Autore: Redazione FRV NEWS MAGAZINE
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23 febbraio 2026
Nel cuore di Sumirago, la Badi Farm non è solo un punto di riferimento per l’allevamento del Quarter Horse, ma un laboratorio di eccellenza dove la passione si fonde con la strategia d'impresa. Abbiamo incontrato Ferruccio Badi, leader in Confagricoltura e voce degli allevatori a Bruxelles, per tracciare la rotta di un comparto che vale miliardi di euro. Non chiamatelo solo allevamento. La Badi Farm è l’incarnazione del modello di Imprenditore Agricolo Professionale 4.0. Qui, tra le colline varesine, Ferruccio Badi ha costruito un ecosistema dove la tradizione della doma dolce e la precisione della mascalcia convivono con una visione manageriale che guarda direttamente alle istituzioni europee. Badi, figura di vertice in Confagricoltura e Presidente del Gruppo di Lavoro "Cavalli" presso il Copa-Cogeca a Bruxelles, è l’uomo che sta portando le istanze degli allevatori italiani sui tavoli dove si decide il futuro della Politica Agricola Comune (PAC). In questa intervista esclusiva, analizziamo la metamorfosi di un settore che sta finalmente uscendo dall'ombra del "lusso" per reclamare la propria dignità agricola e sportiva. Ferruccio, l'allevamento equino è spesso visto come un'attività di nicchia, ma i numeri dicono altro. Dal suo osservatorio in Confagricoltura, come si posiziona oggi il comparto equino nell’economia agricola nazionale e quanto pesa il riconoscimento del cavallo come "atleta" ai fini fiscali? In Italia vivono circa mezzo milione di cavalli, con tantissime diversità sia nel loro uso che attitudine. In Europa circa undici milioni. Il comparto pesa a livello europeo per cento miliardi di Euro (includendo allevamento, addestramento, competizioni e servizi) e in Italia sforiamo i cinque miliardi, anche se il tracciamento a livello nazionale è sempre controverso per mancanza di dati completi. Il cavallo è parte del genoma di tutti noi: i nostri nonni forse lo avevano più presente mentre noi lo diamo per scontato e lo bistrattiamo, ma se il “ricordo” è bipartisan al cavallo dobbiamo tutto. L’evoluzione del rapporto con il cavallo, quello che in ambito Europeo e Nazionale io chiamo il cavallo moderno, sorpassa il suo uso per alimentazione, e per creare un maggiore reddito agli allevatori, diventa cavallo per attività sportive e per diporto. In Europa abbiamo diverse interpretazioni della figura del cavallo: dalla Svezia con una delle normative più avanzate del mondo, sul benessere di questo animale, sino ad arrivare in Italia con il riconoscimento del cavallo come “atleta”. In Italia usciamo dall’idea populista di cavallo come bene di lusso ed entriamo in quella dove il cavallo diventa strumento tecnico per attività sportiva, questo sancisce anche il fatto che il cavallo non debba più entrare nelle stime di reddito, ma possa invece essere detraibile. La nostra battaglia sindacale sulla riduzione dell’Iva per le vendite di puledri sotto i due anni, iniziata in Europa è terminata in Italia con la diminuzione dal 22% al 5%, grazie alla lettura del Ministro Giorgetti. Noi come allevatori ci auguriamo che tutte queste manovre portino maggiori investimenti nel settore che, come capite, non è marginale. Entrando poi un'altra dimensione devo citare che oltre al valore economico c’è un valore morale e sociale che è intrinseco nel cavallo: il sorriso di un bambino che si rapporta con il cavallo diventa invalutabile e penso che arricchisca tutti noi che animiamo il mondo del cavallo. L'aumento delle materie prime e dell'energia ha messo a dura prova le aziende agricole. Quali misure sta promuovendo al Copa-Cogeca affinché la prossima Politica Agricola Comune (PAC) preveda sostegni specifici per la biodiversità equina e per gli allevatori professionali? A livello comunitario il rapporto tra cavallo e agricoltura non è mai stato chiarito in modo lapidario, anzi alcune resistenze proprio in seno agli stati del Nord lo hanno limitato, mentre alcuni paesi come la Francia, lo sostengono con fermezza, in Italia sino a poco tempo fa veniva quasi demonizzato come bene di lusso. Come Copa Cogeca stiamo premendo sull’acceleratore e abbiamo fatto presente questa mancanza al consiglio Europeo. Ormai è certa la revisione a cui la UE dovrà sottoporre la proposta PAC (2028 - 2034), rigettata dalla Corte dei Conti Europea (ECA) a febbraio di quest’anno; qui noi vediamo uno spiraglio per l’inserimento del nostro settore, sarà una azione a favore di tutti riconoscendo di fatto il cavallo come bene agricolo anche se non destinato all’alimentazione; chi ne fruirà saranno gli allevamenti e le aziende agricole attive. Ma il nostro operato non si ferma solo a livello Europeo: a livello nazionale abbiamo promosso e stiamo caldeggiando una PDL, in discussione alla Camera (PDL Ippicultura), presentata da Maria Chiara Gadda, vicepresidente commissione agricoltura della Camera, che rappresenta il giusto collocamento, nel suo punto 1, del cavallo: determinazione di una FILIERA del cavallo inserita come produzione agricola sino alla fuoriuscita dalle aziende agricole sia come giovane cavallo che come cavallo “lavorato”. L’Italia oltre a una grande rappresentanza di razze diverse, ha una sua biodiversità (più di 30 razze autoctone) che coniuga il territorio le aree marginali e la difesa dell’ambiente e degli ecosistemi. Per queste, ma in generale per tutti i cavalli DPA / Non DPA, da corsa da Equitazione o solo divertimento, se allevati in aziende agricole si devono attivare tutti i