I segreti e le speranze della negoziazione

A Cura di Anna Maria Rengo • 21 febbraio 2026

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Nel libro “Il negoziatore” Michael Tsur racconta, con la collaborazione di Frediano Finucci, la sua storia personale che l’ha portato infine a diventare uno dei protagonisti delle più importanti trattative degli ultimi vent'anni.


“Credo che un accordo di coesistenza sia possibile, soprattutto perché la maggioranza dei gazawi non ha mai sostenuto la brutalità di Hamas contro la propria gente.”

Sono parole fiduciose, quelle che Michael Tsur esprime in merito alla possibilità, dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e le migliaia di morti a Gaza, di arrivare, se non alla pace, almeno a una convivenza tra israeliani e palestinesi. E sono parole autorevoli, pronunciate da uno dei più famosi negoziatori al mondo e già membro della squadra di negoziazione ostaggi dell’esercito israeliano (Idf), che nel libro “Il negoziatore” (Paesi Edizioni) scritto assieme al giornalista Frediano Finucci (capo della redazione economia ed esteri del Tg de La7, rete dove conduce la trasmissione Omnibus) parte della sua personale esperienza, quella di ragazzino dislessico di Gerusalemme che da meccanico di auto diventa prima imprenditore, poi costruttore edile infine avvocato e, dopo un master ad Harvard, primo mediatore nella Corte Suprema Israeliana, per poi spiegare a fondo non solo cosa fa un negoziatore professionista (tecniche incluse) ma anche i dubbi, gli errori e soprattutto le opportunità mancate nelle trattative per la liberazione degli ostaggi a Gaza.

“Dare voce a un personaggio come Tsur, che conosco dal 2008, non aiuta a capire quello che è successo il 7 ottobre. Quello è storia, cronaca”, spiega Finucci. “Ci interessava invece approfondire il tema della negoziazione, partendo dalla sua biografia e dalla storia della sua famiglia, assolutamente straordinarie anche se per lui sono ‘normali’. Proprio partendo da lì abbiamo deciso, per motivi di chiarezza nei confronti dei lettori, di affrontare la tematica dei negoziati e su come sono stati condotti quelli per arrivare alla liberazione degli ostaggi, dalla prospettiva di chi, il negoziatore, lo fa di mestiere. Tsur ha dedicato la sua vita a pianificare metodi di negoziazione. Il tutto non in modo asettico ma con un dialogo dal quale traspare il suo coinvolgimento emotivo e il dolore per quanto è accaduto.”

 

Tanti sono gli interrogativi e le curiosità non solo sul mestiere di negoziatore, evidentemente riservato a pochissimi e qualificatissimi professionisti, ma anche su come sono state condotte le trattative per la liberazione degli ostaggi israeliani dopo il massacre del 7 ottobre.

 

Professor Tsur, che ruolo hanno svolto (o avrebbero potuto svolgere) intermediari terzi — Stati, Ong attori regionali — nella gestione dei negoziati, e quali criteri sono stati utilizzati per valutarne l’affidabilità? Ci sono intermediari che ritiene siano stati sottoutilizzati o, al contrario, sopravvalutati?

“In generale, nelle situazioni di trattative ad alto rischio l'uso di intermediari è molto comune, soprattutto perché esiste un alto livello di sospetto tra le parti coinvolte e una crescente mancanza di fiducia a causa delle circostanze dell'evento.

Esiste una regola su come selezionare gli intermediari – noi li chiamiamo qualcuno che ‘si prende cura’. Essi devono essere: capaci – hanno esperienza passata per riuscire a fare quanto richiesto, comunicare in modo costruttivo; disponibili – si tratta di agire con urgenza; affidabili – la fiducia è condizione imprescindibile; efficaci – tutto deve accadere in modo veloce ed efficace.

Nel nostro caso, c'erano chiaramente intermediari che avrebbero dovuto essere coinvolti, gli egiziani, poiché negli ultimi 40 anni sono stati loro gli intermediari più efficienti ed efficaci, soprattutto perché hanno una comunicazione diretta e, nella maggior parte dei casi, un alto livello di influenza a Gaza. Sicuramente avrebbero potuto e dovuto essere coinvolti fin dall'inizio e anche successivamente.

Perché degli intermediari possano essere utilizzati è indispensabile che comprendano la complessità della situazione e non facciano di tutta l’erba un fascio.

