Costruire la pace, un obiettivo possibile
Laila Simoncelli, avvocata, attivista e coordinatrice della campagna per l’istituzione di un Ministero apposito, spiega nel suo libro la fattibilità di un progetto che non conosce schieramento politico e che è ogni giorno più necessario.
Non una parola, certo bellissima ma irrealizzabile e relegata al mondo dei sogni edificanti. Si può parlare di pace, in questo mondo martoriato da troppe guerre che non accennano a voler finire, in maniera concreta.
Lo fa Laila Simoncelli che nel suo nuovo libro "Ministero della Pace: dalla visione alla governance” (Editrice Sempre) lancia una proposta che non può e non deve lanciare indifferenti. Da qui partiamo in questa lunga ma illuminante chiacchierata con l’autrice.
Un Ministero per la Pace: è un'utopia o può essere un obiettivo reale, magari già concretizzato in altri Paesi?
“Direi che è un'utopia soltanto se continuiamo a pensare che la guerra sia una cosa seria da organizzare e la pace un sentimento da celebrare. Lo Stato ha ministeri, bilanci, strutture e competenze per affrontare la difesa, la guerra e le sue conseguenze; molto meno strutturata è invece la capacità di prevenire i conflitti e costruire la pace.
Il punto è proprio questo: la pace non può essere lasciata soltanto alla buona volontà delle associazioni, dei volontari o delle singole comunità. Tutto questo patrimonio è straordinario, ma deve poter incontrare le istituzioni e diventare politica pubblica strutturale.
Da oltre due decenni la creazione di un'istituzione governativa dedicata in modo esplicito alla promozione della pace è diventata una proposta condivisa da studiosi, attivisti, leader religiosi e figure politiche, si pensi a Jeremy Corbyn nel Regno Unito e John Hume in Europa e al disegno di legge (Bill C 373) in Canada; esiste inoltre anche l’impegno di una rete internazionale il Gamip - Global Alliance for Ministries and Infrastructures for Peace.
In Costa Rica c’è già il Ministero della Pace unito a quello della Giustizia e anche nelle Isole Solomon abbiamo il dicastero dedicato alla Pace e Riconciliazione. In Nepal, come diretta conseguenza dell’accordo di pace nel 2007, era stato istituito il Ministero della Pace e della Ricostruzione attivo per un decennio. Nel 2018 è stato istituito anche in Etiopia e nonostante la drammatica escalation dei conflitti interni, la presenza continuativa del Ministero della Pace garantisce un canale istituzionale permanente dedicato esclusivamente al dialogo interetnico e alla mediazione sociale.
L'idea fondamentale è semplice: se consideriamo la pace un bene essenziale per la vita collettiva, dobbiamo dotarla di competenze, strumenti, risorse e responsabilità. Un Ministero della Pace non sarebbe quindi un'utopia burocratica, ma un'innovazione istituzionale necessaria: il luogo in cui mettere finalmente a sistema il sapere, le pratiche e le competenze dei costruttori di pace.
L'Italia ha la maturità istituzionale e la tradizione civile per fare un salto di qualità storico: non limitarsi a copiare i modelli esistenti di Ministero della Pace, ma svilupparli e superarli per creare un'infrastruttura di governo senza precedenti.”
Il nuovo saggio segue quello pubblicato nel 2024 dal titolo "Ministero della pace. Una scelta di futuro". Rispetto a due anni fa, quale cammino ha fatto la cultura della pace in Italia e nel mondo e il progetto di un ministero apposito?
“Credo che in questi due anni sia avvenuta una cosa apparentemente contraddittoria. Da una parte il mondo è diventato più violento, polarizzato e impaurito; dall'altra è cresciuta la consapevolezza che non possiamo limitarci a gestire le guerre quando esplodono. Dobbiamo imparare a prevenirle.
Quando abbiamo iniziato a parlare di Ministero della Pace, molti lo consideravano un'idea generosa ma marginale. Oggi il dibattito è molto più concreto. La guerra è tornata drammaticamente al centro dell'Europa e questo ci ha costretto a porci una domanda che per troppo tempo abbiamo evitato: se abbiamo strutture per organizzare la difesa militare, quali strutture abbiamo per organizzare la pace?
