni dopo, sotto Pericle, costruirono il Partenone. Da 25 secoli, il Partenone è ancora qui. Gli imperi sono sorti e caduti sotto la sua ombra. E i discendenti degli uomini che lo costruirono – i figli di Atene e di Roma – hanno portato la loro civiltà fino ai confini della Terra. Due secoli e mezzo dopo la fondazione della repubblica americana, dall’altra parte del mondo rispetto al luogo in cui mi trovo ora – io sono qui oggi come segretario di Stato di quella repubblica, e come pronipote di coloni arrivati nel Nuovo mondo dalla Spagna – sono qui per testimoniare un debito che nessun trascorrere del tempo, nessuna distanza nello spazio potrà mai estinguere’. ‘La storia dell’America, la storia del mio Paese, è ricoperta dalle impronte dell’antichità. La Grecia è letteralmente scolpita nell’architettura del nostro governo: nelle imponenti colonne, nelle cupole e nei monumenti della nostra capitale. La città in cui nacque la nostra Costituzione – Philadelphia – ha essa stessa un nome greco. Gli uomini che fondarono il mio Paese erano affascinati dall’eredità che avevamo ricevuto dalla vostra civiltà. Erano profondamente colti in materia di storia – erano pienamente consapevoli del loro posto unico in essa – ma nessun’altra epoca del passato catturava la loro attenzione e la loro immaginazione quanto l’antichità. Molti rimangono sorpresi nello scoprire che l’autore più citato nei Federalist Papers non era un filosofo dell’Illuminismo né un teorico della politica. No, l’autore più citato nei Federalist Papers era Plutarco, il biografo greco dei grandi uomini della Grecia e di Roma’. “LE NOSTRE IDEE DI LEGGE, CITTADINANZA E GOVERNO PLASMATE DALLE CITTÀ-STATO GRECHE” Prosegue il testo del discorso di Mario Rubio, segretario di Stato americano: ‘Molto è stato scritto e detto sull’influenza dell’antica Grecia sulle idee dei Padri fondatori americani – e, del resto, su tutti i filosofi e gli statisti occidentali che li hanno preceduti. La maggior parte di noi conosce la storia di base. Atene ci ha dato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno dato la filosofia occidentale. Le nostre idee di legge, virtù, cittadinanza e governo repubblicano sono state plasmate nelle città-Stato greche. Persino gran parte del nostro vocabolario politico – parole come democrazia, tirannia, la stessa parola “politica” – ha avuto origine qui. Tutto questo è vero. Ma ciò che dobbiamo a questo luogo – come americani e come occidentali – è in realtà molto, molto più profondo. Queste istituzioni e queste idee erano l’espressione esteriore di qualità più fondamentali che vediamo negli antichi Greci: qualità che non possono essere ridotte a un particolare sistema politico o a una teoria. Qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente: un’individualità fiera e una determinazione incrollabile; l’audacia nell’esplorare e nell’inventare; il desiderio di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria. Una curiosità insaziabile per il mondo e per i principi che lo governano, una fame di conoscere i misteri della natura e di afferrare i segreti del cosmo. L’impazienza di fronte all’idea dell’impossibile, l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite, la tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto. Non erano semplicemente formule o precetti di una particolare scuola filosofica. Erano caratteristiche di un popolo – espresse nelle sue tradizioni, nelle sue storie, nella sua immaginazione; nelle qualità che pretendeva dai suoi cittadini; nelle cose per cui viveva, combatteva e moriva. Conoscere loro significa conoscere noi stessi’. ‘Qui, in questo luogo, è sbocciato il desiderio occidentale di portare alla luce tutto ciò che l’ignoranza, l’oscurità e la distanza avevano tenuto nascosto alla mente dell’uomo. I greci non hanno soltanto plasmato la storia; i greci ci hanno dato la storia stessa. Gran parte di ciò che sappiamo su molte civiltà antiche proviene quasi interamente dai resoconti degli esploratori e degli storici greci, esploratori e storici che non si limitarono a raccontare la storia del proprio popolo, ma si spinsero oltre i propri confini per osservare e registrare le vicende di popoli e culture straniere in ogni parte del