Un altro aspetto da considerare nella scelta di eventuali intermediari è cosa richiedano in cambio; ci sono conseguenze e può capitare che pensino di poter avanzare pretese rispetto a chi affida loro un incarico.

Ci sono ogni tipo di organizzazioni o stati che si propongono come intermediari, ma tendiamo a non accettarle principalmente per tre motivi: mancanza di esperienza, possibile conflitto di interessi, difficoltà logistiche.”

 

Qual è stata, secondo lei, l’influenza della comunicazione pubblica (media, dichiarazioni ufficiali) sul margine di manovra dei negoziatori israeliani? Avrebbe consigliato una strategia di comunicazione diversa per preservare maggiori opzioni negoziali?

“Come regola generale, la negoziazione non si fa attraverso i media; quando una negoziazione è in corso, i media non dovrebbero essere coinvolti in alcun modo. Diciamo sempre: ‘Come si sa se una negoziazione è andata a buon fine? Quando nessuno ne sa nulla’. Questo è uno dei modi per valutare il buon processo e il risultato. Purtroppo, i media vengono usati in moltissimi modi, principalmente per influenzare l’opinione pubblica e non la negoziazione stessa, e la maggior parte delle volte questo produce leve negative e rumore, danneggiando la comunicazione e spesso il processo di negoziazione. La strategia di comunicazione dovrebbe essere: ‘Una volta che le cose sono state fatte e concordate, è allora che le comunichi, usando i media’; a volte, quando la negoziazione sta per concludersi o quando sono raggiunti punti di accordo fondamentali, si può avere l’assistenza dei media per portare lentamente, ma in modo sicuro la questione al pubblico, affinché l’opinione pubblica sia più pronta e meno reattiva all’elemento sorpresa del risultato della negoziazione. Ma di solito questo avviene quando anche i dettagli sono definiti e concordati.”

 

Quali approcci negoziali le sembrano aver potuto accelerare la liberazione degli ostaggi senza compromettere la sicurezza nazionale? Tra questi approcci, quale ritiene politicamente più realistico per Israele oggi e durante la crisi degli ostaggi/guerra?

“Dovremmo sapere che esiste un pensiero secondo cui ‘ogni negoziazione è una negoziazione a sé stante, non esiste un approccio che sia ‘l’approccio giusto’, poiché le condizioni e le circostanze variano da una situazione all’altra e i dati cambiano in un nanosecondo. Tuttavia, quando parliamo di negoziazioni in situazioni di crisi o ad alto rischio, un approccio che si è dimostrato efficiente ed efficace consideriamo opportunamente quanto segue: ‘sto parlando con la persona giusta? Sto inviando la persona giusta?’ Riguardo a quest’ultimo quesito: in fin dei conti, la negoziazione si fa tra persone e con persone; la persona giusta non è colui che prende le decisioni, ma colui che può portare il risultato; cruciale è la trasparenza, l’ultima cosa a cui si vuole ricorrere è la manipolazione.

Si devono anche considerare i passaggi per costruire fiducia, l’uso di accordi intermedi, anche i più piccoli come offrire un bicchiere d’acqua, per mostrare che davvero si vuole collaborare ad una soluzione.

Ancora, occorre che la negoziazione deve essere veloce e facile da implementare, con una connessione diretta con chi decide. Quello che dobbiamo ricordare è che quando le persone non parlano fanno qualcos'altro; bisogna mantenere la negoziazione aperta. 

Non voglio fare riferimento a nessun coinvolgimento politico in questa crisi, penso e credo solo che una volta che la politica si intromette nelle situazioni di sicurezza, si possa considerare un conflitto di interessi intrinseco: siamo qui per porre fine al conflitto e trovare la soluzione migliore per le persone in pericolo, o ci sono altri interessi che possono influenzare le decisioni e il benessere degli ostaggi?”

 

In che misura l’uso di canali non ufficiali (mediatori locali, reti umanitarie, attori religiosi, attività di lobbying) può integrare le vie diplomatiche formali per ottenere liberazioni più rapide? Quali garanzie consiglierebbe per evitare abusi o manipolazioni?

