“Io sono l’assassino federale gentile”: il “manifesto” di Cole Allen
L'aggressore della cena di Trump con i corrispondenti l'ha mandato ai parenti poco prima del tentato assalto: "Porgere l'altra guancia quando qualcun altro viene oppresso è complicità"
Cole Allen aveva già deciso tutto. Circa dieci minuti prima di aprire il fuoco alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, sabato sera, ha inviato ai suoi familiari un manifesto in cui si autodefiniva “l’assassino federale gentile” e dichiarava di voler uccidere funzionari dell’amministrazione Trump. Lo riporta il Washington Post, che ha avuto accesso al documento consegnato alla polizia da un parente.
Il testo è lungo, delirante, costruito su una logica distorta di giustizia autoproclamata. “Porgere l’altra guancia si fa quando si è oppressi”, scriveva Allen. “Io non sono la persona violentata in un campo di detenzione. Non sono il pescatore giustiziato senza processo. Non sono una scolaretta fatta saltare in aria, né una bambina morta di fame, né un’adolescente abusata dai tanti criminali di questa amministrazione. Porgere l’altra guancia quando qualcun altro viene oppresso non è un comportamento cristiano. È complicità“.
Gli obiettivi erano identificati con precisione: “Funzionari dell’amministrazione, escluso il direttore dell’FBI Kash Patel, classificati in ordine di priorità dal rango più alto al più basso”. Il presidente veniva descritto come “un pedofilo, stupratore e traditore”. Allen scriveva di non voler più “permettere che mi macchi le mani dei suoi crimini”.
C’era anche una sezione più “tecnica”. Allen spiegava di aver scelto i pallini da caccia al posto dei proiettili singoli “per ridurre al minimo le vittime“, perché penetrano meno attraverso i muri. Aggiungeva però che, se fosse stato necessario, si sarebbe “fatto strada tra quasi tutti i presenti” per raggiungere i bersagli, partendo dal presupposto che chi aveva scelto di partecipare fosse “complice”. “Spero davvero che non si arrivi a tanto”, concludeva.
Nel manifesto Allen derideva anche quella che definiva la “folle” mancanza di sicurezza al Washington Hilton. “La prima cosa che ho notato entrando nell’hotel è stata l’arroganza”, scriveva. “Entro con diverse armi e nessuno prende in considerazione la possibilità che io possa rappresentare una minaccia”.

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