Autore: Anna Maria Rengo
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2 marzo 2026
Il nuovo libro di Valentina Rapaccini decostruisce gli stereotipi sul “femminile” e fa emergere un ritratto della donna come di un centro radiale di relazioni. “Ogni donna è uno spiraglio di luce da cui l’universo si rivela.” Questa una delle riflessioni, tanto originali quanto profonde, che Valentina Rapaccini, neuropsichiatra infantile e scrittrice, fa nel suo nuovo libro “Quando il mondo ascolta Lei” (Gambini Editore), un atlante di anime femminili esplorato in trentanove epistole, scritte da latitudini remote e da città senza tempo. Ogni voce è un punto di luce tra costellazioni segrete e narra paesaggi reali e mentali intrecciando scienza e mito, memoria e geologia del sentire. Un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio, quello di Valentina e delle sue donne, che attraversa mari e deserti, orbite celesti e fenditure interiori, per restituire la trama invisibile che ancora il mondo alla coscienza di chi lo abita. Dando centralità all’ascolto, visto come gesto culturale condiviso, e intrecciando un dialogo tra identità, linguaggio, corpo e pensiero. Valentina, nei tuoi libri l’approccio scientifico e quello umanistico si fondono. È proprio in questa fusione che si può trovare il vero senso della realtà? “Non parlerei di fusione, perché la fusione presuppone la perdita delle differenze. Preferisco parlare di contaminazione, o meglio di dialogo tra linguaggi che restano distinti ma si integrano a vicenda. La realtà non è un blocco compatto: è un campo stratificato, attraversato da tensioni e riorganizzazioni continue. La scienza ne misura le forze, individua regolarità, descrive strutture. La scrittura, invece, ne intercetta le risonanze, le vibrazioni sottili, ciò che accade quando un evento diventa esperienza. Nel lavoro clinico osservo soglie, transizioni, assetti che mutano sotto pressione. Nella pagina accade qualcosa di analogo: una parola sposta un equilibrio, un’immagine ridefinisce un paesaggio emotivo. In entrambi i casi cerco configurazioni nel caos, coerenze emergenti dentro la complessità. Il senso non è un oggetto nascosto da scoprire una volta per tutte. È una forma che emerge quando livelli differenti entrano in risonanza. Una legge fisica e un vissuto interiore non sono mondi separati: appartengono alla stessa trama, declinata su scale diverse. La fisica mi ricorda che la materia è struttura di relazioni; la clinica che l’identità è processo dinamico; la scrittura che il dolore quando è conosciuto può essere violata. Non cerco una verità definitiva, immobile come una formula incisa nella pietra. Cerco un punto di coerenza tra leggi e simboli, tra misura e metafora. È in quel punto, precario ma fecondo, che la realtà acquista profondità, smette di essere un enigma e diventa uno spazio abitabile.” Come è nata e si è sviluppata l’idea di una costellazione di trentanove lettere provenienti da diverse parti del mondo? “È nata da un’intuizione cartografica, quasi astronomica: immaginavo un libro non lineare ma orbitale, un atlante di luci distanti che, accostate, generassero figure. Non una narrazione continua, bensì una costellazione: punti autonomi capaci di suggerire traiettorie senza imporre un percorso unico. La forma epistolare mi offriva questa libertà. La lettera è esposizione diretta e, al tempo stesso, filtro consapevole; custodisce intimità ma implica distanza. Ogni voce è radicata in un paesaggio preciso (Pompei, deserti, città sospese,…) che è nello stesso tempo una curvatura interiore. I luoghi non sono sfondi, ma camere di risonanza in cui la materia incide sulla coscienza e la coscienza restituisce forma alla materia. Il numero trentanove non è casuale: è volutamente asimmetrico, lascia una lieve eccedenza, una soglia non chiusa. Non completa il sistema, lo mantiene in tensione. Come nelle mappe celesti, il disegno non è dato una volta per tutte: emerge dallo sguardo che collega i punti. Non ho scritto ‘di donne’, ho cercato di dare voce a coscienze femminili in dialogo con il mondo, a identità che attraversano storia, geografia, memoria. Ogni lettera è un esperimento: cosa accade quando un’eruzione diventa genealogia, quando un territorio si trasforma in destino, quando un evento naturale si iscrive nel corpo e nella lingua? Così il libro si è composto progressivamente come un atlante di fenomeni interiori: lava, acqua, cenere, luce non sono metafore ornamentali, ma dinamiche dell’esperienza. Insieme tracciano un sistema in equilibrio instabile, dove ogni frammento conserva autonomia e tuttavia partecipa a una figura più ampia.” Nel tuo libro racconti un “essere femminile” che trascende il tempo e lo spazio, e certamente i pregiudizi e i luoghi comuni. Cos’è per te essere donna, qui e ora, e quali legami o punti di rottura avverti rispetto a quello che è invece “altro” nel tempo e nello spazio? “Per me essere donna non coincide con un’etichetta identitaria. È piuttosto una funzione di soglia: un punto