Autore: Anna Maria Rengo
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19 ottobre 2026
Susanna Basso, traduttrice storica di giganti della letteratura inglese classica e contemporanea, illustra i segreti di un mestiere che parte sempre da un profondo amore per la scrittura propria o altrui, e che presenta numerose insidie. Un lavoro certosino dove ogni frase viene cesellata nell’intento di esprimere al meglio l’intento del suo autore anche se in una lingua diversa dalla propria. È certamente riduttivo descrivere con questa sola frase il mestiere del traduttore, figura che sta dietro qualsiasi libro in italiano di autori stranieri. Un mondo dove contano lo studio, l’applicazione, l’immersione in una scrittura altrui, in una lingua altrui, che devono essere riproposti nel miglior modo possibile. Ecco: non “l’unico”, ma uno dei modi possibili, il che lascia il traduttore alle prese con mille dubbi e difficoltà, da sciogliere affidandosi alla propria preparazione, esperienza e sensibilità. Il viaggio de “L’angolo del libro” oltre le mete più battute, dunque scrittori, saggisti e poeti, prosegue dunque alla scoperta del mestiere del traduttore. Lo fa affidando il timone a Susanna Basso, tra i più importanti traduttori italiani. Nel 2010 lei ha pubblicato il libro “ Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti”. La traduzione che esperienza è e quali sono i suoi maggiori rischi, difficoltà e soddisfazioni? “Si tratta di un’esperienza comune e diversa, al tempo stesso, per ciascuno. Ogni traduttore mette nella sua opera il proprio temperamento intellettuale ed emotivo, anche la propria biografia. Il nostro è un mestiere che isola ma fa anche sentire parte di una comunità, di chi trasforma la lettura in un prodotto, ed è un’esperienza immensa e meravigliosa. Certo, non manca la fatica ma viene compensata dal grande privilegio di poter dare una lettura del testo, sempre ricordando i limiti che la traduzione impone, dunque non sovrapporre mai se stessi o i propri gusti. La traduzione oltre a essere un lavoro in perdita è anche interminabile: non è mai finito ed è sempre perfettibile. Alla fine di ogni traduzione resta la soddisfazione di avere concluso il lavoro e l’insoddisfazione di conoscerne l’imperfezione. Tanti sono anche i rischi: la presunzione o, all’opposto, l’esitazione eccessiva che paralizza, la stanchezza che porta ad abbandonarsi a formule perché non si ha più l’energia necessaria, l’antologizzazione. Non si deve mai abbassare la guardia.” Qual è il lavoro propedeutico a un lavoro di traduzione e quanto giova tradurre sempre lo stesso autore? “Tradurre sempre gli stessi autori aiuta moltissimo perché consente di sapere che cosa aspettarsi in termini di fraseggiare, penso alla voce di Elizabeth Strout che è sempre riconoscibilissima. Quanto detto però magari non vale per Kazuo Ishiguro che sempre mi sorprende non soltanto per il timbro vocale ma anche per il genere che decide di affrontare! Quando arriva un testo nuovo innanzitutto lo leggo, perché sono golosa, e quando si tratta di autori classici studio: essi mi mettono in comunicazione anche con una immensa schiera di studiosi e di traduttori che prima di me hanno approcciato l’opera.” Per quanto riguarda i grandi classici della letteratura, poniamo i libri di Jane Austen, le case editrici hanno talvolta l’esigenza di procedere a una traduzione aggiornata di quelle anch’esse storiche. Ma una traduzione moderna non rischia di snaturare l’opera? “Io sono contraria all’uso dell’aggiornamento delle traduzioni. Jane Austen non è necessario aggiornarla ma quello che cambia è il lettore a cui parla e il mondo che esso ha attorno. Un classico va dunque contestualizzato in un mondo che cambia, senza bisogno che il suo autore parli come se fosse nato negli anni Duemila. Tornando