La scelta di Edvard

Anna Maria Rengo • 6 luglio 2026

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In “Se non io chi” Stefano Bufi racconta la storia vera di un giovane svedese caduto in Ucraina, dove si era arruolato come volontario: una vicenda che è lo spunto per indagare sugli imperativi morali che ispirano, o dovrebbero ispirare, la vita di ciascuno di noi. Anche a costo della stessa vita.


Ma Edvard “perché proprio tu, ci sono altri, lascia che vadano gli altri”. Queste le parole che la madre Britta indirizza al figlio, dopo che esso ha annunciato a lei e a suo marito l’intenzione di lasciare l’esercito svedese e di arruolarsi come volontario per andare a combattere in Ucraina contro la Russia.

Parole di una madre nella quale molti potrebbero riconoscersi e che Stefano Bufi riporta con delicata partecipazione in “Se non io chi” (Castelvecchi editore), il suo ultimo libro che, nel titolo, riprende proprio la frase più emblematica del testo: la risposta che il giovane Edvard, soli 28 anni e un cassetto di sogni ancora da realizzare, dà ai suoi genitori che cercano di dissuaderlo dall’intraprendere un’azione che potrebbe avere estreme conseguenze. Timori purtroppo fondati: il giovane morirà, eroicamente nel tentativo di soccorrere un compagno, poco dopo il suo arrivo in Ucraina.


“Se non io chi” lancia un messaggio forte e inequivocabile sul valore del “dovere etico”: ritieni che si applichi solo al caso specifico o che abbia un valore universale, al di là della bontà o meno della causa ucraina?

“La storia di Edward racconta una scelta estrema, dolorosa, difficile. Una scelta, appunto, morale: quella di andare volontario a combattere in Ucraina per una causa che Edvard riteneva giusta. Ma certamente il discorso non è limitato solo a Edvard, anzi lui stesso probabilmente trova nell'Ucraina un motivo, una causa per impegnarsi e per applicare i suoi valori e principi. Quindi certo, quello di mettersi in gioco in prima persona per la causa in cui si crede è un principio che può essere applicato a tutto, anzi deve, o dovrebbe, essere applicato a tutto quello in cui noi crediamo. Ovviamente questo non significa che ognuno di noi deve armarsi e partire per la guerra. Il messaggio che il libro vuole lanciare è tutt’altro, ossia che ci sono delle cose in cui si crede e non basta declamarle, enunciarle a parole: bisogna spendersi in prima persona.”


Con quali sentimenti e stati d’animo ti sei approcciato alla figura di Edvard, il protagonista? Come giudichi il suo modo di agire?

“La figura di Edward, il suo particolare approccio alla vita, la sua integrità morale, la sua radicalità di valori e di giudizio mi ha subito catturato e, in qualche modo, affascinato. È per questo motivo che ho deciso di scrivere, di raccontare la sua storia. Il sentimento che mi ha mosso è stato il desiderio, più che la curiosità, di capire le motivazioni di una scelta così difficile e così radicale.

Io non giudico il suo modo di agire, lo guardo da lontano, lo rispetto, lo condivido comprendendo per quale motivo lui l'ha fatto. Da parte mia probabilmente non lo farei perché per fare una scelta del genere, partire volontario per andare a sostenere un paese in guerra aggredito, per difendere in quel modo la libertà e la dignità e i valori di tutti, bisogna avere non solo una grande determinazione morale ma probabilmente anche un forte senso del sacrificio individuale.

E lui credo che fosse più o meno consapevolmente intriso di questa cultura del sacrificio. Lo dice la sua adesione alla filosofia stoica che parla di dignità, di valori morali, che parla soprattutto della morte come cartina di tornasole della vita. Morire bene significa aver vissuto bene, questa è una massima che Edvard interiorizza e che lo porta alla scelta e poi al sacrificio finale che quella scelta ha comportato.”


Nel libro non si può fare a meno di immedesimarsi nei genitori di Edvard e nei loro tentativi di dissuaderlo dall’andare come volontario in Ucraina. Una frase torna alla memoria: “lo farà qualcun altro”. Per quale motivo hai scelto di raccontare proprio questa storia e cosa essa dice ai tantissimi che pensano, appunto: “ci penserà qualcun altro”?

“Il motivo per cui ho scelto di raccontarla è perché è una storia forte, bella nella sua tragicità e per i motivi che presiedono alla scelta di Edvard. Una storia molto attuale e molto significativa di un atteggiamento che dovrebbe essere l'atteggiamento di tutti, quello di non delegare ad altri l'applicazione, la difesa dei propri valori, dei propri principi, ma di farlo direttamente e in prima persona, consapevole dei rischi che questo comporta. La storia di Edvard ci insegna che c'è un modo personale diretto per essere consapevoli e affrontare i problemi del nostro tempo, che è un tempo duro, difficile, tragico che ci mette di fronte a drammi rispetto ai quali ognuno di noi deve sentirsi coinvolto.”


