Il potere nascosto della musica
Cantare l'educazione e invitare chi legge a rimettere al centro ciò che davvero conta: le persone, le emozioni, le esperienze: questo l’obiettivo del volume “Se formasse una sola canzone”.
Per ciascuno di noi c’è una canzone che, più di altre, ci accompagna nel tempo. Una canzone che ci ha insegnato qualcosa, che ha dato parole a un passaggio difficile, che ci ha fatto sentire parte di una storia comune.
Proprio da questa domanda: “quale canzone ti ha formato?”, nasce “Se formasse una sola canzone”, il nuovo volume pubblicato da Mimesis Edizioni e promosso da Stripes Cooperativa Sociale, Pedagogika.it e Mimesis Edizioni.
Curato da Dafne Guida, Angelo Villa e Francesco Cappa, il libro raccoglie contributi di oltre trenta autori e autrici provenienti da esperienze educative, sociali e culturali differenti, in un percorso che attraversa l’Italia, da Palermo a Modena fino a Milano, mettendo in dialogo territori, generazioni e pratiche formative.
Dafne Guida ci porta con sé alla scoperta di questo saggio che accende nuovi riflettori sul panorama della canzone italiana.
Iniziando da un quesito: questo panorama ha una valenza educativa?
“La domanda contiene già una trappola. E mi incuriosisce proprio per questo.
L’alternativa tra valenza educativa e il contrario presuppone che la canzone debba scegliere da che parte stare. Non funziona così. Una canzone non è educativa per dichiarazione di intenti. Lo diventa nel momento in cui incontra una persona in un punto preciso della sua vita e le restituisce qualcosa che non sapeva di cercare.
Io vengo da vent’anni di lavoro con educatori e psicologi. Ho visto professionisti costruiti da De André, da Afterhours, da Etta James. Nessuno di quei brani era pensato per formare operatori del welfare. Eppure lo hanno fatto, con una precisione che nessun corso di aggiornamento ha mai raggiunto.
Il panorama italiano contemporaneo è molto più ricco di quanto la critica ufficiale voglia riconoscere. C’è una generazione di artisti che lavora sulla lingua, sulla stratificazione del senso, sulla capacità di dire cose difficili in forma accessibile. Questo è esattamente quello che la buona pedagogia fa. Il problema non è la canzone. È la nostra scarsa disponibilità ad ascoltarla come si ascolta un testo che chiede attenzione.”
Com’è nata l’idea del libro e come avete coinvolto i saggisti?
“Il libro nasce da una domanda semplice, radicale. Cosa ti ha fatto diventare chi sei professionalmente. Non in astratto. In musica.
Francesco Cappa e Angelo Villa avevano già esplorato questo territorio con ‘Nel segno di una canzone’ nel 2021. Quel lavoro aveva aperto qualcosa. Aveva mostrato che la musica non è un ornamento della vita educativa, è una delle sue strutture portanti. Il passo successivo era dare la parola a una generazione più giovane, a chi è entrato nel mondo della cura negli ultimi anni.
Mi ha coinvolta la domanda stessa. Come pedagogista mi interessa capire cosa forma davvero le persone, al di là dei percorsi formali. Come presidente di una cooperativa sociale con sessanta servizi educativi attivi in tutta la Lombardia, quella domanda è anche strategica. Le persone che assumo, che formo, che accompagno, portano con sé una storia. Quella storia include sempre della musica. Ignorarla significa lavorare su una sagoma, non su una persona.
I saggisti non sono stati reclutati nel senso classico del termine. Sono stati chiamati a rispondere. Qual è la canzone che porti con te nel lavoro. Ognuno ha risposto con onestà, senza un format prestabilito. Il risultato è trentadue voci che raccontano trentadue traiettorie. Quello che le unisce non è il gusto musicale. È la scelta della cura come orientamento di vita.”
Quali sono i segreti che rendono sempreverde il successo delle canzoni?
“Non ci sono segreti. Ci sono strutture.
Una canzone dura nel tempo quando tocca qualcosa che non invecchia. Il desiderio. La perdita. Il senso di appartenenza. La paura. La gioia che fa male. Queste esperienze non cambiano con le generazioni, cambiano solo le forme in cui le raccontiamo.
C’è però un elemento che mi affascina e che spesso trascuriamo. Le canzoni restano vive perché vengono continuamente riscritte dall’ascolto. Ogni volta che qualcuno le sente, le riempie della propria storia. ‘La cura’ di Battiato non ha lo stesso significato per chi la ascolta a vent’anni e per chi la ascolta a cinquanta. Eppure è la stessa canzone. Questa capacità di contenere significati multipli, sovrapposti, contraddittori, è la misura della sua durata.
Walter Benjamin direbbe che nell’opera c’è un nocciolo indistruttibile che resiste al tempo. Nelle canzoni quel nocciolo è spesso una frase, quattro parole, una cadenza. Il resto cambia. Quello resta.”
Si fa davvero attenzione ai testi e ai loro significati sottesi?
“Meno di quanto sarebbe necessario. Ma il problema è più antico della canzone pop.
