Il Papa, 'profondamente addolorato per l'incidente in Spagna'

FRV News Magazine • 19 gennaio 2026

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Papa Leone ha inviato un messaggio di cordoglio a mons. Luis Javier Argüello García, arcivescovo di Valladolid e presidente della Conferenza episcopale spagnola, nel quale si dice "profondamente addolorato nell'apprendere la tragica notizia dell'incidente ferroviario di Adamuz, Cordova, che ha causato numerosi morti e feriti, offre preghiere per il riposo eterno dei defunti".


 

 

Il Papa, nel telegramma a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, porge "le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto" per i feriti e di incoraggiamento per il lavoro delle squadre di soccorso.

 

 

Lasciare il proprio paese in cerca di un futuro migliore, così da poter aiutare anche la propria famiglia che resta a casa. È la difficile, talvolta inevitabile, decisione di tantissime donne rumene che, nel corso degli anni, sono venute in Italia, trovando il più delle volte un’occupazione come badante. Un destino comune dietro il quale si celano una miriade di storie individuali punteggiate di sogni, speranze, malinconia, nostalgia, determinazione, difficoltà, disillusioni.

Liliana Nechita, nata in Romania nel 1968 e dal 15 novembre del 2006 in Italia, racconta la propria, con un linguaggio, una sensibilità e una profondità che toccano l’animo del lettore e che rappresentano una sorta di voce collettiva, nella quale non solo le sue connazionali oggi badanti in Italia possono riconoscersi, ma anche tutti coloro abbiano sperimentato cosa significa essere “migranti”.

Lo fa nel suo libro “Ciliegie amare”, uscito per la prima volta in Romania nel 2013 e poi anche in Italia, dove è alla seconda edizione (Fve Editori) e di cui ha curato la traduzione dal rumeno all’italiano.

Liliana, quando, dove e perché è nata la sua passione per la scrittura?

“Sono nata in piena dittatura e mio padre era più dittatoriale della dittatura stessa. Mi vietava di leggere, sigillava la libreria di casa con un nastro adesivo, durante il periodo scolastico non potevo che studiare. Per lui i libri erano un pericolo perché fanno pensare troppo; oppure perché un figlio deve essere forte, magari d’acciaio, invece la bellezza lo potrebbe indebolire. Il fatto è che io ho letto sempre, anche di nascosto, staccavo il nastro, mi prendevo un libro e non se ne accorgeva, oppure andavo nella biblioteca pubblica, cui ero iscritta già a sei anni. La scrittura? Fondamentale è stato un momento preciso, me lo ricordo ancora: la prima poesia che mi è arrivata al cuore. Mi ricordo che sono stata persa per circa un’ora, rileggevo con stupore, avevo capito che il mondo si può guardare da un altro punto di vista. Poi ho iniziato a scrivere poesie. Ho pure pubblicato nei giornali locali, ma non era questo l’importante, quello che contava era il fascino per le parole. Ho imparato che si possono usare per esprimere bellezza e sentimenti, cercavo modi e provavo a farli avvicinare alla mia anima. Cioè loro devono avere il potere di scendere fino alle ossa per dire quello che mi sentivo di dire. Ma ho pure un’altra teoria, che loro sono dentro di noi e vogliono semplicemente uscire. Comunque, in un modo o nell’altro, ad un certo punto riesci a dire ‘ah, ecco, quello che ho scritto esprime quello che sento’”.

Nel tuo essere sospesa tra Italia e Romania, oggi quale senti essere la tua casa e sogni di ritornare al tuo paese natale?

“Rispondere a questa domanda fa male perché sogno di tornare dal giorno che sono partita. Pensavo fosse per sei mesi, ma sono passati quasi vent’anni. E così è per tutti gli emigranti. Ogni giorno penso a come potrebbe essere la mia vita lì. Ogni giorno mi rendo conto che non potrò stare lontano dalla bellezza dell’Italia. Qui so che basta un biglietto di treno per andare a Firenze o a Roma, ho bisogno di questa bellezza. Non sopporto l’idea di essere lontana dalla cupola del Brunelleschi. O dalla Pietà di Michelangelo. Dall’altra parte non sopporto l’idea di stare lontana dalle mie figlie per sempre. Ma intanto sono passati gli anni e io sono qui. La vita non aspetta che io prenda una decisione.”