Oltre che per la storia tragica, che si intreccia con quella di un ricongiungimento familiare italo-svedese, il tuo libro si caratterizza per due aspetti. Innanzitutto la delicatezza della narrazione: dove nasce la tua vocazione e passione per la scrittura?

“Questo libro non racconta solo una storia di impegno personale e di scelta di vita, ma è anche una bella storia di un ricongiungimento familiare dall'Italia alla Svezia, la storia di una delle protagoniste, la nonna di Edvard, Maria, che da Napoli del dopoguerra parte e va a vivere la sua vita in Svezia e poi ritrova i familiari italiani. Tutto questo costituisce la cornice dalla quale Edvard, che è il nipote di Maria, viene fuori con la sua scelta, con le sue motivazioni che hanno a che fare con la realtà tragica di oggi, con la guerra. E quindi la narrazione è una narrazione credo anche leggera, simpatica, gradevole.

Da dove mi viene quindi la passione e la vocazione per la scrittura? Credo di averle sempre avute. Io ho fatto tutt'altro nella vita, ho cominciato a scrivere in età matura, quando la mia attività di ingegnere e l'altra mia attività di amministratore pubblico e di politico locale si sono esaurite, ma la passione per la scrittura l'ho sempre avuta. Ho sempre scritto durante tutta la mia vita, ho scritto per me (a casa ho pacchi di quaderni prima e montagne di file dopo, quando sono passata al computer), perché io ho sempre scritto della mia vita, delle mie sensazioni, degli incontri che facevo con le persone, dei viaggi. Ho sempre avuto questo bisogno di scrivere, che è diventato organico.”


Altro aspetto che spicca è l’attenzione e la precisione nel descrivere i luoghi che racconti, e che mostri di conoscere bene. La tua esperienza professionale come architetto ti ha aiutato o influenzato?

“I luoghi del libro li conosco bene perché sono andato di persona a vederli. Sono andato a Sorrento e a Capri dove si svolge la parte dell'incontro familiare, ma soprattutto sono andato a Uppsala in Svezia dove Edvard ha vissuto e dove vivono ancora i suoi genitori e la nonna italiana. Indubbiamente l'esserci stato di persona mi ha aiutato molto a descrivere i luoghi ma sicuramente c'è anche una sorta di deformazione professionale perché per tutta la vita da un punto di vista, appunto, del mio lavoro, io mi sono interessato di luoghi, di città. Ho una particolare propensione e attenzione verso il paesaggio, la natura, le opere dell'uomo, il costruito, tutto quello che attiene a questo campo e quindi credo che questo background che è durato decenni mi abbia sicuramente aiutato, forse sicuramente anche influenzato, spero non negativamente. Di certo, io ce lo ritrovo tutto.”


Questo tuo libro, come quello precedente, narra una storia rigorosamente vera. Pensi che potrai mai cimentarti nella fiction e come mai, almeno sinora, hai scelto solo storie vere?

“Il mio primo libro racconta una serie di storie vere della mia famiglia attraverso tutto il Novecento, scritte poi come fossero un romanzo storico, ma rigorosamente vere, accadute e documentate. Anche questo, il libro su Edvard, racconta fatti accaduti e per entrambi i casi non ho avuto bisogno di inventare nulla, perché la realtà è sempre superiore, secondo me, a qualunque fantasia che possa essere dispiegata dallo scrittore più creativo. Questo non significa che la fiction non sia valida, ma non la sento come un mio terreno di creatività. Non credo di essere in grado di scrivere romanzi di pura fiction e d’altra parte, quasi tutti gli scrittori, o almeno la maggior parte, scrivono di quello che conoscono, spesso di storie vere mischiate con aspetti romanzati, ma c'è sempre un aggancio alla realtà. E, ripeto, io avverto particolarmente questo bisogno di partire da una storia reale.

Finora non ho avuto necessità di inventare nulla. Ora però sto cominciando a costruire il mio terzo libro, che molto probabilmente sarà invece un mix di storia reale e di fantasia, perché narra di una storia vera, ma difficile, secca, asciutta, drammatica, che però probabilmente nella mia mente ha bisogno di essere arricchita e portata all'attenzione del lettore in un modo un pochino diverso da come si è realmente sviluppata. Quindi, in questo futuro libro spero di mischiare un po' i generi, cioè il romanzo non fiction e il romanzo di fiction.”


L’AUTORE – Stefano Bufi è nato a Narni e vive a Terni, dove ha esercitato l’attività professionale di ingegnere, attivo soprattutto nel settore dell’urbanistica. Ha ricoperto incarichi amministrativi nelle istituzioni umbre, segnatamente nel Comune di Terni.

Arrivato alla scrittura in età matura, ha pubblicato nel 2024 il suo primo libro L’odore della carta per Bertoni Editore.

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