Autore: Anna Maria Rengo
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1 aprile 2026
Con Giuseppe Smorto alla riscoperta di protagonisti storici nel racconto su “la Repubblica” non solo dello sport tricolore, ma anche del suo legame con la vita e l’evoluzione del Paese: Brera, Clerici, Minà e Mura. Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Minà, Gianni Mura. Quante cose hanno in comune questi quattro Gianni! Il nome di battesimo, ovvio, ma pure il fatto di essere stati tutti giornalisti (anche) sportivi, di avere tutti lavorato nella redazione di “la Repubblica” e di avere dato un contributo fondamentale alla trasformazione del giornalismo italiano, per il quale, nel corso dei decenni, lo sport ha smesso di essere un semplice fatto di cronaca per diventare linguaggio, visione, racconto del Paese. Quattro firme diverse per stile, temperamento e sguardo sul mondo, unite però da un’idea comune: lo sport come chiave per leggere la società, la politica, la cultura e l’animo umano. Nel cinquantesimo anniversario della nascita del quotidiano, lo scrittore e giornalista Giuseppe Smorto dedica a “I quattro Gianni – Brera, Clerici, Minà e Mura e lo sport di Repubblica” un libro (Minerva Edizioni) che non è solo focalizzato sul giornalismo sportivo, ma anche sulla storia culturale dell’Italia contemporanea. Il racconto di una redazione che diventa laboratorio di idee, di un mestiere vissuto come missione civile, di un’epoca in cui la scrittura contava quanto la notizia. Un volume che restituisce voce, atmosfera e tensione di anni irripetibili, ricordandoci che il giornalismo migliore nasce quando intelligenza, libertà e responsabilità camminano insieme. Quattro Gianni, quattro diversi modi di essere giornalisti sportivi. Quali differenze e quali somiglianze tra i quattro protagonisti del suo libro? La parola a Giuseppe Smorto. “Non li definisco giornalisti sportivi, ma giornalisti che avevano tutti una predilezione per lo sport. Loro tratto comune era il non essere conformisti e l’essere invece molto convinti delle loro idee in un mondo, quello dello sport, che a volte stimola il silenzio e l’omertà. Basti pensare a quanto succede nelle curve degli stadi. I quattro Gianni avevano il coraggio delle loro idee, anche quando si trattava di mettersi contro delle persone. A Brera, tanto per fare un esempio, bruciarono le copie del giornale sotto casa per colpa delle sue idee, mentre Clerici abbandonò il calcio perché lo riteneva troppo violento e troppo lontano dalle sue idee di sport. D’altro canto, Minà divenne famoso per tante cose ma anche perché, durante i Mondiali di calcio del ’78 in Argentina, ebbe il coraggio, di fronte ai membri della giunta militare, di dire che c’erano famiglie che denunciavano la scomparsa dei loro famigliari e di porre dunque la questione dei desaparecidos. Come dimenticare poi Mura, il cui giornalismo non si limitava alle partite e che ogni domenica curava la rubrica, lontanissima per argomento, ‘Sette giorni di cattivi pensieri’ e in essa dava i voti a tutti, anche al Papa!” II tuo libro racconta anche l’ingresso dello sport nel giornalismo targato Repubblica. Come mai il fondatore Eugenio Scalfari all’inizio era contrario a includere il giornalismo sportivo e come gli si fece cambiare idea? “Sì è vero, quando presentò il giornale disse che non avrebbe fatto sport (né pubblicato fotografie) in quanto lo riteneva un mondo elementare. Ma poi si convinse che non è così, che lo sport è importante nella vita delle persone, che è un esperanto. Raccontò che un giorno passeggiava per Milano e vide passare di corsa i podisti della Stramilano e allora si chiese: ‘Ma noi questo evento sul giornale l’abbiamo?’. Inoltre, lo sport si intreccia spesso alla politica. Basti pensare alla Coppa Davis disputata di fronte ad Augusto Pinochet, al boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca del 1980…. Convinto infine dell’utilità dello sport Scalfari cercò non solo di prendere i migliori giornalisti, come i quattro Gianni, ma anche di creare una grande squadra. Come ogni squadra, ci devono essere i fuoriclasse e chi lavora attorno a loro.” Come si è evoluto il giornalismo sportivo negli ultimi decenni e nella redazione di Repubblica? “Io racconto un’epoca che precede lo smartphone, in cui lo sport si svolgeva quasi tutto di domenica. L’evoluzione più evidente è stata l’avvento delle televisioni, che condiziona anche il calendario sportivo. Lo sport ha una sua tradizione, le regole sono rimaste le stesse ma è arrivata la tecnologia che cambia qualsiasi settore: anche lo sport dunque, tra Var e moviole, con tante novità buone o cattive.” Il giornalismo sportivo si basa sulle ondate di popolarità dei diversi sport, ma sempre con un’attenzione speciale al calcio. Come definisci lo stato di salute, anche mediatica, del calcio italiano e quello, invece, del tennis? “L’eliminazione in Bosnia è il frutto di politiche scellerate che il calcio adotta da tempo. Troppi stranieri, strapotere dei club, poca attenzione alle squadre nazionali. Poi ci sono gli sport individuali che hanno dei trascinatori, come appunto il tennis grazie non solo a Jannik Sinner ma pure ad altri giovani talenti. Ma dietro c’è sempre una organizzazione che funziona. L’alternativa al calcio esiste: basta pensare al volley e a Julio Velasco. Ma abbiamo esempi anche in altri sport: atletica, basket femminile. Un tempo magari si poteva giocare solo a pallone mentre ora l’offerta sportiva è più ampia. Resta il fatto che il calcio è lo sport più condiviso del mondo, nonostante gli eccessi e i tratti nevrotici. Se poi mi chiedi cosa avrebbero scritto i ‘4 Gianni’ dopo questa sconfitta, rispondo che lo avrebbero scritto prima, perché i segnali per questa disfatta sportiva c’erano tutti”. Che ricordo personale hai dei quattro Gianni? “Io ho lavorato all’ombra di questi giganti ed era molto gratificante. Nel libro racconto tanti episodi, per esempio di come ero orgoglioso di portare la macchina da scrivere a Gianni Brera quando andavamo in trasferta. Poi ci sono molte storie su come nasce un gruppo vincente, ciascuno con le proprie competenze nel nome di un prodotto giornalistico di qualità, come era accaduto in quegli anni grazie a Scalfari. Ecco, io mi sono trovato all’ombra di questi giganti e lì mi sentivo al sicuro.” Quali sono le nuove sfide del giornalismo? “Esso deve misurarsi con i nuovi linguaggi. Del giornalismo ci sarà sempre bisogno ma il modo in cui si esprime può cambiare, prima la carta, poi la tv, e ancora l’online, i social e i nuovissimi linguaggi. Dobbiamo andare dove sono i lettori. Un tempo il concorrente di Repubblica era il Corriere, ora ci sono i podcast, Netflix e in palio c’è il tempo del lettore.” L’AUTORE - Giuseppe Smorto ha fatto sempre il giornalista, anche se sognava una vita da psicanalista. Invece ha vinto una borsa di studio ed è salito sull’astronave “Repubblica”. È stato caporedattore allo Sport, al “Venerdì”, alla cronaca di Torino, poi responsabile e direttore del sito “repubblica.it” e vicedirettore del giornale. Ha scritto vari libri sulla Calabria (dove è nato), è stato co-autore di Semidei, un docufilm sui Bronzi di Riace. Ha firmato due podcast: Dimmi chi era Gianni Brera e Chiamami Mister (insieme ad Aligi Pontani), su un’esperienza di calcio per ragazzi autistici.