Il tuo libro è stato pubblicato sia in Italia che in Romania. Che messaggio lancia agli italiani, ai rumeni e alle persone in genere?

“’Ciliegie amare’ è un avvertimento, io stessa avrei voluto leggerlo prima della mia partenza, ma nessuno raccontava niente. Infatti, gli emigranti sembrano sparire in una sorta di buco nero, nessuno sa come vivono veramente e come si sentono, poi tornano ad agosto e comunque sia non raccontano quasi nulla. Vorrei che le persone si fermassero un attimo prima di prendersi il biglietto di solo andata e che si chiedessero se è veramente necessario prenderlo. La società ci spinge ad avere macchine e mobili nuovi e tappeti e tanti soldi in tasca. Ma se hanno il necessario e vogliono un di più, spero che rinuncino alla partenza perché nessuna macchina nuova può sostituire l’abbraccio di un figlio. Poi mi piacerebbe sapere che le persone iniziano a parlare di più dei loro problemi. Nella Costituzione dei nostri paesi si scrive che il lavoro è un diritto e che lo Stato ha il obbligo di assicurare una vita dignitosa ai suoi cittadini. Ecco, ci sono tante cose da fare, da mettere a posto. Posso capire che in un borgo della campagna non c’è lavoro e che una persona deve fare il pendolare per mantenere la famiglia. Ma è difficile da accettare che per sfamare i figli devi partire a migliaia di chilometri, distruggendo la propria vita e anche quella degli altri.”

In qualche incontro pubblico ti sei presentata come “badante e scrittrice”, in questo ordine. Com’è cambiata la percezione di te stessa e la tua quotidianità dopo l’uscita del libro?

“Sinceramente non mi definisco con quello che faccio. Lavoro come badante e scrivo libri o faccio traduzioni, ma non è il lavoro quello che ci definisce, ma quello che pensiamo, quella profondità che abbiamo dentro di noi.  Ho due vite da sempre, in una lavoro per poter mangiare e aiutare le mie figlie, in quell’altra scrivo. Non bastava che vivo in due paesi simultaneamente, ho pure due vite in quelle poche ore di una giornata. Come ci riesco? Qualche volta scrivo nella testa oppure su un pezzo di carta qualsiasi mi annoto un’idea, un pensiero, quando arrivo a casa scrivo. Non sono mai stata davanti allo schermo del computer a pensare cosa devo scrivere. Penso per strada, mentre cammino, penso mentre lavoro, mi è capitato di scrivere poesia nella testa mentre lavavo i piedi della signora per quale lavoro. Però è bello così. Non mi annoio mai, ho un sacco di pensieri in testa, per esempio adesso sto scrivendo mentalmente a due libri in simultanea. In uno sono un tiglio in mezzo a un quartiere, in altra sono un disabile che non sa nemmeno che è nato. La mia vita è così da sempre: spaccata. Ma va bene uguale. Spero solo che quello che faccio arrivi all’anima della gente, in un modo o nell’altro.”

Cosa ha rappresentato per te la partecipazione alla trasmissione di “Che ci faccio qui” di Domenico Iannacone?

“Sono diventata ricca. Per prima cosa, subito dopo le riprese ho ricominciato a leggere poesie, non lo facevo da vent’anni. Avevo paura che potesse crollare quel muro che avevo alzato da sola per proteggermi dalle emozioni, io sento troppo da sempre.  Il muro è crollato, sì. Non è stato indolore, ma è stato necessario. Mi sono concessa perfino di piangere e ho scoperto che essere fragile non è poi così male perché all’improvviso sono stata circondata da nuovi amici. Si riconoscono nel dolore che non è più solo quello della emigrazione interna o esterna. Mi scrivono persone umiliate al lavoro, ma anche persone che amano leggere oppure mamme con figli fuori dal nido, mi scrivono gli ultimi come me perché siamo simili. Diciamo che la gente mi racconta quello che sente proprio perché sono una di loro. E il coraggio di raccontare la verità (non è che l’ho avuto, ma la testimonianza deve essere vera, a qualsiasi costo emotivo) ha dato coraggio anche a loro a dire le cose come stanno. Perché no, non è colpa nostra se non c’è lavoro, se le multinazionali chiudono, se i giovani devono lavorare a chiamata. C’è chi vuole prevalere sui più deboli. C’è chi si arricchisce sulla pelle dei poveri, migranti o no. In fin dei conti, il discorso è sempre sul potere e sui soldi. E io dico la verità perché ho già perso tutto. Ma sai una cosa? Quando ho perso tutto ho guadagnato la libertà di dire la verità. E questa cosa è fantastica.”