a Jane Austen, i suoi libri ci parlano da secoli e ci dicono quello di cui, in un determinato periodo, abbiamo bisogno.” Lei ha tradotto dei giganti della letteratura contemporanea. Ha avuto modo di interloquire con Ian McEwan, Alice Munro, Kazuo Ishiguro ed Elizabeth Strout e che esperienza è stata con ciascuno di loro? “Sì, ho potuto parlare con tutti. McEwan l’ho incontrato più volte quando è venuto in Italia per ricevere dei premi internazionali e sono sempre stati dei momenti piacevolissimi nonostante l’ansia di essere all’altezza e il tentativo di sentirmi in una comunicazione paritetica. Forse l’incontro che mi ha reso più felice è stato quello con la Munro, visto che non era per niente scontato che accettasse di venire in Italia per ricevere il Premio Flaiano. Si rivelò esattamente come l’aspettavo: una persona dall’intelligenza acuta e tagliente, dotata di un’attenzione e sensibilità quasi inquietante. Nulla le sfuggiva e fu una serata molto divertente: lei era dotata anche di un grandissimo senso dell’umorismo. Ishiguro è di una gentilezza insuperabile e impeccabile, mentre la Strout metterebbe a suo agio chiunque e con la quale si può avere un rapporto più rilassato, vista la sua naturale dolcezza.” C’è un autore che l’ha messa in difficoltà e al quale magari ha dovuto rinunciare? “Tutti a tratti mi mettono in difficoltà! Penso ad alcune pagine di McEwan o di Julian Barnes, scrittore simpaticissimo. L’autore che ho trovato più complicato da tradurre è stato Martin Amis e ho arrancato sulle sue frasi che sono di una brillantezza comica e di una profondità intellettuale che mi mettevano a disagio. Difficilissima è anche Jane Austen, la cui scrittura è impenetrabile nella sua perfezione e armoniosità. Si ha la sensazione che a toccarla la si può soltanto danneggiare. Di Angela Carter ho pensato che la sua prosa così sontuosa avrebbe reso bene in italiano, mentre con quelle che ritengo perfette, asciutte o comiche faccio più fatica.” Lei pensa/teme che l’avvento dell’intelligenza artificiale cambierà o addirittura annullerà il lavoro dei traduttori? “Ogni innovazione tecnologica porta a cambiamenti sostanziali a un mestiere e alla sua artigianalità, ma con l’intelligenza artificiale la sfida è diversa, in quanto si può sostituire al traduttore. Credo però che la sostituzione completa non sia ancora possibile: l’Ia fa cose ottime, meravigliose, ma non credo potrà mai avere quel bagaglio di esitazioni e di insoddisfazioni che sono proprie dei traduttori e che resteranno sempre preziose.” Come ci si può preparare a questo tipo di lavoro? “Non ci sono formule. Io arrivo da generazioni che non conoscevano scuole di traduzioni mentre ora ce ne sono tantissime. Come tutti i corsi, non garantiscono né la qualità né la possibilità di entrare nel mondo del lavoro ma sono comunque di grande aiuto per imparare a leggere i libri nel modo necessario, con un ascolto continuo e intenso. E poi vale la solita regola: più si legge, ma anche più si scrive e meglio è!” UNA VITA PER LA SCRITTURA - Susanna Basso è nata a Torino il 12 giugno 1956. Dal 1987 collabora principalmente con la casa editrice Einaudi ed è stata insegnante di lingua e letteratura inglese presso il Liceo Ginnasio Massimo D'Azeglio di Torino. Nel 2002 ha vinto il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante per la traduzione di Espiazione di Ian McEwan, nel 2006 il Premio Mondello per la traduzione di I Fantasmi di una vita di Hilary Mantel, nel 2007 il Premio Nini Agosti Castellani per la traduzione di Jane Austen e nel 2014 ha nuovamente vinto il premio Procida-Elsa Morante per Lasciarsi andare di Alice Munro. Nel 2010 per Bruno Mondadori ha pubblicato il saggio Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti. Nel 2019 ha vinto il Premio Pavese per la traduzione.