Caso Fakir, al Tg1 immagini body cam poliziotti. Legale agenti: "Contatto con altre persone"
Le immagini esclusive trasmesse dal Tg1 aprono un nuovo, cruciale capitolo nelle indagini sulla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto a Bologna dopo un drammatico intervento della Polizia. Il filmato, registrato dalla body cam privata di uno degli agenti schierati sul posto, documenta l'intera sequenza degli eventi: dalle fasi di stallo iniziali fino al placcaggio e ai disperati tentativi di rianimazione.
Il documento video, già depositato presso la Procura della Repubblica, ha scatenato un duro scontro legale tra le parti, focalizzato sulla legittimità dell'azione dei poliziotti e sulle modalità di soccorso.
La posizione della difesa degli agenti
L’avvocato Gabriele Bordoni, legale dei poliziotti coinvolti, difende fermamente l'operato dei suoi assistiti, definendo l'intervento come un atto necessario e inevitabile per la sicurezza pubblica. Secondo la difesa, gli agenti avrebbero atteso circa 40 minuti nella speranza che l'uomo si calmasse. La situazione sarebbe però precipitata quando Fakir si è scagliato contro un'auto.
"C'è un momento di contatto con altre persone prossime a un'auto", spiega l'avvocato Bordoni. "A questo punto è evidente che i poliziotti devono intervenire e devono risolvere questa situazione per garantire l'incolumità dei presenti".
L'attacco dei legali della vittima
Di parere opposto la famiglia di Fakir, assistita dall'avvocato Fabio Anselmo, che contesta duramente la gestione dell'emergenza medica da parte delle forze dell'ordine. Il punto centrale dell'accusa riguarda lo stato di costrizione dell'uomo durante le manovre di soccorso avanzato.
"È intollerabile che fosse stato lasciato ammanettato mani e piedi anche in una procedura delicata come la rianimazione", dichiara l'avvocato Anselmo. Il legale esonera da ogni colpa il personale sanitario del 118, scaricando l'intera responsabilità della gestione logistica e restrittiva direttamente sugli agenti presenti.
Le immagini della body cam restano ora al vaglio della magistratura, chiamata a chiarire se il protocollo di immobilizzazione applicato abbia rispettato i criteri di proporzionalità o se vi siano state condotte penalmente rilevanti.

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