 

 

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Il rapimento, rivendicato dalle Brigate Rosse, aprì uno dei momenti più bui degli anni di piombo, segnati da terrorismo e divisioni politiche Oggi l’Italia si ferma per ricordare una delle pagine più drammatiche e dolorose della storia repubblicana: il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, avvenuto il 9 maggio 1978, in via Caetani a Roma, nel portabagagli di una Renault 4 rossa. Il presidente della Dc è stato sequestrato il 16 marzo precedente in via Fani, durante un agguato nel quale morirono i cinque uomini della sua scorta. Un rapimento, rivendicato dalle Brigate Rosse, che aprì uno dei momenti più bui degli anni di piombo, segnati da terrorismo e divisioni politiche.  LEGGI ANCHE: Roma, Mattarella in via Caetani per il 47esimo anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro L’agenzia Ansa battè la notizia del ritrovamento di un corpo in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure alle 13.59 del 9 maggio. La conferma che si trattasse del corpo di Aldo Moro arrivò nel giro di un quarto d’ora. E la foto del suo cadavere chiuso nel bagagliaio della Renault (rubata sei mesi prima), scattata in esclusiva per l’Ansa dal fotografo Rolando Fava, fece il giro del mondo. In breve tempo una folla di gente accorse in via Caetani. Moro era stato ucciso quella stessa mattina, forse nel covo delle Br, forse davanti alla Renault. Le ultime perizie hanno sostenuto che sia stato colpito mentre era in piedi, forse guardando in faccia i suoi sicari. Le indagini e il processo hanno ricostruito che a sparare furono in due, Mario Moretti e Germano Maccari. Utilizzarono una pistola Walther PPK calibro 9 (che però si inceppò) e poi una Skorpion, con cui Maccari avrebbe finito il presidente della Dc. I colpi sono stati nove. LA TELEFONATA Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro avvenne perchè il brigatista Valerio Morucci chiamò l’assistente di Moro, Franco Tritto. “Sono delle Brigate Rosse, ha capito? Non posso stare molto al telefono”, le parole di Morucci. Che senza giri di parole dice a Tritto di andare a comunicare alla famiglia, “di persona”, dove trovare “il corpo di Aldo Moro”, dice ad un commosso Tritto. “Adempiamo ultime volontà del presidente comunicando famiglia dove trovare il suo corpo”, dice ancora Morucci. LA PRIGIONIA Durante i 55 giorni di prigionia, il presidente della Dc viene sottoposto a lunghi interrogatori da parte del brigatista Mario Moretti e per ogni argomento Moro scriveva di proprio pugno un ‘verbale’ sui fogli quadrettati riempiendo diversi blocchi. Questi documenti, scritti personalmente da Moro e poi dattiloscritti dalle BR durante la prigionia costituirono il cosiddetto Memoriale Moro. Per liberarlo, le Br chiesero la scarcerazione di alcuni ‘compagni’. Lo Stato non volle entrare in trattativa con i terroristi. CHI ERA ALDO MORO Nel mondo della politica Aldo Moro è stato tutto: accademico e giurista, segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana. Tra i fondatori della Democrazia Cristiana e suo rappresentante alla Costituente, ne divenne segretario (1959) e presidente (1976). Fu più volte ministro; cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò governi di centro-sinistra (1963/68), promuovendo nel periodo 1974/76, quella che era la cosiddetta strategia dell’attenzione verso il Partito Comunista. Mario Moretti e Germano Maccari sono i soli a partecipare in via diretta all’esecuzione. Anna Laura Braghetti fa da “palo”, Prospero Gallinari rimane nel covo-prigione “ufficiale”, al primo piano dello stesso condominio di via Camillo Montalcini, 8. Moretti fa fuoco contro il presidente della Dc con, che però si inceppa dopo uno o due colpi. Allora Maccari gli passa lo con cui viene compiuta l’esecuzione. Se la ricostruzione fosse veritiera, a sparare sarebbe stato solo Moretti. Secondo altri “compagni”, Moretti si blocca per ragioni emotive. E Maccari finisce. 9 MAGGIO: GIORNATA DEDICATA ALLE VITTIME DEL TERRORISMO Il 9 maggio è anche la Giornata della Memoria dedicata alle vittime del terrorismo, istituita proprio per mantenere vivo il ricordo di chi perse la vita negli anni della violenza politica. Una data che invita il Paese non solo alla commemorazione, ma anche alla riflessione sul valore delle istituzioni democratiche e sulla necessità di custodire la memoria storica.