di attraversamento in cui linguaggi, memorie e possibilità si incontrano. Il femminile appare come un principio di connessione, una capacità di mettere in comunicazione ciò che altrimenti resterebbe separato. Nella mia visione la donna è un nodo di trasmissione: riceve, come eredità, lingua, storia, ferite, e le rielabora, le rimette in circolo, le rende pensabili. Non si limita a custodire il passato, ma lo trasforma in materia attiva, capace di generare futuro. La discontinuità rispetto ad altre epoche sta nella possibilità di abitare lo spazio senza farsi rappresentazione astratta. La continuità, invece, riguarda una responsabilità più profonda: mantenere coesione dove prevale la frammentazione, convertire la frattura in passaggio. L’alterità, nel tempo e nello spazio, non è estraneità radicale. È una variazione di una stessa struttura di interdipendenza. Mutano le forme del legame, cambiano le geometrie sociali e culturali; resta la facoltà di trasformare il vincolo in apertura, di fare della complessità un luogo abitabile. Essere donna significa dunque sostenere più registri simultaneamente: intrecciare biografia e storia, genealogia e progetto, intimità e parola pubblica. È in questa tensione che identità e metamorfosi dialogano, e il femminile si manifesta come lucidità, densità simbolica, capacità di tenere insieme ciò che è plurale senza annullarlo.” Scienziati e filosofi si sono interrogati sull’esistenza dell’anima, anche al di là di un approccio religioso o spirituale alla vita. Quali sono le tue riflessioni e conclusioni al riguardo? “Non penso all’anima come a una sostanza separata, ma come a un possesso emergente della coscienza organizzata. Quando la materia raggiunge un livello di complessità tale da riflettere su sé stessa, si produce uno scarto qualitativo: l’anima non è soltanto percezione, ma è esperienza; non è solo registrazione contabile, ma memoria; non semplice reazione, ma intenzionalità. Nel lavoro clinico osservo plasticità, circuiti che si rimodellano, sinapsi che si rafforzano o si indeboliscono. Ma, accanto a questa architettura biologica, incontro storie, orientamenti, scelte. Vedo che ciò che è neurale diventa narrativo, e che la struttura si traduce in senso. Chiamo ‘anima’ proprio questa soglia: il punto in cui l’organizzazione biologica si apre al significato, in cui il dato non resta informazione ma diventa direzione. Se dovessi sintetizzare, direi che l’anima coincide con la capacità di un essere vivente di interrogare il proprio esistere, di attribuirgli valore, di orientarlo. È la dimensione in cui la vita non accade soltanto, ma si comprende, e nel comprendersi, si trasforma.” In che modo il tuo “essere femminile” si misura con altre identità che prescindono il sesso e qual è, a tuo giudizio, la trama invisibile che tiene assieme il mondo? “Il femminile non è una definizione biologica ma una postura conoscitiva. È una modalità di stare nel mondo che privilegia la capacità di generare legami, di modulare le distanze, di trasformare tensioni in forme condivise. Non appartiene esclusivamente a un sesso: è una competenza umana, una disposizione. Questa postura attraversa identità diverse e si misura con esse in termini di declinazione di complementarità, non di opposizione. Ogni identità porta una propria grammatica del rapporto con l’altro; il femminile introduce un’attenzione particolare alla continuità, alla cura delle transizioni, alla qualità dei passaggi. Dove c’è frattura, tenta una connessione; dove c’è conflitto, cerca una configurazione più inclusiva. La trama invisibile che tiene insieme il mondo non è un’idea astratta: è l’interdipendenza degli opposti. Un ossimoro di risonanze comuni in cui nessuna esperienza è isolata. Ciò che chiamiamo realtà è un sistema di rimandi reciproci, un equilibrio dinamico tra dissonanze. Quando dico ‘ascoltare Lei’, non alludo a una figura mitica, ma a questa infrastruttura silenziosa: una tessitura di senso che attraversa epoche, culture, corpi. È ciò che consente alla complessità di non dissolversi, ma di diventare inestimabile ricchezza che mantiene coeso il vivere pur nella pluralità delle forme.” La prima presentazione del libro sarà sabato 7 marzo alle ore 17 alla Biblioteca comunale di Terni. L’AUTRICE – Valentina Rapaccini è nata a Terni il 25 novembre 1991. Dopo la maturità classica, nel 2015 si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università Campus Bio-Medico e il 25 novembre 2020 ha conseguito la specializzazione in Neuropsichiatria infantile presso l’Università Tor Vergata di Roma. Ha pubblicato nel 2019, con Gambini Editore: nel 2019 il saggio “L’alfabeto nascosto: ombre intarsiate di silenzio. Astrazione clinica della diversità”, nel 2021 “Archetipi mitologici di neuroscienze”, nel 2023 “Elogio della consunzione epica”. Attualmente lavora come neuropsichiatra infantile presso i servizi territoriali e ricopre un incarico di docenza universitaria in Fisiologia umana presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.