mondo. Laddove altri guardavano verso l’interno, i Greci furono i primi a rivolgere lo sguardo verso l’esterno, inseguendo l’emozione e la gloria di vedere tutto ciò che era strano e nuovo. Fu questo tratto a spingere l’Occidente a creare e costruire cose che altri non potevano, distinguendoci da tante altre culture e civiltà nelle quali la stabilità e la mera sopravvivenza rappresentavano i fini supremi della vita. Ma non ereditiamo dai Greci soltanto l’ambizione di esplorare l’ignoto; ereditiamo la convinzione che l’ignoto possa essere conosciuto. La fiducia che il mondo possa essere tracciato, misurato, mappato e compreso – e che esista un ordine razionale nel cosmo, governato da determinate leggi fondamentali, leggi che l’uomo può osservare e che la mente può arrivare a comprendere. Questa fu la base della mente occidentale: la nostra matematica, la nostra scienza, la nostra medicina. La nostra filosofia, la nostra etica e la nostra religione. Aprì la strada al Vangelo di Gesù Cristo, permettendogli di trovare terreno fertile in Europa e di fiorire nella civiltà cristiana. Fu la base della ricchezza della teologia cristiana – di Agostino e Tommaso d’Aquino e dell’intera tradizione della legge naturale. Diede vita a una civiltà caratterizzata non soltanto da una cultura comune, ma da un’antropologia comune – da una visione comune dell’uomo e del suo posto nell’universo. I suoi discendenti avrebbero condiviso non solo l’idea di un ordine naturale, ma anche una concezione distintiva della virtù; del destino e della sorte; della verità, della bontà e della bellezza; di un codice che stabilisce come gli uomini dovrebbero vivere; di standard e ideali oggettivi verso cui tendere. Per gli antichi Greci, la ricerca dell’eccellenza era il principio stesso dell’esistenza dell’uomo. Organizzarono tutta la vita civica intorno alla sfida, all’ambizione, alla competizione: nella filosofia e nella poesia, nella scultura e nel teatro, nell’atletica e nell’arte, nella guerra e nell’arte di governare. La città greca classica era un’arena in cui i grandi uomini potevano mettersi alla prova e dimostrare il proprio valore, affinando le proprie potenzialità attraverso una lotta incessante – per essere i migliori, i più forti, i più belli, tendendo continuamente verso la perfezione’. ‘So che alle orecchie moderne ciò che ho appena descritto, questo modo di vivere, può sembrare strano; può persino sembrare crudele. L’ideale di molte ideologie del nostro tempo è diventato, francamente, un mondo di sicurezza assoluta, privo di rischi e di fallimenti, senza né la gloria della vittoria né la vergogna della sconfitta. Troppo spesso oggi costruiamo verso il basso. Definiamo i nostri standard in modo tale da garantire che nessuno perda; ci preoccupiamo più del benessere dei peggiori che del potenziale dei migliori. Teniamo in ostaggio le persone più eccezionali tra noi, sacrificandole alla media, all’ordinario, alla mediocrità. Gli uomini che costruirono il Partenone costruivano verso l’alto. Ritenevano che l’aspirazione più alta e nobile della vita fosse superare tutti gli altri, cercare di essere i migliori in ogni cosa. Le antiche città-Stato greche erano piene di passione intensa, rivalità, fazioni e conflitti. Ma da quella lotta costante per distinguersi nacque la grande fioritura dell’arte, della filosofia e dell’energia politica e intellettuale che avrebbe trasformato un insieme di città mediterranee nel luogo di nascita della più grande civiltà del mondo. Il ‘thumos’, come lo chiamavano gli antichi greci – il fuoco della passione, della forza, del coraggio, dell’orgoglio – è il cuore della grande civiltà. E senza di esso? Senza di esso, le nazioni perdono la volontà di combattere, la volontà di lottare, la volontà di sopravvivere. Oggi, gran parte dell’Occidente ha dimenticato questa qualità’. “CON IL TEMPO NOI OCCIDENTALI SIAMO ARRIVATI A VERGOGNARCI DEI NOSTRI SUCCESSI…” Prosegue il testo del discorso di Mario Rubio, segretario di Stato americano: ‘Con il tempo, noi occidentali siamo arrivati a vergognarci proprio delle cose che ci rendevano eccezionali. Ci siamo sentiti in imbarazzo perché i nostri successi ci distinguevano dal resto del mondo. La nostra prosperità è