Il libro, nuovo strumento di socialità

Anna Maria Rengo • 21 aprile 2026

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Marco Pautasso, responsabile della programmazione del Salone Off, evidenzia il ruolo della cultura “diffusa” sul territorio e da mettere a disposizione principalmente delle giovani generazioni.


Torino si prepara alla 38esima edizione del Salone Internazionale del Libro, in programma al 14 al 18 maggio al Lingotto Fiere, ma parallelamente all’evento, dall’8 al 19, un altro evento più capillare e diffuso animerà tante location, talvolta inusuali come luoghi di cultura. Stiamo parlando del Salone Off, “costola” del Salone Internazionale che nel corso del tempo è non solo cresciuta ma ha anche sviluppato una sua speciale e particolare connotazione. Ne parliamo con Marco Pautasso, responsabile della programmazione del Salone Off e segretario generale del Salone Internazionale del Libro di Torino, in un’intervista che è anche occasione per dipingere un quadro complessivo della cultura italiana, con particolare riferimento alla letteratura. Ma andiamo per ordine.


Al di là della diversa location, qual è la filosofia di fondo che distingue e allo stesso tempo accomuna il Salone internazionale del libro di Torino e il Salone Off?

“Il Salone Off, giunto alla sua 22esima edizione, è nato 23 anni fa (un’edizione è saltata per via del Covid) con l’intento, condiviso con l’allora amministrazione comunale di Torino, di coinvolgere il più possibile la città in un evento che riguardava l’ente fieristico e il Lingotto, ma che faceva fatica ad allargarsi oltre. Sperimentalmente si provò con una circoscrizione, all’epoca erano dieci e ora sono diventate otto, e via via il Salone Off è andato allargandosi fino a interessare trenta città della provincia metropolitana, molti altri centri del Piemonte e diverse strutture carcerarie di Piemonte e Liguria. È così diventato una festa che offre esperienze, penso a quelle nel carcere, molto diverse da quelle salonesche. Realtà culturali, associative e museali che si trovano sul territorio torinese e piemontese possono usarlo per raccontare e comunicare quello che fanno nel resto dell’anno, tramite iniziative ad hoc. Insomma, è una festa diffusa della cultura con numeri considerevoli: basti pensare che nel 2025 ci sono stati complessivamente circa 800 appuntamenti.”


Nella locandina del Salone Off si legge “la cultura ovunque”. Qual è il ruolo della cultura, e dei libri in particolare, in questo particolare momento storico dai paradigmi cangianti e dagli scenari incerti?

“Ho sempre pensato che se la cultura non ha una ricaduta sociale è fine a se stessa. Dove le persone leggono di più si vive anche meglio. Una ricerca sui gruppi di lettura condotta da Chiara Faggiolani e dall’Adei (l’Associazione degli editori indipendenti) presentata l’anno scorso rovescia i paradigmi: il libro non è più solo il fine, ma il mezzo per creare occasioni di socialità, per stare insieme, anche se magari si legge e non si parla. Penso alle iniziative organizzate all’Orto botanico: cinquecento persone in tre ore, ciascuno con il proprio libro, semplicemente per il gusto di stare assieme. Il libro è fondamentale, è uno strumento di crescita delle persone. Qualsiasi esso sia, senza distinzione, tutti hanno diritto di vita e ciascun lettore sceglie secondo le proprie inclinazioni, passioni, desideri, perché i libri aiutano a cambiare la propria esistenza. Lo vediamo anche in carcere, dove assistiamo a situazioni sorprendenti: detenuti stranieri che imparano la lingua leggendo, circoli virtuosi che mettono assieme volontari, psicologi, coloro che lavorano nella struttura. Tutti assieme ragionano sui temi del libro. Si tratta di piccolissime iniziative che magari non cambiano il mondo ma che lasciano un segno. Il fatto che chi è in stato di detenzione voglia condividere la lettura con altre persone è qualcosa di importante. Non ultimo, il libro trasferisce idee, contenuti importanti, ma credo che sia soprattutto il suo aspetto sociale che deve farci cambiare l’idea del suo paradigma come fine a se stesso.”


Lei è il curatore della programmazione del Salone Off. Sulla base di quali criteri e sollecitazioni la decide e, in particolare, quali saranno i temi portanti di questa edizione 2026?

“Il Salone Off cerca di rispondere alle esigenze del territorio e sarò sempre grato a chi mi consente di mettermi a contatto con le circoscrizioni più periferiche della città, che hanno esigenze diverse rispetto al centro, più servito. Quindi, con Paola Galletto (altra curatrice del Salone Off Ndr), incontriamo non solo le circoscrizioni, ma anche le librerie, le case di quartiere; raccogliamo le istanze e le tematiche che provano a perseguire e poi cerchiamo di raccogliere la disponibilità di autori che rispondano a esse. Il Salone Off è una festa, fatta anche di concerti, flash mob, cinema. Il tutto, va detto, fatto gratuitamente. Il 95 percento delle attività è a titolo gratuito e per la parte restante i biglietti sono popolari. Vogliamo che sia accessibile a tutti, che sia cultura diffusa nel senso pieno e vero del termine, e che essa arrivi a tutti. Abbiamo collaborazioni con il Museo Egizio, con la Fondazione Torino Musei, con il Museo del Cinema, ma anche con piccole realtà associative. Ci sono poi dei privati che si industriano a provare a costruire qualcosa, c’è dunque un senso di vivacità e vitalità culturale e non solo che ci dà speranza per il futuro.”