Il Ministero della Pace è diventato un progetto politico di una rete amplissima; oltre 45 realtà civili laiche ed ecclesiali. Tra le tante, Azione Cattolica Italiana, Acli, Pax Christi, Focsiv, Gruppo Abele, Movimento dei Focolari, Sermig, Movimento Nonviolento, Università di Padova – Centro Diritti Umani ‘Antonio Papisca’, Agesci, Retinopera e il sostegno della Fondazione Fratelli Tutti, e inoltre raccomandato nella Dichiarazione sulla fraternità umana (Roma 2023) da oltre 30 premi Nobel e recentemente anche dall’ Esperta Indipendente Onu sui diritti umani e la solidarietà internazionale.
Il passaggio importante, però, è culturale: dobbiamo uscire dall'idea che la pace sia competenza esclusiva del pacifismo. La pace riguarda la scuola, la sicurezza, l'economia, la giustizia, le politiche sociali, l'ambiente, la cooperazione internazionale. Dobbiamo passare dal pacifismo movimentista a rivendicare quello strutturale.
Il cammino che vedo è proprio questo: dal pacifismo come testimonianza alla pace come responsabilità pubblica. Non per sostituire la forza della società civile, ma per darle finalmente continuità e riconoscimento istituzionale.”
Nel libro si analizzano cinque direttrici operative e contemporaneamente diverse problematiche legate al tema della pace. Iniziando sinteticamente a illustrarle, che giudizio dà dell'informazione italiana su guerra e pace? Si fa qualcosa per promuovere una cultura di pace?
“Le cinque direttrici individuate nel libro rappresentano, in fondo, i grandi cantieri attraverso cui la pace può diventare una politica concreta.
L’educazione alla pace e alla nonviolenza, per rendere curriculare la formazione alla gestione dei conflitti, la comunicazione nonviolenta, l’applicazione dei principi di giustizia riparativa in sede scolastica; le politiche territoriali di pace, per sostenere enti locali e comunità nella prevenzione dei conflitti e nella costruzione della coesione sociale.
Un'altra direttrice riguarda il disarmo e la riconversione civile, con l'obiettivo di accompagnare il passaggio dall'economia di guerra a produzioni orientate alla vita e allo sviluppo. Centrale è poi la difesa civile non armata e nonviolenta, valorizzando strumenti come il Servizio Civile e i Corpi Civili di Pace ma anche consentendo a tutti i cittadini di addestrarsi alla dipesa popolare nonviolenta.
Infine, la costruzione della pace passa necessariamente dalla tutela dei diritti umani, dalla giustizia sociale e da un'economia non predatoria, perché non può esistere una pace duratura dove persistono profonde disuguaglianze ed esclusioni e dove la dignità della persona è subordinata al profitto.
L'informazione poi attraversa tutte queste dimensioni, perché il modo in cui raccontiamo il mondo determina anche il modo in cui lo abitiamo. Il problema dell'informazione contemporanea non è semplicemente che parla troppo poco di pace. È che molto spesso racconta la guerra secondo la grammatica della guerra: schieramenti contrapposti, vincitori e vinti, escalation, strategie, armi, dichiarazioni dei leader. Tutto questo è necessario da raccontare, naturalmente. Ma quasi sempre rimane sullo sfondo una domanda fondamentale: come si esce dal conflitto? Come si ricostruiscono le relazioni? Chi sono i mediatori, i civili, le donne, le comunità che cercano di impedire che la violenza continui?
La pace non è l'intervallo tra due guerre. È un processo complesso e spesso silenzioso. E il silenzio, purtroppo, fa meno notizia delle bombe.
Abbiamo bisogno di un'informazione capace di raccontare la complessità senza cadere nella propaganda e senza trasformare ogni conflitto in un derby. Un giornalismo di pace non significa nascondere la violenza o essere neutrali rispetto alle violazioni dei diritti umani. Significa cercare le cause profonde, dare voce alle vittime, raccontare anche le alternative e interrogarsi su ciò che sarà necessario per ricostruire.
Anche l'informazione, dunque, è una forma di educazione, alla guerra o alla pace.”
La giustizia riparativa può contribuire a costruire una cultura di pace?
