L’altra metà del pentagramma
Con Cinzia Proietti ed Emanuele Stracchi alla scoperta di Barbara Strozzi, una delle pochissime compositrici del Barocco italiano la cui storia e produzione musicale è giunta fino ai giorni nostri.
Quando si pensa alla storia della musica classica (italiana e non solo) nella mente si affollano tanti personaggi maschili giunti alla fama e all’immortalità grazie alle loro sonate, sinfonie, opere liriche. Ma c’è una storia parallela che vede anche le donne protagoniste, per quanto le loro produzioni artistiche siano meno conosciute, almeno dal vasto pubblico. Ben venga dunque, in questa opera di valorizzazione e conoscenza di un patrimonio artistico di grande interesse, il saggio della musicista e scrittrice Cinzia Proietti e del compositore Emanuele Stracchi “La mia donna perché canta” (Edizioni Romana Musica) dedicato a Barbara Strozzi, una delle compositrici più emblematiche del Barocco italiano, saggio che offre un'analisi approfondita dell'Aria n. 25, tratta dall'Op. 2. Appunto, “La mia donna perché canta” ossia il titolo del saggio.
Ma andiamo con ordine.
Da dove nasce l’interesse per Barbara Strozzi e come si inserisce la sua opera nel contesto storico-musicale? Lo chiediamo a Cinzia, che ha curato la prima parte del libro.
“Questo lavoro nasce dall’interesse a riscoprire e valorizzare una figura femminile di spicco nel panorama musicale del XVII secolo. Nata a Venezia nel 1619, Barbara Strozzi fu una compositrice e interprete di notevole rilevanza, capace di esplorare una vasta gamma di affetti. Considerata la più prolifica nella musica da camera profana seicentesca, è compositrice di oltre 100 lavori, nei quali emergono grande semplicità e naturalezza, grazia e finezza di gusto, tratti distintivi di una vera femminilità. L’aria ‘La mia donna perché canta’, oggetto di analisi, è stata scelta per le sue caratteristiche stilistiche, compositive e interpretative. Quest’opera costituisce una testimonianza significativa del fervore artistico, culturale e musicale della Venezia seicentesca, nonostante le restrizioni socio-culturali che gravavano sulle donne del tempo. In un contesto storico-musicale dominato da figure maschili, che escludeva le donne dalle posizioni di leadership nel campo musicale, la Strozzi riuscì a emergere e distinguersi. La sua capacità creativa, di grande intensità espressiva, ha suscitato un rinnovato interesse nei suoi confronti, mettendo in luce il contributo significativo che ella ha dato al repertorio vocale barocco.”
La storia dell’arte, dalla musica alla pittura alla scrittura, è avarissima di protagoniste (o anche solo comparse) femminili. Cosa significava per Barbara Strozzi essere una compositrice della sua epoca?
“Fra Sei e Settecento si ebbe una ricca fioritura di ingegni figure femminili nei campi delle lettere, della saggistica e delle arti figurative, in particolare nel contesto veneziano. A partire dal Rinascimento si consolidò, all'interno dell’aristocrazia e del ceto mercantile, l’usanza di offrire l’opportunità di accedere alla cultura e di valorizzare le proprie attitudini creative. Accanto all’insegnamento di scrittura, lettura, aritmetica, storia, lingue classiche e moderne, nonché alle attività considerate tradizionalmente femminili, come la cucina e il cucito, trovarono spazio anche discipline artistiche quali la danza, le arti figurative e la musica. Nel panorama musicale italiano, le donne erano prevalentemente attive come cantanti, mentre il ruolo di compositrice rimaneva fortemente limitato. Essere una donna compositrice nel XVII secolo significava confrontarsi con barriere sociali e culturali particolarmente restrittive. L'epoca barocca, pur essendo caratterizzata da un intenso fermento artistico e intellettuale, continuava infatti a considerare la musica, soprattutto nella sua dimensione professionale, come dominio esclusivo degli uomini. Tuttavia, Barbara Strozzi riuscì ad affermarsi grazie al suo eccezionale talento e al sostegno di influenti mecenati, che la favorirono nella carriera musicale.”
Nella prima parte del libro, da te curata, proponi un’approfondita analisi filologica, armonica e melodica dell’aria “La mia donna perché canta”, con una trascrizione moderna del brano e una lettura del testo poetico che ne rivela la complessità simbolica. Qual è dunque il valore simbolico del testo?
“L’aria di Barbara Strozzi si inserisce perfettamente nel contesto sociale e culturale della Venezia del Seicento, dove le donne, soprattutto quelle attive nel mondo della musica e della scena, venivano frequentemente etichettate come cortigiane o figure di secondaria importanza, nonostante la loro indiscutibile abilità artistica. Il brano ha un tono sarcastico e pungente, riflettendo sulle dinamiche di potere tra i sessi. La composizione utilizza un espediente musicale che richiama la solmisazione, un gioco linguistico che sottintende, attraverso il canto, un gioco di parole e metafore, rivelando implicitamente le tensioni tra i ruoli tradizionali e le sfide alle convenzioni sociali. Il testo ironizza sull’inganno e sull’astuzia della protagonista, una donna che, nel brano, non rappresenta la figura dolce o affettuosa, ma quella di una cantante scaltra e consapevole, capace di manipolare la situazione a suo favore. Il contrasto tra la donna astuta e l'uomo ingenuo diventa quindi una metafora della realtà sociale dell'epoca, in cui le donne erano spesso ridotte a ruoli marginali o denigratori, ma in cui alcune, come Strozzi, riuscivano a farsi strada con determinazione e ingegno. La composizione di Strozzi può anche essere vista come sottile forma di denuncia, che riflette sulle difficoltà delle donne nel guadagnarsi rispetto e autorevolezza e sulla loro necessità di navigare tra le difficili dinamiche di potere e stereotipi sociali.”