sostegni agricoli alle imprese, senza più discriminazioni. Noi siamo agricoltori e quindi siamo pronti ad aspettare, ma come detto a molti politici, anche a dimostrare se non verrà fatta chiarezza e ridato dignità al nostro settore, Bruxelles e Strasburgo ne sono testimonianza e vorremmo evitare di arrivare a Milano e Roma con i nostri cavalli. Badi Farm è un esempio di "azienda multifunzionale". In un mercato globale competitivo, quanto è fondamentale per un allevatore oggi integrare servizi come l’addestramento tecnico e la formazione per garantire la sostenibilità economica dell’impresa? Come detto prima il cavallo nel 2026 deve essere considerato “moderno”. E deve essere considerato “moderno” anche l’approccio dell’imprenditore a riguardo. Ho grande stima dei miei colleghi che riescono a produrre in modo professionale e in grande selezione cavalli da competizione che vengono proposti con successo in tutti i mercati internazionali, senza tutta una filiera che invece noi abbiamo dovuto mettere a regime. Per noi e i nostri cavalli l’importanza della filiera è imprescindibile. Cosa significa? La nostra idea sino dall’inizio nel 1983 è stata collegare tutti gli strumenti che il legislatore ha creato in ambito agricolo per poter produrre al meglio con risultati. Siamo partiti dall’allevamento con capi selezionati e genetica importante, per poi collegare la stazione di fecondazione equina, con stalloni testati; poi si doveva creare proselitismo e pubblicizzare i nostri prodotti e quindi abbiamo partecipato a competizioni internazionali, ben piazzando i nostri prodotti; si è creata la scuola di equitazione e i nostri prodotti vengono lavorati e preparati per avere un compratore, sia in ambito agonistico o anche come compagno di una vita ed equiturismo, proprio come chi ha bovine da latte, produce il latte e poi lo caseifica. La cura di tutti questi settori con anche la pensione dei nostri cavalli venduti a clienti che li tengono in agriturismo è la chiave per la sopravvivenza e per creare reddito anche a chi del nostro personale vi lavora. Ovviamente si deve lavorare anche su sé stessi ecco perché da 25 anni sono giudice internazionale per l’American Quarter Horse Association, Paint, Appaloosa e altre ancora. Il settore del Reining e dei cavalli americani attira molti giovani. Qual è il rischio economico più grande per chi decide di investire oggi in una startup agricola equestre e quali sono, invece, i mercati esteri più promettenti per l’export della genetica italiana? La mia esperienza in campo equestre parte da piccolo con l’equitazione classica. Dopo i primi anni si è spostata verso quella Western, nel 1980 una novità. Ho sempre cercato di andare verso nuovi interessi vincendo anche un Futurity di Reining, poi proponendo Mountain Trail e non da ultimo le discipline Ranch che oggi sono la vera novità del mercato. Abbiamo in azienda molti tirocinanti mandati da università e scuole professionali agricole, il sogno dei più è aprire una struttura simile alla nostra e iniziare a lavorare nella filiera. Ma tante sono le difficoltà eccone alcune: -La terra, Badi Farm è partita da un nucleo di circa sei ettari e ora conta più di cento ettari di terreno dove produciamo l’alimentazione dei nostri cavalli e gestiamo la nostra parte agricola, cosa non facile in un territorio come, ad esempio, Varese dove la densità abitativa è grande. -La burocrazia: mi ricordo ancora oggi il dilemma inziale “..per essere agricoltore si deve avere una azienda agricola e per essere azienda agricola si deve essere agricoltori” un mantra che sembrava invalicabile, ma che con calma e pazienza si era risolto a nostro favore. - Gli investimenti: senza capitale non si parte; sapete il detto “sai come diventare milionario con i cavalli? Importante è partire miliardari” …in effetti penso sia il lavoro con meno soddisfazioni economiche che si possa intraprendere, si è in balia del meteo se il fieno non si è prodotto per qualche problema meteorologico il precedente anno, il costo del fieno quadruplica, così anche per i cereali, ma si è in balia anche delle crisi economiche: se c’è crisi quale privato pensa di investire in un cavallo che è un costo? Dei mercati: quando a livello generale uno stato o una coalizione litiga con uno stato quel mercato sparisce (vedi quello Russo) e tu che avevi investito rimani a piedi. -L’emozionalità: ovvero tutti noi siamo dopati dagli interessi di settore, ma essendoci una scarsità di dati ufficiali, l’impresa intraprende verso i propri interessi, mai con il raziocinio. -Il mercato: produrre.. si tutti bravi a prendere una cavalla e farla ingravidare, ma poi l’inserimento nel mercato locale, regionale e nazionale? Nella gara più importante del nostro settore western lo scorso anno riservati ai cavalli di tre anni, ben tre soggetti erano figli della medesima madre (embrio transfert a più soggetti), e tutti sanno che una cavalla genera un solo puledro all’anno, quindi la lotta non è più solo con chi ha idee e investe ma con chi ha più soldi di te e si può permettere una genetica, una lavorazione embrio e tutta una filiera di eccellenza. L’Export: la genetica vende, ma costa: l’Italia è uno dei primi centri di interesse per i mercati esteri a fianco degli Usa. Ma seguire questi mercati è complicato… e soprattutto sono tutti in balia del nuovo arrivato, colui che ha vinto e che a statistica (per noi gli USA) è il più nominato dell’anno. Quindi meglio coltivarsi un piccolo mercato di nicchia e provare a diventare leader del proprio mercato… questa la ricetta più semplice…