La fortuna che non aiuta i tennisti

Anna Maria Rengo • 25 giugno 2026

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Con Stefano Meloccaro alla scoperta dei protagonisti che hanno fatto e fanno la storia del tennis, tra aneddoti e curiosità su tutto quanto gira attorno a questo sport nel quale l’ltalia non è seconda a nessuno.

 

Non un’enciclopedia, neppure una classifica e neanche il classico libro da leggere rigorosamente pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Piuttosto, un quaderno di appunti su un centinaio di personaggi, frutto di una selezione a volte dolorosa, senza i quali la storia del tennis sarebbe stata diversa e che ne hanno costruito, dentro e fuori dal campo, il mito e l’immaginario. Tutto questo, e molto di più, è “Di chi parliamo quando parliamo di tennis” (Rizzoli), il nuovo libro di Stefano Meloccaro, volto storico di Sky Sport e inviato sui campi dei più importanti tornei del circuito.

Dagli inventori che hanno cambiato la forma e la sostanza di racchette e palle, da Pierre Babolat a John Boyd Dunlop; la Top 100 della storia del tennis di Meloccaro annovera anche scribi e cronisti che hanno trasformato il racconto in letteratura, come l’indimenticabile coppia Clerici-Tommasi; ci sono artisti – Lewis Carroll, Elton John, David Foster Wallace – e personaggi storici – come Luigi X – che di solito firmano o popolano un altro genere di opere; ci sono i mentori, gli allenatori, i manager, i genitori che hanno costruito carriere e a volte le hanno complicate.

 “Questo libro – esordisce Meloccaro – è dedicato a coloro che di tennis non ne sanno tanto e che magari con il fatto che in Italia abbiamo il numero 1 al mondo, si sono avvicinati a questo sport.”


Ecco, partiamo proprio da qui. Quando si pensa al tennis, il primo nome che viene in mente è certamente quello di Jannik Sinner. In una cena tra amici che ne sanno di tennis, cosa si potrebbe raccontare di Jannik per sorprenderli e non dire le solite frasi fatte?

“Purtroppo poco! I tennisti di oggi, al contrario di quelli di ieri e soprattutto se ai vertici della classifica mondiale, si concedono con grande oculatezza e parsimonia. Io ho occasione di intervistarli ma millanterei se dicessi che sono miei grandi amici e per motivi comprensibilissimo. Sono sottoposti a sollecitazioni popolari molto grandi e dunque sono molto protetti, non vanno mica a cena con Meloccaro alla fine del torneo! Questo a parte rarissimi casi, tipo Flavio Cobolli con cui ho cenato un paio di volte. Ma nel caso di Sinner non posso dire molto di più di quello che si vede nelle interviste o che si legge sul libro… non può mica andare a fare una passeggiata o al ristorante come una persona qualsiasi… sennò serve la forza pubblica. Io la mia prima intervista gliel’ho fatta quando aveva 16 anni e dunque ho un minimo di conoscenza maggiore, ma durante i tornei è molto difficile scalfire a sfera di cristallo sotto alla quale sono lui e altri super big.”


L’Italia si sta scoprendo, o forse riscoprendo, un popolo di santi, navigatori e tennisti. Merito di Sinner, demerito del calcio italiano o le due componenti assieme?

“Giornalisticamente le due componenti si mettono insieme per fare il titolone ma in realtà sono due cose diverse, indipendenti e che convivono. Non è che il tennis è diventato famoso perché l’Italia non va ai mondiali di calcio, anche otto anni fa era successa la stessa cosa ma nessuno scriveva di tennis. Il calcio non ha niente a che vedere con il tennis e la passione popolare per il calcio conviene anche al tennis, dunque non li metterei in contrapposizione. Ma certo, è obiettivo che quanto a risultati il tennis batte il calcio, è pure troppo facile del resto, abbiamo ben quattro giocatori tra i primi venti al mondo!”


Da dove nasce la tua passione storica per il tennis?