Autore: Redazione 9 maggio 2026
In seguito alla chiusura delle indagini da parte della Procura di Pavia, Andrea Sempio, oggi 38enne, interviene pubblicamente per ribadire la propria totale estraneità all’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007. La posizione di Andrea Sempio Attraverso dichiarazioni rilasciate a persone vicine e riprese dagli organi di stampa, Sempio ha espresso il proprio sconcerto per il coinvolgimento nell'inchiesta: "Io questo fatto atroce non l’ho commesso", ha dichiarato, sottolineando la speranza che non si arrivi a un provvedimento di arresto. Sempio ha inoltre rivolto un pensiero alla famiglia della vittima: "A tutti i parenti di Chiara va la mia vicinanza; dopo 20 anni non vedono ancora la parola fine a questa vicenda giudiziaria". La linea della difesa I legali di Sempio, gli avvocati Angela Taccia e Liborio Cataliotti, hanno espresso fiducia nell'operato del Nucleo Investigativo di Milano, ritenendo che l'informativa finale confermi l'innocenza del loro assistito. Secondo la difesa: Alibi dello scontrino: I dettagli emersi confermano che Sempio ha sempre riferito la verità riguardo ai suoi spostamenti quel giorno, nonostante le difficoltà tecniche nel certificare con assoluta certezza chi abbia fisicamente ritirato il tagliando del parcheggio. Analisi dei soliloqui: Le riflessioni captate in auto, in cui Sempio analizzava le dinamiche del delitto e la figura di Alberto Stasi, vengono interpretate non come ammissioni, ma come considerazioni di un cittadino informato sui fatti di cronaca che ha sempre collaborato con le autorità. Contesto giudiziario La nuova inchiesta della Procura di Pavia ipotizza un coinvolgimento di Sempio, all’epoca dei fatti diciannovenne e amico del fratello di Chiara, ribaltando la precedente verità processuale che aveva visto la condanna di Alberto Stasi. La difesa si dice pronta a dimostrare l'estraneità del 38enne in ogni sede opportuna, confidando che gli elementi raccolti chiariscano definitivamente la sua posizione.
Autore: Redazione 9 maggio 2026
La Presidenza degli Stati Uniti ha formalizzato un ultimatum senza precedenti nei confronti della Repubblica Islamica dell'Iran. Il Presidente Donald Trump, in una nota rilasciata nelle prime ore della giornata, ha chiarito che il tempo per la diplomazia è agli sgoccioli: la Casa Bianca esige l'accettazione immediata dell'ultima bozza di accordo, avvertendo che in caso contrario l'azione militare sarà immediata e di intensità superiore. Stallo diplomatico e tensioni a Hormuz Nonostante la scadenza fissata per la notte appena trascorsa, Teheran non ha ancora fornito una risposta ufficiale. Il Ministro degli Esteri Araghchi ha ribattuto definendo le pretese di Washington "eccessive". Nel frattempo, la tensione è sfociata in scontro fisico nello Stretto di Hormuz: due petroliere iraniane sono state colpite nel Golfo di Oman nel tentativo di forzare il blocco navale statunitense. Intelligence: il ruolo di Mojtaba Khamenei I servizi segreti USA hanno identificato in Mojtaba Khamenei la figura centrale dietro l'attuale linea di resistenza iraniana. Secondo il rapporto dell'intelligence, è lui il perno delle nuove strategie difensive e negoziali del Paese, rendendo la sua figura l'interlocutore ombra (e l'ostacolo principale) per le richieste americane. Escalation in Libano Parallelamente, il fronte nord resta incandescente. L'IDF ha intensificato i raid contro Hezbollah nel sud del Libano, colpendo oltre 85 obiettivi in 24 ore e ordinando l'evacuazione di 9 villaggi. Il bilancio attuale riporta almeno 31 vittime. Guerra elettronica e incertezza ONU I sistemi di navigazione nell'area di Hormuz sono nel caos, con un aumento del 600% dei movimenti senza GPS a causa delle interferenze. Sul piano internazionale, gli USA cercano il sostegno dell'ONU per una nuova risoluzione, ma lo scetticismo di Russia e Cina blocca attualmente un'azione globale coordinata.
