Autore: Anna Maria Rengo
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13 maggio 2026
Con Luca Liguori, storico inviato speciale della Rai, alla scoperta delle storie più personali dei divi hollywoodiani e della politica mondiale, tra aneddoti, curiosità e riflessioni sul ruolo del giornalismo e sui cambiamenti strutturali determinati dalla pandemia. Intervistare Luca Liguori è come fare un tuffo in una storia che finora si aveva avuto modo di conoscere solo studiandola sui libri, o sognandola a occhi aperti. Dopo il successo del precedente volume “Whisky dopo il tramonto” (Minerva Edizioni) Liguori, inviato speciale della Rai in oltre centocinquanta Paesi, torna infatti a raccontare la storia contemporanea in un dietro le quinte tanto ricco di aneddoti e di spunti di riflessione quanto elegante e coinvolgente. Lo fa nel suo nuovo libro “Ultimo whisky prima del tramonto” (sempre Minerva Edizioni), un titolo che cambia la prospettiva temporale della degustazione, ma che non deve essere assolutamente interpretato in senso malinconico! Ma lasciamo la parola, anzi le parole, allo stesso Liguori. “Il titolo del primo libro è ispirato al Kenya, dove sono stato a lungo negli anni Cinquanta. Lì il whisky si beveva dopo il tramonto per via dell’afa, della calura. Gli inglesi burloni si regalavano orologi da appendere al muro con tutte le cifre uguali: il numero cinque. Mi spiegavano che questi orologi servivano quando a casa veniva un amico, magari alle nove di mattina, e chiedeva: ‘Che ora sono?’ e gli si poteva rispondere ‘Sono le cinque del pomeriggio, non vedi?’. Dunque, visto che si era dopo il tramonto si poteva bere! Nel mio primo libro non sono riuscito a raccogliere tutti i ricordi, le interviste e i personaggi. Mi sarebbe dispiaciuto mandare al macero quelli restanti e allora ho chiesto alla casa editrice Minerva di concedermi un secondo drink, stavolta prima del tramonto. Questo nuovo libro però non ha un titolo luttuoso, ma scaramantico: io non voglio bere l’ultimo whisky e poi morire, ma semmai pensare a qualche altra cosa da fare! Vi racconto delle esperienze bellissime vissute negli anni Cinquanta, Sessanta, quando il giornalismo era affidato alla macchina da scrivere Olivetti lettera 22 o alla penna stilografica. Allora non c’erano i computer, i telefonini, il nostro lavoro di inviati all’estero era tutto affidato alle centralinistre degli alberghi. E infatti quando si arrivava in albergo, che si fosse a Saigon oppure a Copenaghen, la prima cosa che noi inviati facevamo era di regalare una scatola di cioccolatini alle centraliniste. Ricordo che Luca Goldoni aveva pure promesso a una di esse di sposarla, se gli avesse dato per primo la linea!” Nel suo libro racconta aneddoti su tanti protagonisti della storia contemporanea. Ce n’è uno, nella sezione dedicata a Hollywood, che si distingue positivamente e che le è rimasto particolarmente a cuore? “Io ho seguito la cerimonia di consegna dei Premi Oscar, a Los Angeles, per dieci, dodici anni, e questo mi ha consentito di entrare in confidenza con tanti attori e attrici. Alla fine della cerimonia si organizzava una serata molto glamour e in grande stile: i premiati e il pubblico venivano invitati a una cena di gala in un grande locale e io capitavo sempre a tavola con grandi attori. In particolare, una sera sedetti al fianco di Cary Grant, uno tra gli attori più ammirati del firmamento cinematografico. Devo premettere che questi divi, nonostante l’apparenza di bellezza, fama, spirito, eleganza, nascondono sempre un dramma, una vita comune come noi semplici cittadini. Di Cary Grant sono