Nella seconda parte del saggio, firmata da Emanuele Stracchi, si passa poi a un’esplorazione innovativa della composizione attraverso sei rielaborazioni stilistiche che spaziano dal barocco alla musica contemporanea.
A Emanuele chiediamo dunque: in che modo la compositrice ha anticipato tendenze stilistiche sviluppate nelle epoche successive?
“Barbara Strozzi è totalmente figlia del suo tempo. La prassi delle diminuzioni, delle variazioni continue su un basso, su un ostinato o su cellule melodiche semplici era già parte integrante del bagaglio tecnico e culturale di ogni musicista del Seicento: improvvisare, fiorire una linea, variarla costantemente era una competenza normale, soprattutto nella pratica contrappuntistica e nel rapporto tra voce e basso continuo.
La sua grandezza non sta quindi nell’inventare questa prassi, ma nel modo personale e intensamente espressivo con cui la utilizza. In ‘La mia donna perché canta’ si avverte una libertà retorica fortissima: la melodia nasce spesso da strutture semplici, quasi elementari, che vengono poi decorate, espanse, trasformate in funzione diretta del testo e degli affetti. Tutto questo è pienamente appartenente alla prassi compositiva antica, ma proprio per questo diventa un terreno ideale di dialogo con il futuro…
In questo senso Strozzi non ‘anticipa’ consapevolmente le epoche successive, ma offre un materiale che può dialogare molto bene con esse: la sua attenzione alla parola e all’affetto la rende sorprendentemente vicina all’idea romantica di musica come espressione interiore; la pratica di partire da un nucleo semplice e trasformarlo continuamente rende il suo linguaggio naturalmente compatibile con il principio della variazione, che sarà centrale nel classicismo, nel romanticismo e anche in molte pratiche moderne e contemporanee.
La sua musica - pur radicata profondamente nel Seicento - contiene quella che chiamerei ‘duttilità’, tale da permette di attraversare gli stili senza forzature: è proprio perché è così autenticamente antica che può diventare materia viva per un dialogo con altri linguaggi. Non è un caso che la musica di Bach o quella di altri autori che si inscrivono nella prassi antica si sposa bene con la rielaborazione, la composizione ex novo (penso alla Passacaglia o al basso ostinato) e all’improvvisazione jazzistica.”
In che modo hai curato le rielaborazioni stilistiche e ci sarà o c’è già stata la possibilità di ascoltarle dal vivo?
“Io ho lavorato partendo dall’aria di Strozzi come da un vero e proprio ‘nucleo generativo’: ho analizzato struttura, melodia, armonia e ritmo per estrarne l’essenza, il materiale minimo da cui far nascere nuove musiche. Da lì ho costruito una serie di interpolazioni e rielaborazioni che mettono questo nucleo in dialogo con stili diversi: dal classicismo viennese al romanticismo, dall’opera lirica italiana al modernismo, fino alla musica contemporanea. Il brano che chiude la piccola raccolta infatti è costruita sull’idea di variazione “evolutiva”, per la quale si parte da un brevissimo frammento e lo si fa germinare attraverso continue manipolazioni, quasi omaggiando alcuni pensieri di Franco Donatoni.
Non si tratta di semplici ‘imitazioni di stile’, ma di veri brani nuovi, inediti, in cui il materiale di Strozzi viene trasformato, frammentato, ricomposto, a volte quasi nascosto, a volte dichiarato apertamente. L’idea è che il passato non venga musealizzato, ma rimesso in circolo come materia viva, capace di generare altra musica. Per quanto riguarda l’ascolto, al momento siamo ancora in una fase di work in progress. Insieme a Cinzia Proietti, stiamo organizzando sia la presentazione del libro sia le prime esecuzioni assolute di queste composizioni, che sono previste nel corso del 2026. L’auspicio è che il progetto non resti confinato alla pagina scritta, ma possa vivere pienamente anche nella dimensione sonora e performativa.”
La contaminazione tra generi e tra diverse epoche musicali è tema dibattuto e divisivo. Qual è la tua opinione in merito?
“Io sono decisamente favorevole alla contaminazione tra generi e tra epoche, ma non a qualunque costo. Credo che il dialogo abbia senso solo se è sincero e necessario dal punto di vista musicale, non se è un’operazione di superficie o di moda.
La contaminazione è feconda quando crea vere occasioni creative, quando genera qualcosa che prima non c’era e che ha davvero qualcosa da dire. Non deve essere un collage decorativo. Credo valga la pena parlare di un “confronto” profondo, ovvero tra linguaggi, tecniche, sensibilità diverse... In questo senso, lavorare su Barbara Strozzi e farla dialogare con Haydn, Mozart, Schubert, Verdi, Gershwin o Ligeti è forse in parte un gioco intellettuale, ma anche un modo per mostrare che certe idee musicali attraversano i secoli e possono ancora parlare al presente. È anche un modo per mostrare la potenza della tonalità e delle sue possibili aperture sul terreno modale e atonale.
Se la contaminazione nasce da un ascolto attento, da uno studio serio e da un’urgenza espressiva reale, allora non indebolisce le identità, ma le rende più consapevoli e più vive.”
Il saggio è completato da una prefazione di Aurelio Canonici, una nota critica di Fabio Serani e una grafica di Chiara Morelli che arricchiscono il contesto storico, musicale ed estetico dell’opera.

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