Zelensky: “Con 30 soldati in Groenlandia, che messaggio manda l’Europa a Putin e alla Cina?”
Il presidente ucraino a Davos: “Mettiamo fine a questo Giorno della Marmotta. Maduro è sotto processo a New York, Putin no"
L’Ucraina come appendice. L’incontro di un’ora tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky a Davos si è chiuso con una formula diplomatica rassicurante – “buono”, secondo un portavoce ucraino – ma il messaggio del presidente Ucraino, subito dopo, è stato tutt’altro che morbido. Un discorso denso, critico, e per molti versi una requisitoria contro l’Europa che rimanda, discute e intanto lascia scorrere il tempo.
Zelensky apre con una citazione pop: “Tutti ricordano il grande film americano Il giorno della marmotta. nessuno vorrebbe viverlo davvero”. E invece, dice, è esattamente ciò che accade oggi. Le stesse guerre, le stesse indecisioni, gli stessi errori che si ripetono da anni.
Un anno fa, ricorda, aveva avvertito che “l’Europa deve sapere come difendersi”. Dodici mesi dopo, il bilancio è impietoso: “Non è cambiato nulla”. L’attenzione si sposta di crisi in crisi – nuove emergenze, nuovi titoli, nuove distrazioni – senza mai arrivare al punto.
La Groenlandia diventa l’esempio perfetto. Tutti ne parlano, osserva Zelensky, ma pochi sanno davvero cosa fare. Molti leader sembrano semplicemente aspettare che Washington “si calmi”, sperando che il problema svanisca da solo. “Ma se non succedesse?”, chiede. Domanda lasciata sospesa, non per caso. “Che messaggio manda a Putin e alla Cina l’Europa mandando 30 soldati in Groenlandia?”.
Poi l’Iran. Le proteste represse nel sangue mentre il mondo guardava altrove, impegnato tra festività e buoni propositi di inizio anno. Quando la politica internazionale è tornata operativa, dice Zelensky, era troppo tardi: migliaia di morti, regime ancora in piedi e un messaggio chiarissimo ai futuri autocrati. Se uccidi abbastanza persone, puoi restare al potere.
Il confronto con l’azione americana in Venezuela è diretto e volutamente scomodo. Piaccia o no Trump, Nicolás Maduro è sotto processo a New York. Vladimir Putin no. E siamo al quarto anno della più grande guerra in Europa dalla Seconda guerra mondiale. L’uomo che l’ha scatenata non solo è libero, ma continua a trattare sui fondi russi congelati in Europa, mentre Bruxelles fatica perfino a decidere come sequestrarli.
Ancora più duro il passaggio sul tribunale speciale per i crimini russi in Ucraina. Riunioni, vertici, dichiarazioni. Ma niente sede, niente personale, niente operatività. “Manca il tempo o manca la volontà politica”, affonda Zelensky. In Europa, dice, c’è sempre qualcosa di più urgente della giustizia. Si ama discutere del futuro, ma si evita di agire oggi, quando le decisioni contano davvero.
Il cuore del discorso arriva sulla Nato. L’Alleanza, avverte, esiste perché tutti credono che gli Stati Uniti interverranno. Ma cosa accadrebbe se non lo facessero? Nessuno ha mai visto la Nato in azione in uno scenario reale di difesa collettiva, osserva. Se Putin colpisse la Lituania o la Polonia, chi risponderebbe? La risposta, per ora, è affidata a una convinzione. E le convinzioni, in geopolitica, non sono una strategia. Alcuni leader europei sperano che tutto passi da solo, altri iniziano finalmente a muoversi. Ma, sottolinea Zelensky, è ancora l’America a fare la differenza, spingendo davvero sul rafforzamento della sicurezza.
Poi il ritorno all’incontro con Trump. I documenti per porre fine alla guerra, dice, “sono quasi pronti”. L’Ucraina lavora “con assoluta onestà”, ma la pace richiede anche che la Russia sia pronta a chiudere il conflitto. Da qui l’ennesimo appello ad aumentare la pressione su Mosca. Al centro dei colloqui, soprattutto, la protezione dei cieli ucraini.
Il finale è un appello che suona come un ultimatum morale: l’ordine mondiale nasce dall’azione. Non c’è un domani astratto a cui rimandare. “Mettiamo fine a questo Giorno della Marmotta”.

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