diventata in qualche modo motivo di senso di colpa. Non credevamo più di meritare e di esserci guadagnati la nostra grandezza. La parola ‘nazionalismo’ è diventata una parolaccia. E così abbiamo abbattuto i nostri monumenti; abbiamo condannato la nostra stessa storia. E in troppi luoghi abbiamo insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei Paesi che avrebbero ereditato. Nel frattempo, abbiamo aperto le nostre frontiere e delocalizzato la nostra industria, permettendo alle nostre forze armate di indebolirsi e deteriorarsi. E ogni anno che passava sembrava che esternalizzassimo una parte sempre maggiore della nostra sovranità, trasferendo le nostre decisioni a burocrazie globali molto lontane dal nostro controllo. Ma altri sono stati fin troppo felici di riempire il vuoto che abbiamo lasciato – il vuoto creato dalla nostra debolezza. E mentre la fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre più assertivi, costruendo al posto nostro la propria ricchezza e il proprio potere. E oggi ci troviamo a un bivio’. “L’OCCIDENTE A UNA SVOLTA, MANTENERE IL RUOLO DI GUIDA O RASSEGNARSI AL SUO DECLINO” ‘Perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. La strada che sceglieremo determinerà se l’Occidente manterrà il proprio posto alla guida del mondo oppure si rassegnerà a un futuro di atrofia, sottomissione e declino. O sceglieremo di agire ora, oppure perderemo persino la possibilità di scegliere di agire. Sotto il presidente Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo di perseguire senza vergogna la potenza nazionale: riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento strategiche, reindustrializzare la nostra economia, ricostruire la nostra difesa, conquistare la leadership nelle tecnologie e nelle industrie del futuro. Scegliamo di puntare verso nuove frontiere: nella manifattura avanzata e nella super-intelligenza; nei droni, nelle armi e nella guerra; nei semiconduttori, nei minerali, nel cyberspazio e in ogni altro ambito delle possibilità umane. Liberare la nostra energia, ricostruire le nostre fabbriche, riportare i nostri astronauti sulla Luna e inaugurare una nuova era dell’esplorazione spaziale. Per quanto elevati fossero i loro ideali, gli antichi greci non erano ingenui. Capivano che le nazioni hanno interessi. Capivano che l’arte di governare richiede prudenza e diplomazia, ma comprende anche la capacità di usare la forza quando prudenza e diplomazia falliscono. Capivano che il potere non richiede soltanto di possedere i mezzi per difendersi, ma anche la credibilità di essere pronti a usarli’. “L’EUROPA SI SVEGLI DAL SUO LUNGO TORPORE” ‘Questa è la concezione classica della politica e dell’arte di governare che l’amministrazione Trump spera di recuperare – recuperarla non soltanto per il nostro Paese, ma per l’intera nostra civiltà. Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e riaccendere il fuoco che è stato acceso qui migliaia di anni fa. Ci sono già dei segnali. In tutto questo continente stiamo assistendo a quelli che speriamo siano gli inizi di un cambiamento generazionale: una crescita vertiginosa della spesa per la difesa, una raffica di nuove partnership e programmi, una maggiore capacità produttiva e manifatturiera, sulla scia degli storici impegni per la difesa assunti lo scorso anno all’Aia. La Grecia è stata al centro di questo cambiamento. Il popolo di questa nazione ha dimostrato ancora una volta di essere un amico indispensabile tanto per l’Europa quanto per gli Stati Uniti, dall’energia alla migrazione, fino alla difesa, dove la Grecia è stata un alleato modello. Ed è la nostra più sincera speranza che tutta l’Europa segua il vostro esempio. Anche se le passioni possono, a volte, aver messo a dura prova i legami di affetto tra gli Stati Uniti e l’Europa, non dobbiamo permettere che li spezzino. Insieme dobbiamo rafforzare un’alleanza capace di affrontare le minacce del nostro tempo. E possiamo farlo. Perché non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti. È una visione che abbiamo visto concretamente appena il mese scorso, in un nuovo accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia – un accordo che ridisegnerà l’Artico e rafforzerà la sicurezza dell’intera Nato. Tutti e tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori. Tutta l’Europa – così come la Nato e gli Stati Uniti – è emersa più sicura, più forte e più protetta grazie ad esso. Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme’. L’AMERICA FIRST, L’IDEALE DEL GRANDE UOMO: IN LINEA CON GLI ANTICHI GRECI Prosegue il testo del discorso di Mario Rubio, segretario di Stato americano: ‘Oggi è diventato di moda pensare che una politica estera illuminata significhi anteporre la comunità globale al proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di sbagliato nella fedeltà alla propria nazione, né nel combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa. Credevano – con forza – nell’ideale del grande uomo: l’individuo eccezionale che conquista l’immortalità attraverso le proprie azioni. Ma credevano che la gloria e la fama si conquistassero impegnandosi, sacrificandosi e ottenendo grandi risultati per qualcosa di più grande di se stessi. L’eroe ricorrente del mondo greco antico era l’uomo disposto a pagare qualsiasi prezzo per una causa degna della propria lealtà. Lo vediamo in Socrate, che si rifiutò di abbandonare la ricerca della verità anche a costo della propria vita. Lo vediamo nella leggendaria resistenza dei 300 spartani – circondati e disperatamente inferiori di numero rispetto ai giganteschi eserciti persiani – che rifiutarono la possibilità di salvarsi, scegliendo di combattere fino all’ultimo uomo piuttosto che abbandonare il proprio posto o il proprio dovere. E lo vediamo nel mito epico di Achille, al quale viene offerta la possibilità di tornare a casa e vivere una vita lunga e pacifica, ma che sceglie invece di rimanere a Troia e morire alla ricerca della gloria eterna. Queste sono le qualità che avrebbero plasmato l’immaginario morale occidentale. Dal martire cristiano che rifiuta di tradire la propria fede al patriota che dà la vita per il proprio Paese; da san Tommaso Moro alla battaglia di Alamo, fino alle immortali parole conclusive della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti: “Ci impegniamo reciprocamente a vicenda con le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore”. È dai Greci che l’Occidente ha ereditato il senso del dovere – una fedeltà incrollabile al proprio codice, alla propria causa, al proprio Paese. I nostri eroi, gli eroi dell’Occidente, sono coloro che scelgono di rimanere fedeli al proprio dovere proprio quando è più difficile e doloroso farlo: l’uomo vincolato alla propria parola, il soldato che non abbandonerà il proprio posto, il capitano, il proverbiale capitano, che affonda con la propria nave. Questo è completamente diverso da ciò che vediamo, ancora oggi, per esempio in fanatici come i mullah radicali dell’Iran, il cui culto della morte celebra i bambini kamikaze come eroi nazionali e presenta il martirio come un fine in sé. I nostri eroi possono essere disposti a morire per la loro causa; ma i nostri eroi non venerano la morte. È proprio perché attribuiamo valore alla vita che arriviamo a riconoscere l’eroismo di coloro che preferirebbero sacrificarla piuttosto che tradire i propri principi. Oggi diamo per scontata la concezione occidentale di questi valori – eroismo, onore, dovere. Presumiamo che siano in qualche modo universali per tutti gli uomini, in ogni epoca e in ogni luogo. Non lo sono. Sono il prodotto di un carattere distinto, un carattere che è nato qui e ha plasmato l’intera storia della civiltà che ne è seguita. Una civiltà che oggi dobbiamo difendere con la stessa passione dei nostri antenati. Gli uomini che costruirono il Partenone furono seguiti dagli architetti della cristianità europea, che innalzarono le cattedrali di Milano, Colonia e Firenze. La ricerca della perfezione della forma umana che animava gli antichi scultori greci trovò una nuova espressione in Michelangelo. La ricerca della struttura dell’universo da parte dei filosofi greci fu ereditata da Copernico, poi da Galileo, da Keplero e da Newton. La fame di nuove conoscenze diede vita alla prima spedizione di Magellano intorno al mondo, alla scoperta dell’America da parte di Colombo e, infine, al viaggio dell’Apollo 11 verso la Luna. E le qualità che portarono Alessandro a conquistare