“Come ho detto prima, una negoziazione di successo è una negoziazione di cui nessuno sa nulla. L'uso di canali non ufficiali può essere rilevante per individuare entità o persone che sono direttamente connesse o che sono le persone giuste con cui parlare o da inviare, dal momento che il primo tema è quello della fiducia – bisogna trovare qualcuno di cui entrambe le parti, o almeno una di esse, possano fidarsi in tre modi: ciò che viene detto sarà riferito senza traduzioni, questo canale comunicherà ciò che viene detto senza aggiungere nulla di proprio – questo porterà probabilmente ad identificare un canale non ufficiale, poiché i canali ufficiali vedono sempre coinvolte altre questioni; attraverso l'accesso che questo canale non ufficiale ha verso persone diverse, ad altre parti coinvolte e che possono darci più fiducia che le cose stiano progredendo; non trarre alcun vantaggio dalla questione in corso, l’interesse è  che il caso venga risolto.”

 

Quali tipi di incentivi o garanzie (umanitarie, economiche, giuridiche) possono essere offerti per convincere rapitori o gruppi intermedi a liberare ostaggi senza creare precedenti pericolosi? Come limitare il rischio di incoraggiare nuove prese di ostaggi?

“Gli incentivi sono molto diversi in ogni situazione, ma se stiamo pensando a cosa stava accadendo nella nostra regione, il nostro incentivo potrebbe essere di natura religiosa, per esempio, ogni persona o organizzazione è sensibile a incentivi diversi. Questo ha a che fare con una profonda comprensione del vostro interlocutore negoziale e con la trasparenza su ciò che è disposto a sacrificare per raggiungere i suoi obiettivi. A volte le persone si trovano in modalità di sopravvivenza e vogliono dimostrare qualcosa, far valere il loro punto di vista, e possono diventare estremi. In questa situazione, le persone erano trattenute da persone e gruppi molto diversi in posti diversi, quindi con incentivi diversi. Come prevenire ulteriori casi di presa di ostaggi? Quando le persone vedono cosa si è guadagnato prendendo ostaggi… ne è valsa la pena?

Non voglio riferirmi troppo alla situazione attuale, ma è stato un prezzo molto alto da pagare, per tutte le parti coinvolte. Non sono sicuro che alcuna delle parti coinvolte, nemmeno coloro che hanno pianificato l'attacco, potesse prevedere questo enorme disastro che ne è stato il risultato… di solito quando le persone comprendono le conseguenze …questo diventa il modo per limitare future idee folli …ne è valsa la pena?”

 

In base a quali criteri raccomanderebbe di dare priorità ai tentativi di liberazione (età, stato di salute, status civile/militare), e come strutturare un sequenziamento che massimizzi le possibilità di successo rapido? Esistono modelli internazionali comparabili che ritiene utili da adattare?

“Per certi versi, quando si parla di tentativi di salvataggio durante una negoziazione, si va a contraddire il processo stesso di negoziazione; durante la negoziazione infatti cerchiamo, per piccoli passi, di costruire la fiducia indispensabile per poter addivenire ad un accordo, che sia uno scambio di ostaggi o qualsivoglia altro obiettivo, una volta che si tenta un salvataggio, che di solito sarà a sorpresa, il processo di negoziazione lo si si danneggia invece immediatamente. La questione quindi è se e quando decidere di operare un tale tentativo.

A volte, negoziazioni e situazioni ad alto rischio possono essere utilizzate per ritardare o per dare alla squadra incaricata di intervenire il tempo di prepararsi. È un modo diverso di pensare, è quando parliamo di un modo tattico di negoziare; ha uno scopo diverso, quindi abbiamo bisogno di tempo, potremmo raggiungere un qualche accordo intermedio in modo da poter, come si dice, guadagnare tempo.

I tentativi di salvataggio di solito hanno a che fare con le informazioni o l'intelligence di cui si dispone e spesso, se è chiaro che ci sono vite in grave pericolo o persone ferite, questo può essere un criterio, una ragione o una motivazione per accelerare le cose al fine di tentare un salvataggio o un intervento, che, come ho detto, di solito sarà effettuato usando la forza e l'effetto sorpresa. Da ciò possiamo capire come questo influenzerà sicuramente in modo negativo il processo di negoziazione. Ecco perché, una volta deciso di tentare un'operazione di salvataggio, bisogna assicurarsi di avere buone possibilità di successo, più di quanto possa ottenere una negoziazione verbale, diretta o talvolta indiretta. Tuttavia, a volte, e dipende dalla situazione, quando si ha un grande numero di ostaggi o sono distribuiti in posti diversi, come ci siamo trovati ad avere in alcune situazioni, quando hai qualche informazione su un'area in cui puoi intervenire o condurre un'operazione di soccorso, questo può avere un'influenza sul tuo interlocutore negoziale. Come ho detto, di solito o quasi sempre la reazione sarà negativa: l’altra parte al tavolo negoziale diventerà più cauta, o anche più aggressiva, o addirittura più violenta verso le persone ancora trattenute. Un tentativo di soccorso può molte volte avere come risultato una punizione e un cambiamento nell'atteggiamento e nel prezzo da pagare per gli ostaggi o per ciò che resta di loro, le persone che non sei riuscito a salvare possono pagare il prezzo di questo tentativo. Quindi, in sintesi, un tentativo di soccorso è qualcosa che deve essere considerato molto attentamente, comprendendo che avrà comunque un effetto, principalmente negativo, sul processo di negoziazione stesso.”