riuscito a conoscere la verità della sua esistenza conclusa a ottantadue anni, a causa di un ictus. Veniva da una famiglia poverissima, a Bristol in Inghilterra. Archibald Alexander, questo il suo vero nome, aveva avuto un’esistenza dolorosa. Il padre operaio, la madre una piccola sarta, nasce in una piccola casa di periferia. La mamma era instabile mentalmente perché aveva perso la prima figlia e veder nascere un maschio, quando voleva una femminuccia, alimentò la sua follia, al punto da vestirlo da bambina e da fargli crescere i boccoli. Un giorno il piccolo Archibald, al ritorno da scuola, trovò solo il padre, che gli disse: ‘Mamma è andava via, non tornerà. Non piangere, rassegnati’. Per il bambino fu uno choc: nonostante le sevizie estetiche che la madre gli procurava, le era affezionato. Alla fine si rassegnò ma gli restò il trauma dell’abbandono, che mai lo lascerà. Passano ventuno anni e Cary è ormai diventato famoso in America, dopo aver lasciato il padre che nel frattempo si era rifatto una famiglia. Allora riceve una lettera da Bristol: ‘Mr Grant – legge – sua madre di novantotto anni è ancora viva e si trova in questo ospedale psichiatrico. Se vuole venire a salutarla faccia presto perché è molto malata’. Solo allora Cary scopre che la mamma non l’aveva abbandonato, ma che era stato il padre a rinchiuderla in un ospedale psichiatrico. Subito, torna a Bristol, porta via la mamma dall’ospedale psichiatrico e la fa ricoverare in una clinica privata dove, però, la donna muore pochi giorni dopo. Solo allora inizia la nuova vita di Cary Grant, una vita condizionata dall’ossessione della madre che lo aveva portato ad avere alcune ambiguità sessuali ma che non gli aveva impedito di aver avuto ben cinque mogli. Ma la sua pace la trovò a ottant’anni: conobbe il vero amore con Barbara Harris, titolare di una boutique lungo l’Hollywood Boulevard, e trascorse felice gli ultimi due anni della sua vita.” Nell’immaginario collettivo il mondo hollywoodiano è fatto di compromessi, delusioni, sesso facile o utilitaristico, dipendenze, ma comunque è un mondo mitico, da molti ambito. Quanto nella realtà corrisponde a questo stereotipo? “In parte dovrei dare ragione a chi la pensa così. Hollywood è stata una specie di compagnia affollata di personaggi che sapevano di appartenere a una categoria speciale e con tutti i difetti degli esseri umani. Clark Gable mi raccontò, per esempio, che quando stava girando un film per la Metro Goldwin Mayer fu contattato da una delle più grandi major dei tabacchi che gli offrì il doppio del suo ingaggio pur di vederlo fumare durante le riprese e lo stesso Cary Grant, che non aveva mai fumato, per lo stesso motivo dava l’esempio di fumare. È vero che alcuni attori facevano uso di droghe, sniffavano, prendevano l’Lsd, ma soltanto in casi disperati. Io ho partecipato a delle simpatiche serata im cui, una volta alla settimana, ci si riuniva nella villa di Gary Cooper o di David Niven: si mangiava, si beveva, si facevano pettegolezzi su Hollywood. Una sera ci fu una discussione di un paio d’ore sul modo migliore, per gli uomini, di fare il nodo alla cravatta, se quello normale oppure quello alla Windsor, detto scappino. Alla fine la spuntai io, dopo aver raccontato di avere imparato a farlo dallo stesso duca di Windsor, questo il titolo assunto da re Edoardo VIII dopo la sua abdicazione nel 1936: li misi tutti a tacere! Poi, si parlava degli scandali legati a ‘Via col vento’, film particolarmente scarognato, con molti suoi attori morti in breve tempo o colpiti da sfortune. Hattie McDaniel, la prima donna di colore a ottenere