l’intero mondo conosciuto riapparvero in Cesare, poi in Carlo Magno e in Cortés. E in America, quella stessa tradizione si riscoprì nuovamente. Una terra aperta e selvaggia divenne il luogo di una grande rinascita dell’immaginazione e dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana. La civiltà di Atene e Roma trasformò una giovane repubblica costiera in un impero continentale. I più grandi americani di ogni generazione hanno portato con sé i tratti inconfondibili dei loro antenati – nati ad Atene, formati da Roma, battezzati nella cristianità, forgiati nella fornace dell’Europa medievale, dotati del genio inglese per la libertà e poi portati attraverso l’Atlantico per rinascere sulle coste di un nuovo mondo. Insieme, dobbiamo ora riscoprire quello spirito’. “SIAMO A UN PUNTO DI SVOLTA NELLA STORIA DELL’INTERA CIVILTÀ“ Prosegue il testo del discorso di Mario Rubio, segretario di Stato americano: ‘Siamo a un punto di svolta – un punto di svolta non soltanto nella storia della mia nazione, ma nella storia dell’intera nostra civiltà. Le minacce che affrontiamo oggi sono altrettanto reali di quelle che si presentavano sulla drammatica scena dell’antichità. Gli interessi nazionali non sono scomparsi di fronte alle istituzioni internazionali. La guerra non è scomparsa semplicemente perché preferivamo la pace. Gli altri Stati hanno continuato ad armarsi, a cercare influenza, a competere per territori, tecnologia, risorse, mercati, energia e potere. E ora la guerra è tornata. È tornata la competizione tra grandi potenze. Sono tornate la vulnerabilità, l’aggressione, il terrorismo, un intero universo di nuove minacce e nuovi attacchi. E dunque dobbiamo ricostruire le nostre istituzioni e le nostre alleanze per affrontare insieme queste minacce – comprendendo che lo scopo di queste strutture non è abolire la sovranità delle nazioni che le compongono, ma difenderla. E che le nazioni non devono abbandonare le proprie identità distintive per riconoscere i propri interessi comuni. Abbiamo costruito un modello di questo tipo con i nostri partner qui in Grecia: nelle nostre partnership per la difesa, nell’energia e nella tecnologia, nella nostra ambizione condivisa di proteggere i confini europei dalle minacce della migrazione di massa. La nostra amicizia risale ai primi anni della mia nazione. Quando la Grecia insorse nel 1821 per riconquistare la propria indipendenza dopo secoli di dominio ottomano, gli americani riconobbero qualcosa di familiare in quella lotta. Tre anni dopo, il grande statista americano Daniel Webster pronunciò un celebre discorso al Congresso, contribuendo a portare la causa della Rivoluzione greca davanti ai rappresentanti della giovane repubblica americana. E iniziò richiamando la loro attenzione su tutto ciò che li circondava. Questo è ciò che disse nel suo discorso: ‘Questa forma libera di governo, questa assemblea popolare… questa pratica del libero dibattito e della discussione pubblica, il confronto tra mente e mente… persino l’edificio in cui ci riuniamo, queste colonne proporzionate, questa architettura ornamentale, tutto ci ricorda che la Grecia è esistita e che noi, come il resto dell’umanità, siamo profondamente suoi debitori’. Quelle parole sono vere oggi come lo erano quando furono pronunciate. E tutti noi – non soltanto gli americani, ma gli europei e i nostri amici in tutto l’Occidente – dobbiamo reimparare le lezioni che i nostri antenati trassero da questo luogo e dalla sua storia. La storia della Grecia non ci offre soltanto uno sguardo sulle nostre istituzioni nelle loro forme più antiche. La storia della Grecia ci mostra un’immagine di noi stessi. Ci mostra che siamo gli eredi di grandi eroi e che dovremmo essere orgogliosi – profondamente orgogliosi – delle nostre origini. Dovremmo meravigliarci di ciò che i nostri antenati hanno scolpito in questa terra. La storia della nostra civiltà è la più grande storia mai conosciuta dall’uomo. E tutto è cominciato qui, con i primi uomini e le prime donne dell’Occidente. Da loro – da loro – possiamo riscoprire le virtù, il coraggio e la forza necessari per affrontare i pericoli del nostro tempo. Grazie’. (photo credit: U.S. Department of State/Fb e Secretary Marco Rubio/X)