 

Ritiene che il ricorso a specialisti regionali nella liberazione degli ostaggi — negoziatori professionisti, mediatori locali o unità dedicate — avrebbe potuto accelerare e rendere più sicura la liberazione degli ostaggi israeliani?

“Naturalmente credo che questo avrebbe potuto assistere e aiutare in questo disastro. Dobbiamo anche ricordare che il tempo uccide tutti gli affari e in situazioni ad alto rischio il tempo produce un effetto: nei primi giorni, nelle prime ore, puoi ottenere cose che poi non sarai più in grado di realizzare e, come professionista, di solito lo sai. Come ho detto prima, mandare la persona giusta, parlare con la persona giusta ha a che fare con le persone che hanno già dimostrato la loro capacità di assistere o risolvere situazioni come questa. Ovviamente questo tipo di situazione era del tutto nuovo per noi, ma comunque credo che tutte le circostanze, specialmente quelle estreme, dovrebbero essere gestite da professionisti, come accade in tutti i campi della nostra vita: medicina, falegnameria … più è problematica la crisi, non importa il settore, normalmente ci si rivolge agli esperti per affrontarla e anche qui avrebbe dovuto essere così.

Mi permetto di aggiungere che, in situazioni come questa, molti dicono di essere esperti o di avere competenze, perché vogliono essere coinvolti, e in realtà credono anche di esserlo; di solito lo verifichiamo attraverso le loro esperienze passate. Perché dovrebbero pensare di essere coinvolti, solo a causa del loro status, grado o professione? Diventa una questione di posizionamento: pensi che, a causa del tuo ruolo di rilievo, dovresti essere coinvolto… e proprio questo, secondo me, non è la cosa giusta. Dovresti essere abbastanza saggio da capire ciò che sai e, ancora meglio, ciò che non sai, ciò in cui non hai esperienza, e avvalerti dell’assistenza di persone che lo sanno fare. Come sai, ci sono quattro livelli di conoscenza: non sai che non sai, sai che non sai, sai che sai e non sai che sai; anche in situazioni come quella che abbiamo avuto, completamente nuova, ci sono persone che non sanno di sapere, ma che l’esperienza rende esperte… sfortunatamente esistono molte persone che non ammettono di non sapere…”

 

Per l’ultima domanda, torno a coinvolgere Frediano Finucci: lei pensa che il piano di pace di Trump per Gaza, nonostante le difficoltà che sta incontrando, potrà portare a una soluzione duratura e cosa serve per arrivare a una pace duratura?

“Io ritengo, è una mia opinione personale, che questo piano di pace sia molto debole. Per due ragioni: innanzitutto passa sopra agli interessi di israeliani e palestinesi, poi questo board of peace, inizialmente nato per Gaza, si sta configurando come un’Onu parallela dove non gli stati devono pagare un miliardo di dollari per farvi parte, ma dove si prefigura anche la supremazia di Donald Trump non come presidente Usa ma proprio come Donald Trump, dunque con la sua guida anche quando non sarà più presidente Usa. Se questi sono i presupposti le basi sono fragilissima. Come dice Tsur nel suo libro, l’unico modo per importare la pace in Palestina è la conoscenza tra palestinesi e israeliani. Se non si arriva alla conoscenza e alla comprensione l’uno dell’altro il conflitto non lo si potrà mai risolvere.”