Autore: FRV NEWS MAGAZINE 9 maggio 2026
Meloni-Rubio, il vertice a Palazzo Chigi: "Non dividiamoci". Rilanciato ieri il rapporto strategico tra Italia e Stati Uniti  Si è svolto nella giornata di ieri a Palazzo Chigi l’atteso incontro tra il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il Segretario di Stato degli Stati Uniti d'America, Marco Rubio. Il colloquio, durato oltre un’ora e mezza, ha sancito la volontà comune di superare le recenti tensioni diplomatiche e di consolidare l’asse transatlantico all’insegna del messaggio: "Non dividiamoci". Nel corso del lungo faccia a faccia, svoltosi in un clima di estrema franchezza, il Presidente Meloni e il Segretario Rubio hanno affrontato i principali dossier di politica estera, con particolare attenzione alla gestione della crisi iraniana. L’incontro è stato l’occasione per chiarire le recenti divergenze comunicative e riaffermare la solidità di un rapporto che resta prioritario per entrambe le amministrazioni, nonostante le critiche emerse nelle ultime settimane. Il Segretario Rubio, giunto alla Presidenza del Consiglio dopo il colloquio in Vaticano con Papa Leone XIV, è stato accolto dal consigliere diplomatico Fabrizio Saggio e dall’ambasciatore americano Tilman J. Fertitta. Il vertice di ieri ha confermato la centralità dell’Italia come partner strategico di Washington, sottolineando la necessità di mantenere un fronte compatto e un dialogo costante per affrontare le sfide geopolitiche globali e preservare la stabilità internazionale.
Autore: Anna Maria Rengo 8 maggio 2026
Ecco “Le storie senza eroi” di Alessandro Chiometti, quattordici racconti che sorprendono il lettore pagina dopo pagina e i cui protagonisti cercano, spesso a modo loro, una giustizia difficile da ottenere. Quattordici racconti noir che scandagliano l’animo umano con uno stile inconfondibile, brillante e diretto. Riprendendo le parole della prefazione di Roberto Carboni, “bastano poche parole e siamo proiettati tra le spire di un tornado, un luogo in cui la ragione non può dominare il vigore della fantasia. E questo è proprio quel divertimento della lettura che, normalmente, chiamiamo sorpresa”. Sono “Le storie senza eroi” (Isenzatregua edizioni) di Alessandro Chiometti, scrittore, attivista, pensatore e organizzatore di eventi letterari e culturali che in questa antologia si cimenta con la difficile arte del racconto, dando alla raccolta unitarietà ma anche diversità negli accenti, ambientazioni e tematiche narrate. Alessandro, nei ringraziamenti alla tua raccolta di racconti narri alcuni aneddoti su di essi. Ma in quanto tempo sono stati scritti e poi raccolti? “Buona parte in tempi recenti, al massimo due o tre anni prima dell'uscita del libro, qualcuno invece è rimasto nel cassetto un poco di più prima di trovare una casa editoriale. Il più recente è ‘Rane e scorpioni’; il più datato è ‘Conti separati’ che forse ha una decina di anni. Ci ho dovuto lavorare un po' per aggiornarlo ma l'argomento che fa da sfondo ai personaggi mi sembra sempre fin troppo attuale.” Le tue sono davvero “Storie senza eroi”, con finali se non tragici, sorprendenti e che portano il lettore a rileggerli da capo, trovando quegli indizi che gli erano completamente sfuggiti. C’è ancora la possibilità di giustizia, coraggio e redenzione e dove semmai la si può