un Premio Oscar per la sua Mamy, fu investita da un taxi, Vivien Leigh perse la ragione. Ricordo che Vivien litigava spesso sul set con Clark Gable, anche perché lui veniva pagato 250mila dollari e lei solo 50mila, e si vendicava della disparità accusandolo: ‘Puzzi sempre di alcol e di tabacco, mi fai schifo’. Ma fu un film epocale: ancora oggi, ad Atlanta (capitale della Georgia dove è ambientato il film) c’è un cinema che, ogni sera alle diciotto, proietta ‘Via col vento’: a dimostrazione di che cosa può fare la cinematografia quando raggiunge un livello planetario.” Passando invece alla politica, c’è un personaggio che l’ha sorpresa, positivamente o negativamente? “Tutti i politici del Novecento che ho incontrato erano persone ricche di cultura, al servizio del proprio Stato, serie nel proprio lavoro, anche se alla fine del secolo ci sono stati alcuni piccoli scandali, peraltro naturali. Ciò premesso, io ho avuto l’onore di conoscere sir Winston Churchill, l’uomo politico più grande della storia contemporanea. Certo, ho conosciuto anche Charles de Gaulle, Fidel Castro, Gheddafi, ma Churchill è stato il più grande per forza, coraggio e ironia. Sono andato a intervistarlo nel giugno del 1956, quando era in vacanza in Costa Azzurra, in una villa carina dove aveva scritto le sue memorie. Arrivo al cancello, suono, percorro un vialetto di ghiaia e arrivo alla villa con una duplice scalinata, un maggiordomo si affaccia. Mentre mi avvio verso una delle due scalinate sbuca un cane che sembra un leone e viene verso di me abbaiando, Pensavo che volesse farmi le feste, e invece voleva farmi la festa! Mi salta addosso, mi butta per terra, mi strappa il cravattino a farfalla che avevo messo per fare bella figura, tutto questo mentre il maggiordomo gridava: ‘Peter, cosa stai facendo?’ Finita la sua missione distruttiva il cane ritrova la scalinata e io, ridotto come un reduce di guerra, entro nello studio di Churchill che mi accoglie seduto su una poltrona. Indossa una giacca da camera bordeaux con i gomiti lisi, ma è molto elegante. Sigaro in mano, bicchiere di cognac francese nell’altra, mi dice: ‘Mi dispiace’. Io cerco di limitare i danni: ‘Ma no, non è successo niente…’. E lui: ‘No: è che il mio cane è stupido. Non ha capito che non deve assalire tutte le persone italiane che mi vengono a trovare e che la guerra è finita da anni’. A seguire, una conversazione con tanti aneddoti, tra cui la sua conversazione con l’ammiraglio Bernard Law Montgomery che lo redarguì: ‘Mr Churchill, ma vede come è grasso? Lei fuma, mangia e beve troppo! Pensi che il mio medico mi dice che smettendo di fumare, bere e mangiare troppo vivrò cinquant’anni in più’. E Churchill gli rispose: ‘Invece il mio medico mi ha detto di fumare, bere e mangiare, così vivrò cent’anni in più’. Churchill è stato un uomo che ha attraversato la storia e a cui si deve la salvezza dell’Inghilterra, a cui aveva detto: ‘Vi prometto lacrime e sangue, ma resisteremo e vinceremo’. E così è stato. Poi gli elettori inglesi lo hanno liquidato e a chi gli diceva: ‘Ma come, lei che ha fatto tanto per l’Inghilterra è stato ripagato così?’ lui replicava: ‘Ogni popolo ha il diritto e il dovere di mandare a casa i politici, quando non li vuole più’. Ecco, avendo conosciuto personaggi di quel calibro, se fossi un giovane giornalista sarei impacciato a intervistare l’attuale classe politica italiana.” Il suo libro dedica un capitolo al Covid: ci sono stati dei cambiamenti strutturali nella società dalla pandemia in poi? “Eccome se ci sono stati. Ho voluto aprire il libro con un ‘memento Covid’, a quei giorni di