“Assolutamente sì, perché introduce un cambiamento radicale nel modo in cui pensiamo il conflitto e i suoi principi possono essere applicati e sviluppati in modo sorprendentemente efficace anche in sede extrapenale.
Normalmente, davanti a un danno, ci chiediamo: ‘chi ha sbagliato’ e ‘quale pena merita’? La giustizia riparativa aggiunge altre domande: chi è stato ferito? Di cosa ha bisogno? Chi deve assumersi la responsabilità? Come possiamo ricostruire una relazione o una comunità che è stata danneggiata?
Questo non significa negare la responsabilità o abolire la giustizia. Al contrario, significa renderla più profonda. Punire può essere necessario, ma non sempre ripara. Una società costruisce pace quando non si limita a individuare il colpevole, ma si interroga anche sulle ferite prodotte e sulle condizioni necessarie perché quelle ferite non generino altra violenza.
Penso che questa sia una lezione fondamentale, anche sul piano politico. Viviamo in una cultura molto punitiva, oramai quasi vendicativa, e conflittuale: sui social, nel dibattito pubblico, nelle relazioni sociali. Abbiamo spesso l'impressione che il problema si risolva eliminando simbolicamente l'avversario.
La giustizia riparativa ci insegna invece che nessuna comunità può vivere a lungo sulla logica della distruzione dell'altro. Dobbiamo imparare a trasformare i conflitti. E questa è, in fondo, una delle definizioni più concrete della nonviolenza.”
La pace è un processo che parte dal basso, magari dai territori, oppure dall'alto, come appunto da un apposito ministero?
“Io credo che questa sia una falsa alternativa. La pace ha bisogno contemporaneamente di radici e di istituzioni.
La pace nasce sempre nei luoghi concreti: nelle famiglie, nelle scuole, nei quartieri, nelle associazioni, nelle comunità. È lì che impariamo a convivere con le differenze, a gestire un conflitto, a riconoscere l'altro. Nessun Ministero potrà mai sostituire questa dimensione.
Ma c'è un problema: se tutto rimane affidato esclusivamente alla spontaneità, le esperienze migliori rischiano di restare isolate, precarie e dipendenti dalla buona volontà di singole persone. In Italia abbiamo un patrimonio enorme di competenze nel peacebuilding, nella mediazione, nell'educazione alla nonviolenza, nella cooperazione internazionale. Il paradosso è che spesso le istituzioni non sanno nemmeno che questo patrimonio esiste, non si conosce la scienza ammnistrativa della pace e del peacebuilding.
Ecco perché serve un Ministero della Pace: per creare una relazione stabile tra chi costruisce pace ogni giorno e chi ha la responsabilità di governare.
Lo stesso vale per gli enti locali. Un Assessore alla Pace non dovrebbe organizzare soltanto la marcia del primo gennaio o celebrare giornate commemorative. Dovrebbe essere una figura capace di coordinare politiche educative, mediazione territoriale, inclusione, partecipazione giovanile, dialogo interculturale e interreligioso in collaborazione con il Terzo settore.
La pace, insomma, deve salire dal basso e trovare dall'alto istituzioni capaci di sostenerla. Senza comunità, le istituzioni sono vuote; senza istituzioni, le comunità rischiano di essere lasciate sole.”
La guerra è certamente un grosso business per alcuni. La fine dei conflitti come sposterebbe l'ago della ricchezza e quale futuro attenderebbe l'industria bellica?
“Questa è una domanda che dobbiamo avere il coraggio di affrontare senza semplificazioni. La guerra è anche un sistema economico. Muove capitali, ricerca, produzione, commercio, materie prime. Pensare la pace significa quindi interrogarsi anche sulle conseguenze economiche di una riduzione della produzione bellica.
Ma la vera domanda dovrebbe essere: siamo capaci di immaginare una riconversione?
Ogni grande trasformazione economica richiede scelte politiche. Non possiamo semplicemente dire a migliaia di lavoratori che il loro settore deve scomparire. Sarebbe ingiusto e inefficace. Dobbiamo invece utilizzare le competenze tecnologiche, industriali e professionali per orientarle verso produzioni civili.