Viviamo in una cultura che ha separato la forma dal contenuto, la melodia dal testo, il piacere immediato dalla comprensione. Nelle tradizioni orali, nella poesia trovadorica, nel teatro musicale, non esisteva questa divisione. La parola era sempre anche suono, il suono era sempre anche senso.
Quello che mi ha colpita, lavorando a questo libro, è che i giovani professionisti che hanno scritto per noi hanno ascoltato in modo diverso. Hanno lasciato che le parole li raggiungessero. Quando hanno scritto il loro contributo, è emerso che quella canzone non era solo un ricordo piacevole. Era stata un dispositivo di pensiero. Qualcosa che li aveva aiutati a capire chi erano e cosa volevano fare.
Questo mi interessa enormemente, sia come studiosa che come imprenditrice. La capacità di ascolto profondo è una competenza professionale. Non è un dato di natura. Si coltiva. E la musica è uno dei modi più diretti per farlo.
L’orecchiabilità non esclude la profondità. Spesso è il suo cavallo di Troia.”
La finalità pedagogica di una canzone toglie qualcosa alla creatività artistica?
“Direi di no, la pedagogia non è un insieme di obiettivi da raggiungere. È una tensione verso la crescita, verso la trasformazione, verso la complessità. Un’opera che produce questo effetto è pedagogica nel senso più alto del termine, indipendentemente dalle intenzioni di chi l’ha scritta.
Fabrizio De André non scriveva manuali di educazione civica. Scriveva storie di vite marginali con una precisione linguistica e una compassione etica che nessun manuale ha mai raggiunto. Eppure ha formato intere generazioni. Non malgrado la sua libertà creativa. Grazie ad essa.
Il rischio è il contrario. Quando una canzone nasce con un obiettivo pedagogico dichiarato, con un messaggio da trasmettere, perde esattamente quella densità che la rende formativa. La didascalia uccide la complessità. E la complessità è l’unica cosa che educa davvero.
Lo dico da chi lavora ogni giorno con professionisti della cura. La formazione che resta è quella che lascia spazio all’interpretazione. Non quella che consegna risposte pronte.”
Il libro sarà anche presentato nell'ambito del CultureLink Festival (9-11 ottobre a Mind – Milano Innovation District), festival dedicato all’educazione e all’innovazione sociale, promosso dall’impresa sociale Stripes
insieme a Pedagogika.it.
In che modo le canzoni possono essere strumento di innovazione sociale?
“Questa domanda mi appartiene su due livelli, e mi piace tenerli insieme.
Come pedagogista, riconosco nelle canzoni una capacità che pochi altri strumenti hanno. Costruire narrazioni condivise, dare forma a valori che faticano a trovare parole, creare appartenenza senza escludere. Questo è innovazione sociale nel senso più preciso del termine.
Come imprenditrice sociale, so che le organizzazioni che durano nel tempo non si reggono solo su contratti e procedure. Si reggono su una cultura. E la cultura di un’organizzazione si forma anche attraverso le storie che si raccontano, le canzoni che si ascoltano insieme, i dispositivi emotivi che tengono unite le persone intorno a un senso condiviso.
CultureLink nasce dall’idea che innovazione sociale, cultura e formazione siano la stessa cosa vista da tre angolazioni diverse. Le canzoni stanno esattamente in questo incrocio. Hanno preceduto le rivoluzioni, le hanno accompagnate. Hanno dato voce a chi non aveva accesso alla parola pubblica.
Portare il canzoniere a CultureLink significa portare la domanda che gli sta alla base dentro un contesto che la può raccogliere. Cosa formiamo, quando formiamo qualcuno. Quale musica stiamo ascoltando mentre lo facciamo.”
I CURATORI
Francesco Cappa è professore associato di Pedagogia generale e Pedagogia sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. È allievo di Riccardo Massa e Angelo M. Franza, esperto in Clinica della formazione, studia i rapporti tra educazione degli adulti, filosofia, teatro ed estetica. Direttore del Centro Studi Riccardo Massa. È autore di Formazione come teatro (2014); Verso una pedagogia degli effetti (2018) e curatore di Il senso nell’istante (con C. Negro, 2006); Figure dell’infanzia di Walter Benjamin (con M. Negri, 2012), Arte educazione creatività di J. Dewey (2023) e Franz Kafka di Walter Benjamin (2022).
Dafne Guida è imprenditrice sociale, consulente pedagogica e pianista. È laureata in Filosofia con un Master in Clinica della formazione. Direttrice generale dell’impresa sociale Stripes, è attiva nella progettazione e gestione di servizi educativi e di welfare comunitario. Collabora con diversi istituti scolastici in tutta Italia come psicopedagogista e formatrice, consigliera della Fondazione Bambini Bicocca e membro del comitato di redazione della rivista “Pedagogika” per cui cura la rubrica “Attualmente” dedicata ai temi caldi dell’educazione. Tra le diverse pubblicazioni curate su servizi educativi e welfare c’è il volume Verso una nuova creatività pedagogica (2020)
Angelo Villa è psicoanalista e saggista. Docente Irpa a Milano e ad Ancona, Ipp Palermo. Tra le sue pubblicazioni Pink Freud (2013) e Note nella cura (con A. Primadei, 2022).
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