prigionia collettiva, ma appartengo a quella razza di persone che non si è lasciata abbattere. Non andavo in biblioteca, all’happy hour, a passeggiare per via Montenapoleone: me ne sono rimasto a casa con i miei libri, su tutti la gioia della Recherche di Marcel Proust, ho guardato vecchie cassette di vecchi film e soprattutto mi sono beato nel vedere le immagini di Papa Francesco quel venerdì santo del ’22 in una piazza San Pietro deserta. In quel momento il mondo deve avere capito la grande solitudine dell’uomo davanti agli eventi imponderabili, la fragilità dell’essere umano di fronte a un nemico invisibile. Usciti poi da quel periodo di convivenza forzata, improvvisamente abbiamo respirato aria di libertà ma l’abbiamo scambiata per libero arbitrio. Abbiamo iniziato a frequentare psicologi, psichiatri, alcuni scienziali hanno affermato che i vaccini ci hanno persino cambiato il Dna. Abbiamo perso i freni inibitori, c’è violenza anche giovanile, rabbia, strafottenza, i femminicidi sono aumentati. Non ne siamo venuti fuori bene e ho paura che non ci sia un limite, se gli adulti non recupereranno la loro autorità con i minori. Ma ho sempre una speranza, io sono per natura una persona ottimista: sono certo che c’è sempre una via d’uscita, una resurrezione. Ce l’hanno insegnato i secoli passati: finito questo lungo periodo crudele il sole tornerà a brillare su questa tormentata popolazione di persone.” Il suo libro è la rappresentazione di come il racconto giornalistico sia una testimonianza diretta da valorizzare. Teme che in un mondo sempre più social, influenzato dall’intelligenza artificiale e con forti poteri che minano la libertà di stampa, il lavoro giornalistico sia a rischio? “Fare il giornalista è diventato un mestiere molto difficile e pericoloso. Una volta andavamo di persona dove avveniva il fatto, ora apriamo internet, ci informiamo online e facciamo l’articolo, per non parlare di quello che succederà con l’intelligenza artificiale, che leverà molto a quella naturale, già scadente. Ma secondo me è una questione di coerenza, di credere nel proprio mestiere. Se gruppi di persone credono nell’esperienza missionaria dei giornalisti che informano ed educano la gente, questo mestiere non sarà umiliato ma avrà una sua resurrezione anche in mezzo a tante tecnologie. Certo, l’indipendenza del giornalista è diventata difficile. Non ci sono più i grandi editori di una volta ma industriali che decidono di comprare questo o quel giornale. Davanti al potere del denaro siamo fragili e deboli, lo diceva Totò e lo dico pure io.” L’AUTORE - Classe 1934, Luca Liguori è pugliese di nascita, milanese d’adozione, giramondo per vocazione. È una voce storica della Rai. “Inviato speciale” in 150 Paesi del mondo, ha vissuto in prima persona e raccontato a milioni di ascoltatori alcuni tra i più importanti eventi del secolo scorso: guerre, rivoluzioni, colpi di Stato, il progetto Apollo che porterà il primo uomo sulla Luna, la consegna dei premi Oscar… Rientrato in Italia negli anni Settanta, conduce con Paolo Cavallina “Chiamate Roma 3131”, programma tra i più ascoltati nella storia della Rai. Nella sua lunga carriera Liguori ha avuto il privilegio di conoscere e intervistare alcune tra le più celebri personalità del XX secolo: da Winston Churchill a Martin Luther King, da Jomo Kenyatta a Indira Gandhi, da Madre Teresa di Calcutta a papa Giovanni Paolo II, dal duca di Windsor a Gheddafi… Con Minerva ha pubblicato: “Whisky dopo il tramonto, 21 luglio 1969, quel giorno sulla Luna” (firmato con Giancarlo Mazzuca) e “Caro Luca, ti scrivo” insieme a Luca Goldoni.