Molte tecnologie nate in ambito militare hanno competenze che potrebbero essere destinate alla protezione civile, alla prevenzione delle catastrofi, alla medicina, alle infrastrutture, alla ricerca ambientale. La riconversione civile dell'economia non significa distruggere lavoro, ma chiedersi quale lavoro vogliamo costruire.
Il punto è culturale prima ancora che economico: continuiamo a pensare che la spesa militare sia automaticamente investimento in sicurezza. Ma la sicurezza di una comunità dipende anche e soprattutto dalla sanità, dall'istruzione, dalla tenuta sociale, dalla capacità di affrontare le crisi climatiche, dalla prevenzione dei conflitti. La vera sicurezza è quella umana. Nessun esercito sarà mai in grado di produrre coesione sociale.
La pace non è contraria all'economia. È contraria all'idea che l'economia possa prosperare indefinitamente sulla distruzione. È contraria alla necropolitica. L'economia della pace deve diventare un grande campo di innovazione, occupazione e futuro.”
Una difesa popolare non armata è davvero fattibile e come si fa a essere pacifisti quando altri paesi sono armati e magari pure minacciosi?
“Questa è forse la domanda più difficile, perché per troppo tempo abbiamo ridotto il dibattito a una contrapposizione semplicistica: o sei per le armi o sei ingenuamente contro la realtà.
La difesa civile non armata e nonviolenta non è ingenuità. È un campo di ricerca e di pratica che studia come una società possa difendere la propria popolazione, le proprie istituzioni democratiche e la propria coesione utilizzando strumenti diversi dalla violenza armata. Parliamo di resistenza civile, non collaborazione con l'occupante, protezione delle infrastrutture civili, organizzazione delle comunità, mediazione, interventi nonviolenti, corpi civili di pace. La storia ci offre molti esempi di popolazioni che hanno opposto alla violenza forme organizzate di resistenza non armata.
Naturalmente nessuno sostiene che la nonviolenza sia una formula magica capace di impedire automaticamente ogni aggressione. Ma dobbiamo porci una domanda: perché investiamo enormemente nella preparazione militare e quasi nulla nella formazione dei cittadini alla difesa civile?
Essere pacifisti non significa negare l'esistenza del male o della violenza. Significa rifiutare l'idea che la violenza sia l'unica forma possibile di risposta. La vera debolezza è il non cercare alternative; è il non svilupparle mai per poi concludere che non esistono.
Una società veramente responsabile dovrebbe prepararsi alla sicurezza con una pluralità di strumenti. Oggi abbiamo quasi esclusivamente una cultura della difesa armata. Il Ministero della Pace servirebbe anche ad aprire un secondo cantiere, quello della difesa civile non armata e nonviolenta, ma attenzione, vorrei sottolineare una distinzione: la difesa nonviolenta è fondamentale, ma non esaurisce la politica della pace.
Anche questo strumento prezioso rischierebbe di rimanere settoriale se non fosse inserito in una più ampia cultura pubblica della pace. La difesa nonviolenta è uno strumento della pace ma il Ministero della Pace è l’orizzonte politico che permette a quello strumento di diventare parte ordinaria della sicurezza della Repubblica.
Senza una cultura della pace, anche lo strumento migliore rischia di essere conosciuto e praticato da pochi.”
L'economia della fraternità è una contraddizione in termini o una possibilità reale?
“È una possibilità reale, e forse una delle grandi sfide del nostro tempo. Abbiamo costruito per decenni un'immagine dell'economia fondata prevalentemente sulla competizione: l'individuo razionale che cerca il proprio interesse e il mercato che, attraverso una sorta di equilibrio spontaneo, dovrebbe produrre come effetto il benessere collettivo. La realtà è ben diversa se non si mette come obiettivo il benessere collettivo il mercato produce inesorabilmente ‘scarto umano’.
Sappiamo che la realtà è complessa. Nessuna economia funziona senza fiducia. Nessuna impresa cresce senza cooperazione. Nessun mercato esiste senza regole, relazioni e beni comuni.
La fraternità non è quindi un sentimento sentimentale da aggiungere all'economia. È una categoria economica concreta. Significa riconoscere che la ricchezza non coincide semplicemente con l'accumulazione individuale, ma con la capacità di una comunità di generare condizioni di vita dignitose e opportunità.