trovare? “La redenzione è per me un concetto totalmente estraneo così come il concetto di peccato. Ho la speranza che prima o poi qualcuno si accorga che la specie umana (scientificamente senza razze) ha bisogno di collaborazione ed empatia per superare i prossimi ‘colli di bottiglia’ evolutivi, anche se per questo c'è bisogno di un coraggio non individuale ma collettivo. Tornando alle mie storie i miei personaggi spesso sono disillusi e cinici come chi li ha creati, però nonostante tutto cercano di fare la scelta migliore nel contesto in cui stanno vivendo, e anche questo è un po' quel che cerco di fare io nella vita. La giustizia, qui da noi, è difficile da ottenere e quindi spesso, per sentirsi in pari con il mondo, i miei personaggi hanno bisogno di forzare un po' la mano. Nella fiction potrebbe essere più facile, ma spesso i miei racconti sono verosimili, quindi difficilmente ottengono ‘giustizia’ in tutte le loro pretese. Bob Dylan diceva ‘Non puoi vincere quando hai una mano perdente’ e aveva ragione, però puoi sempre far saltare il tavolo per aria se ti accorgi che il gioco è truccato.” C’è un racconto tra questi che si sta particolarmente a cuore e perché? “C'è un patto fra me e le mie storie: quello di non rispondere mai a queste domande. Mi dispiace ma, essendo (come continuo a definirmi) uno scribacchino per passione e non uno scrittore per mestiere quando scrivo una storia è perché sono convinto della sua importanza e che sia giusto raccontarla. Preferirne una rispetto all'altra sarebbe l'equivalente di un padre che sceglie fra i suoi figli.” Ti sei mai ispirato a fatti di cronaca nei tuoi racconti e che cosa provi, quando di certi delitti e fatti leggi che sono successi davvero? “Ovviamente la cronaca può essere una fonte di ispirazione ma non mi piace scrivere true crime, se ne parla già troppo... e spesso in modo ridondante e pretestuoso. Tanto per dire, la leggenda vuole che ci siano almeno un migliaio di titoli pubblicati (e auto-pubblicati) da autori che conoscerebbero l'identità del Mostro di Firenze... o per lo meno ci tengono a far sapere a tutti la loro teoria, sempre definitiva, sull'argomento. Per carità, far luce sui fatti eclatanti di cronaca è opera meritoria, penso ad esempio ai bellissimi lavori cinematografici di Mario Tullio Giordana o Stefano Sollima; oppure la bellissima e indimenticabile serie di Blu Notte condotta da Carlo Lucarelli sui misteri d'Italia. Però penso anche che in ambito editoriale se ne stia abusando un po' del true crime, specie su questioni che soffrono inevitabilmente di ‘recentismo’. Su quel che provo leggendo la cronaca invece posso dire che odio il voyeurismo, quindi non mi va per nulla di leggere le descrizioni minuziose dei fatti efferati; descrizioni che pure hanno fatto la fortuna di tante trasmissioni e riviste di nera. Amo l'horror e il thriller ma preferisco chi nella narrativa da spazio alla fantasia piuttosto che fossilizzarsi sulle ricostruzioni più o meno romanzate della cronaca nera.” Da dove nasce la tua passione per la scrittura e come si concilia con il tuo lavoro come perito chimico? “Nasce con me, nel senso che per quanto ricordi appena dopo aver sviluppato la passione per la lettura mi è venuta la voglia di inventare storie mie. Non si concilia nel tempo, nel senso che ovviamente il tempo che posso dedicare alla scrittura è meno di quello che vorrei e lo devo dividere con tutte le altre mie passioni (libri, film, fotografia... avere anche una vita sociale) e quando non basta, ovvero quando c'è da chiudere qualche scadenza per concorsi e pubblicazioni, devo sottrarlo al sonno. Ma comunque ne vale sempre la pena chiudere la storia che avevo in mente. Intellettualmente invece si concilia benissimo, il metodo scientifico è alla base di molte mie storie; penso a ‘Il mastino di Darwin’ (Dalia ed., 2017 - un horror sui vampiri che può vantare la postfazione