Autore: FRV NEWS MAGAZINE A cura di Anna Maria Rengo
•
2 novembre 2026
Mauro De Angelis presenta la sua prima silloge “Volsi il capo e vidi l’azzurro”, cento piccole storie che raccontano anche lo scopo più vero e attuale della poesia. Una nuova voce si leva con forza e audacia nel panorama poetico nazionale, tra passioni, memorie, sogni, contrasti. Raccontando “cento piccole storie”, così Mauro De Angelis ama definire la sua prima silloge poetica, “Volsi il capo e vidi l’azzurro”, edita da Poesie Edizioni – Bertoni Editore nella collana “Quante storie” e in uscita a novembre. Quando e come è nato in te l’amore per la poesia e come esso si colloca tra gli altri che ti animano di passione? “ L'amore per la poesia mi accompagna da sempre, portai ‘Ossi di Seppia e Montale’ come tesi di scuola superiore a indirizzo agrario quando ero diciottenne. Sono un onnivoro riguardo la lettura con particolare gusto per la poetica. I miei riferimenti più stimolanti li ho tratti dalla beat generation come da Pier Paolo Pasolini, forte di una formazione adolescenziale sulla poesia classica. Oggi guardo alle avanguardie letterarie che reputo molto spasso diamanti allo stato grezzo. Nella mia professione agronomica a tutto tondo la poesia la ritrovo nelle bottiglie di vino come pure in certi grani ancestrali che coltivo. E poi nella comunicazione, nella politica di settore, nelle tante sfaccettature del lavoro mi accompagnano il pensiero poetico e l'autoironia. Nella vita di tutti i giorni la poesia mi aiuta e la vedo, la sento. Devo molto del mio sentire a una professoressa di Lettere, Erra Togliatti, mia insegnante ben cinquanta anni fa e poi amica.” C’è un fil rouge che unisce quelle le poesie che compongono la silloge? “Sì, c'è un filo che collega le mie cento piccole storie nella raccolta ‘Volsi il capo e vidi l'azzurro’ ed è il mio modo di scrivere poesie. Cosciente di essermi formato in maniera autodidattica lascio correre la penna, la sciolgo dai condizionamenti educazionali, percorro finché non sono soddisfatto una strada libera, un po’ asfaltata, un po’ sgarrupata e se sento il rumore della breccia sotto i pneumatici mi riconosco. Ecco seguo questo filo e se si rompe lo riannodo.” La tua raccolta è fortemente permeata di romanità, dalla sua storia millenaria ai protagonisti della vita letteraria che ha ospitato per decenni, su tutti Pier Paolo Pasolini. Qual è il tuo rapporto con Roma e tutto ciò che essa rappresenta? “Profondamente contadino tanto quanto devoto a Roma, sì. I Castelli Romani miei sono quelli della gita fuori porta, del balcone dove si vive bene sulla Capitale in lotta. L'essere nato all'XI miglio dell'Appia Antica, dove ora risiedo dopo tanti anni, mi illude di una Romanità genetica che pure culturalmente posseggo. I miei primi venti anni vissuti nella Roma degli anni ’60 ‘80 sono un timbro mai perso, anzi custodito e che mi segna profondamente. Pier Paolo Pasolini come Mario Schifano e l'arte che avvolge questa città o il suo cinema bellissimo fatto perlopiù da intelligenze e vocazioni accolte e la moltitudine che non cito mi sono tuttora indispensabili. Roma sarà sempre un grande inghiottitoio masticante che sputa un intonaco, mai di pronta presa, ma che rimarrà a segnare le generazioni. Marino è la mia affacciata ansiosa su questo magma.” Come nascono le tue poesie e cosa vorresti che trasmettessero al lettore? “Le mie poesie nascono per necessità personale, non le voglio ragionate, non penso a chi le leggerà, al colpo ad effetto, aspiro a questo. Guardo e scrivo dei piaceri dello stare al mondo oggi per galleggiare sui dolori che in questi primi venti anni di secolo fortemente prevalgono. Ma non voglio una poesia anestetizzante, no, preferisco la crudezza, guardo a chi sta peggio eppure ride e in questo atto vive davvero. Questo vorrei arrivasse al lettore. Riduco al minimo la punteggiatura non per vezzo ma perché chi ha voglia legga con i sui tempi, confidando che il mio tamburo batta un ritmo guida comprensibile.” Quale ruolo può svolgere la poesia nell’attuale società? “Oggi io credo che la poesia sia uno strumento attuale, fruibile, consumabile. La brevità tecnica, il linguaggio contemporaneo, la necessità di fare mille altre cose, rendono la poesia una forma espressiva moderna, contemporanea, un’isola felice. I benefici per il lettore di poesie sono da prescrizione medica: non più integratori o vitamine, oggi sono farmaci salvavita. Questo è il ruolo che attribuisco oggi alla poesia, cosi come è stato in poche rare epoche in passato ma mai cosi per tutti disponibile.” Invece, quali sono i rischi e le opportunità che i social presentano ai poeti e alle loro poesie? “Per la poesia i social sono un’opportunità. Da ‘boomer’, ma pure comunicatore quale sono, li uso ed evito che mi usino, questo in generale. Certamente ci sono rischi, primo tra tutti il narcisismo illusorio di chi scrive, fermo restando che sempre a decidere il valore e la qualità poetica di chi scrive sarà l'accoglienza o meno del lettore. Un altro rischio è l'idea che avere un nutrito gruppo di fedeli al seguito sia sintomo di un qualche risultato culturale. Ma ritengo che la possibilità di fruizione superando ogni ostacolo sia una possibilità che anche la poesia deve raccogliere con coraggio per rompere circoli chiusi e stagnazioni.” L’AUTORE - Mauro De Angelis è nato nel 1959 a Marino sui Castelli Romani, dove vive tuttora. Agronomo e comunicatore, ha vissuto la Roma degli anni '60 e '70 per poi girare l'Italia agricola specializzandosi nella vitivinicoltura. Appassionato d'arte, storia e politica, ama la scrittura da sempre.