Autore: AGENZIA DIRE Ore: 08.49
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26 aprile 2026
Due esplosioni successive nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 diedero il via al disastro nucleare peggiore della storia: i primi Vigili del fuoco accorsi morirono in poche settimane, così come morirono gli operai che costruirono la cupola per arginare le scorie Sono passati 40 anni dal peggior disastro nucleare della storia. Una vicenda tragicamente memorabile. Una ferita non ancora chiusa. Era la notte tra il 25 e il 26 aprile 1986. Nel reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, nel nord dell’Ucraina sovietica, i tecnici stavano conducendo un test di sicurezza di routine. Ma una serie di errori procedurali e difetti strutturali del reattore Rbmk scatenò una reazione incontrollabile. Due esplosioni successive squarciarono il tetto del reattore, proiettando nel cielo notturno il materiale radioattivo visibile a chilometri di distanza. Il nocciolo era esposto. L’aria era altamente tossica e radioattiva. I primi ad arrivare furono i vigili del fuoco, senza sapere contro cosa stavano combattendo: molti morirono nelle settimane successive per l’esposizione acuta alle radiazioni. Le autorità sovietiche impiegarono 36 ore prima di ordinare l’evacuazione di Pripyat, la città satellite costruita per i lavoratori della centrale. Un “temporaneo allontanamento”. Cinquantamila persone lasciarono le proprie case, convinte di tornare dopo pochi giorni. Non tornarono mai. Le nubi raggiunsero in pochi giorni anche una parte del resto d’Europa a cominciare dalla penisola scandinava, ma un aumento della radioattività si registrò anche nei Paesi balcanici e poi in Italia, in Francia, in Germania, in Svizzera e in Austria. A Chernobyl nei mesi successivi, oltre 600.000 ‘liquidatori’ (soldati, minatori, operai) furono mobilitati per contenere il disastro: costruirono in pochi mesi il primo sarcofago di cemento armato, destinato a isolare le 200 tonnellate di materiale radioattivo ancora presenti nel nocciolo. Il costo umano fu enorme, ancora oggi difficile da quantificare con precisione. La stima dei morti ‘diretti’ è ‘solo’ di 30-60 persone tra chi era in servizio quella notte e i ‘liquidatori’, ma un report dell’Onu quantifica in almeno 4.000, in pochi anni successivi, i decessi legati a tumori riconducibili al disastro. Quarant’anni dopo il paesaggio intorno a Chernobyl è un’istantanea sospesa nel tempo, una testimonianza tangibile del ritiro umano. Il sarcofago originale, costruito in fretta e in condizioni estreme, si è deteriorato nel tempo. La sua vulnerabilità ha richiesto la costruzione di una nuova e massiccia struttura, l’Arco Nuovo di Contenimento (Nsc), completato nel 2016. Questa gigantesca volta è destinata a contenere i residui radioattivi per almeno 100 anni. All’interno, il materiale è ancora estremamente pericoloso, si stima che ci vorranno decenni, forse secoli, prima che alcune aree periferiche possano tornare accessibili; l’area centrale, invece, rimarrà pericolosa per millenni. La cosiddetta ‘Zona di alienazione‘, quella in cui non si può entrare liberamente intorno alla centrale di Chernobyl, è ancora oggi di 30 chilometri. Nonostante la contaminazione, nella zona è accaduto però qualcosa di inaspettato: in assenza di attività umane, la natura ha ripreso il suo corso. L’assenza di pressione antropica ha favorito la biodiversità, rendendo l’area un sorprendente santuario naturalistico. La fauna selvatica è prosperata, con lupi, linci, bisonti e altre specie che hanno colonizzato l’area in numero maggiore rispetto alle regioni limitrofe. Le foreste hanno inghiottito l’ambiente costruito: Pripyat è una città ‘vegetale’. Certo alcuni studi mostrano anomalie genetiche in alcune popolazioni animali, ma anche capacità di adattamento sorprendenti. La radioattività ha lasciato poi tracce durature nei suoli, nelle acque sotterranee, nella catena alimentare. E per quanto vorremmo che lo fosse, Chernobyl non è ancora storia archiviata. Il 14 febbraio del 2025 un drone russo ha colpito la cupola d’acciaio che avvolge il reattore, ed è stato segnalato un deterioramento della struttura, anche a seguito di eventi precedenti. Quello che era percepito come un relitto del passato è quindi tornato a fare parlare pericolosamente di sé.