In Italia fioriscono fiere, concorsi, manifestazioni, reading letterari. Si può delineare un quadro positivo della cultura in Italia, sia dal punto di vista della produzione che della fruizione?

“Sono molto favorevole alle iniziative e ai festival culturali legati al territorio che li ospita e li trovo altamente apprezzabili. Alcuni obiettano che il livello dei lettori è insufficiente rispetto alle aspettative e forse è vero, ma credo che sia questa la strada giusta da percorrere e confido che questo investimento economico nel produrre tali eventi faccia crescere il nostro Paese rispetto alla fruizione culturale. Noi abbiamo il patrimonio artistico più importante del mondo ma i numeri dei musei non sono adeguati al tipo di offerta straordinaria che propongono. Si tratta di un ragionamento che coinvolge anche le scuole e il mondo della comunicazione. Noi stessi siamo impegnati anche con altri festival perché crediamo nel valore di rassegne tematiche e non tematiche che cercano di avvicinare i più giovani. Il futuro del Paese passa necessariamente attraverso le giovani generazioni a cui dobbiamo dare gli strumenti adeguati.”


Come colloca il panorama letterario italiano in un contesto internazionale, penso agli Stati Uniti dove la scrittura creativa è materia studiata all’università?

“Qui a Torino è nata la Scuola Holden e se è vero che la differenza tra l’Italia esiste ancora, c’è da dire che anche in alcuni nostri atenei sono stati avviati dei corsi tematici e che, scuole di scrittura a parte, il talento è talento. Nasce a prescindere dalle scuole e si costruisce o manifesta anche attraverso la possibilità di avere gli stimoli citati. La scuola ha un compito fondamentale nella costruzione del futuro del Paese ma sulla lettura si fa ancora troppo poco e forse non nel migliore dei modi, tant’è che noi italiani siamo agli ultimi posti europei quanto agli indici di lettura. Forse non riusciamo a fare capire che leggere è un grandissimo divertimento… basti pensare che l’80 percento delle serie tv sono tratte da libri! In potenza, potremmo essere tra i primi lettori in Europa, vicini a Francia e Germania.”


L’editoria “tradizionale” si trova ad affrontare sfide nuove o seminuove: dall’editoria a pagamento o self publishing all’intelligenza artificiale. Andando per ordine, queste nuove forme di editoria consentono, certo generalizzando, di scoprire nuovi talenti e di democratizzare la letteratura, o rappresentano un impoverimento e mercificazione della stessa?

“Nel Paese stiamo scontando un momento di difficoltà economica che investe anche il comparto editoriale. Per le case editrici indipendenti pubblicare un libro è un investimento che richiede cautela e oculatezza e c’è dunque il rischio che qualcuno chieda contributi agli autori. Speriamo in un intervento politico che dia più risorse al settore, perché sul territorio stiamo assistendo alla chiusura delle edicole, e poi delle librerie… al loro posto nascono compro oro o delle sale giochi e questo finisce per impoverirlo. Se cresceranno gli indici di lettura, se ci sarà maggiore stabilità, le case editrici potranno investire maggiormente sui talenti e garantire percorsi di crescita più sicuri.”


Quanto invece all’intelligenza artificiale, quali scenari si prefigura? Teme che a un certo punto le si delegherà completamente il compito di creare, e che parallelamente perderemo la nostra capacità di immaginazione o di sintesi?

“Spero di non essere vivo quando questo accadrà. Se muoiono la creatività e la fantasia muore l’essere uomini. Certo, l’intelligenza artificiale sta prendendo sempre più piede anche in ambito editoriale. Io stesso la uso, con funzione consultiva: non le delego il compito di redigere il testo. Altrimenti viene meno l’umanità delle persone. È una novità con cui dobbiamo fare i conti ma spero i conti ma spero che non prenda mai il sopravvento sull’invenzione, rendendo tutto molto piatto e omogeneo.”


LUI CHI E’ - Marco Pautasso lavora per il Salone internazionale del libro di Torino dal 2003. Dopo esserne stato vice-direttore, dal 2022 è segretario generale. Ha ideato format come il Salone Off e Voltapagina, e cura e supervisiona iniziative come Portici di Carta, Lungomare di libri a Bari, Festa del libro medievale di Saluzzo, Vercellae Hospitales, Carte da decifrare, Hangar del libro e Independent Book Tour. Cura le playlist musicali del Salone “il Cinghiale Bianco” e con il giornalista Federico Vergari il podcast “Fuoriclasse. Lo sport raccontato dal Salone”.


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