“Forse sarò troppo ottimista – scrive Tsur nel libro - ma non credo che dovremo aspettare due generazioni. Penso che la gente del Medio Oriente, sia israeliani sia palesti­nesi, sappia bene che abbiamo già vissuto in una sorta di convivenza. Sono anche persuaso del fatto che l’istinto di sopravvivenza sia più forte di tut­to e che per sopravvivere la gente accetta, capisce e fa di tutto. Israele e Palestina, da questo punto di vista, sono entrambi popoli di sopravvissuti.”

Parole di speranza che fanno pendant con un’altra convinzione di Tsur, sempre espressa nelle pagine del libro: “Credo fortemente che la soluzione dei due Stati sia possibile e riconosco il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato proprio. L’idea in sé è buona; il problema non è cosa fare, ma come farlo.”

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Sul tavolo, il nodo principale dello Stretto di Hormuz La tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran, tiene ma ogni ora che passa si fa sempre più fragile. Una svolta, si spera, potrebbe essere rappresentata dai colloqui previsti in Pakistan nel fine settimana, dove le parti saranno impegnate a trovare un vero accordo: sul tavolo, il nodo principale dello Stretto di Hormuz. Intanto sul fronte libanese il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha comunicato di aver dato disposizione al suo governo di avviare colloqui diretti con il Libano “il prima possibile”. La presa di posizione è stata diffusa con un messaggio sul social X in lingua ebraica. Netanyahu ha riferito di aver preso la decisione alla luce delle “ripetute richieste” da parte del Libano di aprire negoziati. Il primo ministro ha aggiunto che i colloqui si concentreranno “sul disarmo di Hezbollah e sulla costruzione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano”. 7:30 – IL PAKISTAN SI PREPARA PER I COLLOQUI DI ISLAMABAD Dopo sei settimane di guerra, gli occhi del mondo da oggi sono tutti puntati sul Pakistan. È qui infatti, che si svolgerà “Islamabad Talks 2026”. Il ministro degli Esteri Ishaq Dar su X ha annunciato che tutti i delegati, giornalisti compresi, dei Paesi che parteciperanno, potranno entrare in Pakistan anche senza visto: “Tutte le compagnie aeree sono invitate a consentire l’imbarco a tali individui. Le autorità immigrarie in Pakistan emetteranno loro un visto all’arrivo”. Secondo quanto riferisce l’inviato di Al Jazeera a Islamabad “il viale principale che porta alla Zona Rossa – dove si trovano edifici governativi chiave nella capitale – è stato bloccato, con un pesante dispiegamento di personale militare visibile in tutta la città. Il Serena Hotel, uno degli hotel più importanti della città situato nella Zona Rossa adiacente alla sede del Ministero degli Esteri, fungerà da sede. I funzionari della sicurezza hanno interamente preso il controllo dei locali e agli ospiti è stato chiesto di andarsene”.
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Si conclude con un bilancio pesante il primo atto dei quarti di finale di coppa per le formazioni italiane. Sia la Fiorentina in UEFA Conference League che il Bologna in UEFA Europa League escono sconfitte dai rispettivi match d'andata contro le compagini inglesi, chiamate ora a vere e proprie imprese sportive nelle gare di ritorno. Conference League: Tris del Crystal Palace, Fiorentina al tappeto Al Selhurst Park di Londra, il Crystal Palace ipoteca la qualificazione superando la Fiorentina con un netto 3-0. Il match si sblocca al 24' con un calcio di rigore trasformato da Mateta, concesso per un fallo di Dodo su Guessand. Al 31' arriva il raddoppio firmato da Mitchell, lesto a ribadire in rete una respinta di De Gea su precedente conclusione dello stesso Mateta. Nonostante una traversa colpita da Fabbian in apertura di ripresa e i tentativi di Piccoli, la Viola non riesce a dimezzare lo svantaggio e subisce al 90' la terza rete: un colpo di testa di Sarr su assist di Munoz che fissa il risultato sul definitivo 3-0. Tra una settimana, allo Stadio "Franchi", la squadra di Firenze dovrà cercare una rimonta ai limiti del possibile. Europa League: L’Aston Villa espugna il Dall’Ara, il Bologna cede 1-3 Cade in casa anche il Bologna, battuto per 1-3 dall'Aston Villa in un match deciso dal cinismo dei britannici. Dopo un primo tempo equilibrato, gli ospiti passano in vantaggio al 44' con un’incornata di Konsa su azione d'angolo. Al 51', un'indecisione difensiva permette a Watkins di firmare il raddoppio. Il finale è concitato: al 90' Rowe riaccende la speranza per i rossoblù siglando il gol dell'1-2, ma in pieno recupero (94') è ancora Watkins a spegnere l'entusiasmo del "Dall'Ara" siglando la doppietta personale in contropiede. Per gli uomini di Italiano, la strada verso la semifinale passa ora per una vittoria con almeno due gol di scarto al Villa Park.