di un divulgatore importante come Telmo Pievani) oppure, parlando di questi racconti, in ‘Mappe da pochi centesimi’ descrivo il ‘metodo Ponzi’ che è alla base di molte truffe finanziarie e in cui cadono ancora troppe persone. Del resto,Italo Calvino e Primo Levi erano chimici. E se vogliamo dirla tutta è almeno dai tempi di Galileo che gli scienziati hanno dimostrato di essere bravini con la lingua italiana!” In che modo, invece, questi tuoi racconti così disincantati e noir si conciliano, se si conciliano, con il tuo impegno nel riconoscimento dei diritti sociali e civili? “Non mi sembra che le due attività siano in contrasto fra loro, del resto ogni autore a volte mette messaggi per far capire come la pensa su tanti temi. In questa particolare raccolta in ‘A che punto è la notte?’ penso di dir tutto su come la vedo nella questione eutanasia; del resto lo avevo già fatto in precedenza con ‘La scogliera’ (contenuto in ‘Frequenti Improbabilità’ ed. Tempesta, 2018). In ‘Conti separati’ dico tutto quel che penso sulla politica in mano alle pratiche partitiche. In ‘Fuori e dentro la Konka’ (Bertoni ed. 2025) affronto esplicitamente le assurdità del proibizionismo in vigore sulle ‘droghe’ in questo paese... insomma, possiamo dire che le due attività sono in simbiosi e si aiutano a vicenda.” Qual è il ruolo, se ce n’è solo uno, della scrittura nella società contemporanea? “Penso che Pier Paolo Pasolini con il suo celebre articolo ‘Io so’ abbia detto tutto sulla funzione dell'intellettuale (e quindi dello scrittore) nella società. Non c'è molto da aggiungere se non che rispetto ai tempi in cui scriveva (o per meglio dire gli è stato concesso di scrivere prima di essere ammazzato) la società è andata avanti in peggio. Il Paese dalla democrazia formale e non sostanziale che era è uscito finanche dalla democrazia rappresentativa (non eleggiamo neanche più i nostri rappresentanti in parlamento) diventando a tutti gli effetti un'oligarchia partitica. E oggi scandali che un tempo avrebbero fatto cadere qualunque saldissimo governo vengono accettati da un'opinione pubblica sedata e anestetizzata. Lo scrittore quindi, nel senso di intellettuale, quindi non può non mettersi come primo obiettivo quello di lasciare testimonianze in primis e poi di cercare, per quel che può fare, di suonare la sveglia. La scrittura in senso esteso ha il compito di analizzare e definire la società e metterne in evidenza le contraddizioni e poi, cosa non meno importante, cercare condividere il sapere. Ma non solo. Ci sono compiti che sembrano meno importanti e che spesso riteniamo di ‘serie b’ ma non lo sono, come intrattenere i lettori (o gli spettatori dei film che usano sceneggiature) e regalargli momenti di svago e di distrazione dalla realtà attorno. È fondamentale almeno quanto gli altri scopi.” L’AUTORE - Classe 1972, perito chimico, lavora nel campo della protezione ambientale. Impegnato politicamente in varie associazioni nelle lotte per il riconoscimento dei diritti umani e civili, soprattutto con l’Aps Civiltà Laica di Terni, di cui è socio fondatore ed ex presidente. Senza che nessuno glielo chieda si descrive così: “Razionalista, sognatore, pragmatico, utopista, ingenuo, cinico, epicureo e idealista... O forse, più semplicemente, incapace di autodefinirsi senza contraddizioni.” Lascia volentieri agli altri il compito di catalogare e giudicare, attività per cui, del resto, ha ben poco interesse; non rinuncia però a esprimere le sue opinioni su molteplici argomenti. Eterno studente consapevole di non sapere mai abbastanza, è sempre più convinto che il disimpegno politico e civile non rappresenti una soluzione ma uno dei problemi. Amante dei gatti ma simpatizzante dei cani pensa che il senso della vita sia la vita stessa e per questo la riempie di libri, foto, musica, birra e viaggi.
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