Pensiamo alle cooperative, all'economia sociale, al commercio equo, alle imprese che investono nelle comunità, alle esperienze di economia civile. Esistono già moltissime pratiche che dimostrano come l'economia possa essere competitiva senza essere predatoria.
Naturalmente non basta mettere la parola ‘fraternità’ dentro un bilancio. Servono scelte concrete: lavoro dignitoso, riduzione delle disuguaglianze, tutela dei beni comuni, finanza responsabile, sostenibilità, reciprocità nel rispetto dei diritti umani, dalla materia prima al prodotto e per tutta la filiera.
La pace ha sempre una dimensione economica. Dove le disuguaglianze diventano insopportabili, dove intere popolazioni vengono escluse, dove le risorse sono concentrate in poche mani, cresce inevitabilmente anche il rischio del conflitto: guerre di frustrazione. L'economia della fraternità non è dunque un'alternativa romantica all'economia: è una delle condizioni di una pace duratura.”
Nel suo libro è anche presente un disegno di legge sull'istituzione del Ministero per la Pace. State cercando degli sponsor politici e che cosa vorrebbe dire ai politici che stanno leggendo questa intervista?
“Sì, naturalmente cerchiamo interlocutori politici e ne stiamo incontrando. Ma vorrei chiarire una cosa: non cerchiamo un padrino politico. Un Ministero della Pace, se deve nascere, non può essere la bandiera di una parte.
La pace è troppo importante per diventare un elemento identitario di uno schieramento contro un altro.
Ai politici direi innanzitutto di non chiedersi se il Ministero della Pace sia ‘di destra’ o ‘di sinistra’. Chiederei piuttosto: oggi chi si occupa istituzionalmente di prevenzione dei conflitti? Chi coordina l'educazione alla nonviolenza? Chi mette a sistema le esperienze di mediazione? Chi sviluppa la difesa civile non armata? Chi verifica la coerenza delle politiche pubbliche rispetto alla costruzione della pace? Se le risposte sono frammentarie, allora il problema esiste.
Non chiediamo ai politici un atto di fede. Chiediamo loro di considerare seriamente una lacuna istituzionale. Il disegno di legge è una proposta aperta al confronto, migliorabile, discutibile. Ma il principio è semplice: la pace deve diventare una responsabilità permanente dello Stato.
Direi ai politici di avere coraggio. La politica non serve soltanto ad amministrare l'esistente. Serve anche a costruire le istituzioni necessarie per affrontare i problemi che stanno arrivando.
Abbiamo creato istituzioni per la sanità quando abbiamo compreso che la salute era un bene pubblico, e a suo tempo i primi sostenitori del Ministero della Sanità furono tacciati di ingenuità, parimenti abbiamo avuto un ministero dedicato quando ci siamo messi in ascolto del grido del Creato. Abbiamo costruito sistemi educativi quando abbiamo capito che l'istruzione non poteva essere un privilegio. Forse è arrivato il momento di comprendere che anche la pace ha bisogno di istituzioni.”
Infine una domanda personale: attraverso quali esperienze lei è arrivata a occuparsi fattivamente e concretamente di pace?
“Credo che nessuno arrivi a occuparsi di pace semplicemente leggendo una definizione. Ci si arriva incontrando la fragilità umana, la sofferenza, l'ingiustizia, ma anche incontrando persone che, dentro situazioni difficili, continuano ostinatamente a costruire relazioni. Il mio percorso nasce dall'incontro con esperienze concrete di pace, con persone e comunità che hanno scelto di non considerare la violenza come un destino inevitabile. Ho imparato soprattutto una cosa: la pace non è qualcosa che altri costruiscono al posto nostro. È una responsabilità quotidiana.
In particolare la mia esperienza nei Balcani, in quella guerra civile come corpo nonviolento, mi ha lasciato soprattutto una certezza: la guerra non nasce mai improvvisamente nei cuori delle persone, ma viene preparata nel tempo attraverso processi culturali, politici e sociali che trasformano l'altro da vicino, da fratello, in un nemico.