“Nasce da Adriano Panatta. Ero piccolo quando la squadra italiana vinse la Coppa Davis e tutti ci appassionammo alle vicende di questo eroe… io, per esempio, avevo il poster in Panattone in camera. Sono stato prima un modesto giocatore di tennis, poi sono diventato maestro, e infine mi sono reso conto che parlarne era meno stancante che stare in mezzo al campo e sono diventato giornalista sportivo.”


C’è un o una tennista che ha vinto meno di quanto avrebbe dovuto e, parallelamente, un altro che invece è stato anche troppo aiutato dalla sorte?

“La risposta sarà brutale: no. Il tennis non è uno sport nel quale la fortuna o la sfortuna possono giocare grandi ruoli. Il sistema di punteggio del tennis è molto selettivo e alla fine di una partita, se hai vinto è molto probabile che tu sia stato più forte del tuo avversario. Forse con un po’ di fortuna puoi vincere una partita ma non diventi un giocatore vincente. Poi certo, ci sono giocatori che hanno vissuto una sola grande stagione, tipo lo stesso Panatta che era un po’ incostante, non certo un drago degli allenamenti maniacali, e che si voleva anche divertire.”


Attorno al campo da tennis, come ben si legge su tuo libro, ruotano fan, giornalisti, scrittori, opinionisti, artisti. C’è una figura in particolare che ti fa piacere ricordare?

“Quando ho deciso di scrivere un libro sul tennis avrei potuto parlare solo dei giocatori, ma si tratta di un mondo troppo vasto e variegato per limitarsi a essi. Ci sono anche i manager, gli allenatori, gli scrittori, i raccontatori di tennis, uomini e donne collaterali alle partite, o anche inventori: della palla, della terra battuta… E proseguiamo con cantanti come Elton John o registi e attori come Woody Allen che in ‘Match point’ descrive una filosofia del tennis, visto come molto dipendente dalla fortuna e che è contraria a quella da me espressa prima. Ciò detto, mi piace ricordare una figura simbolo dell’extra campo, il maestro di tennis di mio figlio. Autodidatta, questo signore romano aveva arbitrato la finale tra Panatta e Borg del 1978 ed è stato davvero sfortunato, finendo tamponato e messo fuori gioco in senso assoluto mentre andava al circolo di tennis. Burbero ma simpatico Claudio Federici, questo il suo nome, era una figura che ai ragazzini insegnava il metodo classico, riproducendo le dinamiche del giocare in strada.”


È cosa notoria che anche Papa Leone sia appassionato di tennis. Ti è già capitato di scrivere di lui o conti di farlo?

“Sul mio libro c’è un Leone, Leone X re di Francia, morto giocando a tennis nel sedicesimo secolo, il primo regnante che aveva un campo da tennis, certo diverso dai nostri, sotto casa. Su Papa Leone ci penserò per il prossimo libro, che magari si intitolerà ‘quelli che restavano’”.


Qual è la tua definizione di tennis?

“Non è la mia ma la faccio mia: è la box senza cazzotti, il pugilato senza guantoni. Uno sport nobile, che richiede lealtà e che è molto più impattante di quanto sembri: al termine di una partita, ti senti come dopo una battaglia fisica.”


Diciamo qualcos’altro per finire?

“Sì: questo è un libro di curiosità e non è per bacchettoni, studiosi, maniaci di tennis. È un libro godibilissimo anche per chi non ha mai visto una partita di tennis e mostra gli andirivieni psicologici e le fisime che ci sono dietro i campioni di tennis.”

 

L’AUTORE Stefano Meloccaro (1964) è dal 2003 conduttore e inviato di Sky Sport. Al fianco di Fiorello ha condotto Edicola Fiore, dapprima nelle varie sperimentazioni sul web, poi nella sua definitiva versione su Sky Uno e TV8. Tra i suoi libri ricordiamo Braccio d’oro. Il meraviglioso rovescio di Paolo Bertolucci, Studio Tennis e Colpi di genio.

Dal 2020 è anche una delle voci di Radio Capital, dove conduce Il Mezzogiornale, ogni giorno alle 10.

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