Ricordo un episodio che non ho mai dimenticato. All'inizio del conflitto, un amico croato, Siniša, mi disse che il suo primo istinto era stato quello di rifugiarsi a Sarajevo, allora percepita come il luogo più sicuro. È un paradosso, se pensiamo a ciò che sarebbe accaduto dopo, ma rivela una verità fondamentale: all'inizio della guerra l'odio non aveva ancora separato le persone.
L’odio etnico non nasce spontaneamente: viene costruito, alimentato e organizzato attraverso la propaganda, la manipolazione della paura e la narrazione del nemico. Prima di colpire le persone, la guerra deve convincerle che l'altro non è più un essere umano, ma una minaccia.
Siniša mi disse una frase che considero ancora oggi straordinariamente attuale: ‘Avremmo dovuto avere istituzioni dedicate alla pace, così non saremmo stati manipolati dai signori della guerra’. Era la riflessione di chi aveva visto il proprio Paese precipitare nell'abisso.
La pace non può essere una risposta alla fine della guerra; deve essere una politica di prevenzione. Dobbiamo investire nella costruzione di anticorpi democratici e culturali: educazione, convivenza, dialogo, contrasto alla propaganda dell'odio e riconciliazione. I conflitti non nascono solo dalla presenza delle armi, ma anche dall'assenza di una cultura della pace. Quando mancano fiducia e strumenti democratici, la paura può essere trasformata in odio e l'identità costruita contro qualcuno.
E mi ha colpito sempre il fatto che esista una sorta di asimmetria nel nostro immaginario. Conosciamo i nomi dei generali, delle battaglie, delle armi. Molto meno conosciamo le storie di chi ha impedito una guerra, mediato un conflitto, ricostruito una comunità. Eppure sono queste persone che hanno permesso e permettono all'umanità di continuare a vivere insieme.
Forse è proprio da qui che nasce il mio impegno: dalla convinzione che dobbiamo rendere visibile e politicamente rilevante ciò che oggi chiamiamo semplicemente ‘costruire pace’. Perché la pace non è assenza di conflitto e non è uniformità. È la capacità di vivere nella differenza senza trasformarla in inimicizia. La nonviolenza, in fondo, nasce proprio da questa consapevolezza: l'altro non è un ostacolo alla mia esistenza, ma una delle condizioni della mia crescita. La diversità non è il problema da eliminare, ma la realtà con cui imparare a convivere.
Per questo continuo a credere che la pace sia possibile. Non perché sia facile, e nemmeno perché la natura umana sia spontaneamente buona. Ci credo perché queste esperienze esistono e dunque sono possibili; la pace è una competenza, una pratica, una scelta politica. E tutto ciò che può essere imparato, organizzato e coltivato può anche diventare parte della nostra storia collettiva.
Il vero problema dunque non è se la pace sia possibile. La domanda, forse, è un'altra: quanto ancora vogliamo continuare a investire nella preparazione della guerra senza investire con la stessa serietà nella preparazione della pace?”
L'AUTRICE - Laila Simoncelli è avvocata, attivista della Comunità Papa Giovanni XXIII, coordinatrice della Campagna Ministero della Pace una scelta di Governo. Già missionaria in India e Africa per oltre un decennio, si occupa da sempre di diritti dell’infanzia, contrasto alla tratta di esseri umani, migrazione, tutela delle donne e delle persone recluse e di promozione della cultura di Pace. È stata volontaria nel conflitto dei Balcani negli anni ’90 col corpo nonviolento Apg23- Operazione Colomba e ha partecipato alla Marcia Mir Sada a Sarajevo.
Formatrice di volontari e caschi bianchi nei progetti di servizio civile. È consulente legale per la rappresentanza Onu Comunità Papa Giovanni XXIII ha collaborato a diversi progetti europei sul tema dei diritti delle persone private della libertà. Scrive su diverse riviste e magazine online.
Impegnata nella rete cattolica ed ecumenica per il disarmo e la messa al bando delle armi nucleari. Autrice de “L’uomo della casa senza muri”, curatrice di “Ministero della Pace- Una scelta di futuro” e autrice del volume "Ministero della Pace: dalla visione alla governance” (Editrice Sempre).
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