Autore: Redazione 10 aprile 2026
Possibili ritardi, cancellazioni e riprogrammazioni di numerosi voli Possibili disagi per chi ha in programma di viaggiare in aereo. Oggi, venerdì 10 aprile, è infatti previsto uno sciopero nazionale del comparto aereo. A proclamare l’agitazione i sindacati Uiltrasporti, UGL-TA, Astra e FAST-CONFSAL-AV. "Dopo mesi di trattative infruttuose, senza risposte su salario, diritti e futuro, è il momento di farsi sentire. Recupero inflattivo insufficiente. Tutele messe in discussione. Carichi di lavoro in aumento. Nessun confronto reale sui cambiamenti organizzativi. Noi non abbiamo firmato accordi al ribasso. Noi stiamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori", si legge in un post su Facebook di Uiltrasporti Nazionale. L'Enav nell'annunciare lo sciopero, nella stessa nota sottolinea come "saranno garantite le prestazioni indispensabili secondo norma vigente". Gli orari Si tratta di uno sciopero di 4 ore, dalle 13 alle 17, che potrebbe causare ritardi, cancellazioni e riprogrammazioni di numerosi voli. I voli garantiti Come stabilito dalla regolamentazione italiana e dalle linee guida Enac, anche durante uno sciopero alcuni collegamenti devono essere assicurati per tutelare il diritto alla mobilità. Saranno quindi sempre operativi: i voli nelle fasce sempre garantite: dalle 07:00 alle 10:00 e dalle 18:00 alle 21:00; i voli di Stato e voli militari; voli sanitari, di emergenza e per trasporto organi; collegamenti di continuità territoriale, essenziali per le isole e per i collegamenti unici della giornata.
Autore: Redazione 10 aprile 2026
La Premier: "Nessun rimpasto, dimissioni? Mi sarebbe convenuto, ma non facciamo piombare il Paese nell'incertezza". E aggiunge: "Non ignoriamo il segnale del referendum, ma un 'No' ti riaccende" "Io non scappo", il governo andrà avanti fino alla fine. Nessun rimpasto all’orizzonte, perché "questo è il governo che ha restituito all'Italia stabilità". E guai a parlare di "fase 2" o di "ripartenza": l'esecutivo, rivendica la premier, non si è mai fermato. Davanti all'Aula di Montecitorio - e poi a quella di Palazzo Madama - Giorgia Meloni torna a "metterci la faccia" dopo la cocente sconfitta nel referendum sulla riforma della giustizia, che resta comunque "necessaria", secondo la premier, nonostante il verdetto netto delle urne. Un passaggio delicato che la presidente del Consiglio trasforma in una controffensiva politica: rilancia l’azione del governo e chiama le opposizioni - a partire dalla leader del Pd Elly Schlein - a confrontarsi "nel merito", soprattutto su uno dei nodi più sensibili del momento, la crisi iraniana e i suoi riflessi sull’approvvigionamento energetico. Senza risparmiare critiche agli "insulti" e alla "demagogia" che attribuisce alla sinistra. "Rispettiamo il voto del referendum, ma persa un'occasione" Meloni riporta le lancette dell'orologio alla vittoria del No del 23 marzo e al clima che ha lasciato nel Paese. Il voto, dice, restituisce un’immagine chiara: "Un’Italia che ha visto una grande partecipazione popolare al voto e, allo stesso tempo, una altrettanto grande polarizzazione. Un confronto serrato, ahimè non sempre sul merito, ma con un esito comunque chiaro". Il risultato va rispettato, ribadisce la presidente del Consiglio, "qualunque esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni o le nostre aspettative". Ma resta "il rammarico di aver perso un’occasione storica di modernizzare l’Italia". Per questo, l’invito è a non chiudere il dossier: "I problemi sul tappeto rimangono, e noi abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose, efficaci". "Nessun rimpasto, no ai giochi di palazzo" Da qui Meloni allarga il discorso al metodo di governo. E il passaggio più atteso è quello sulla tenuta dell’esecutivo. L'inquilina di Palazzo Chigi respinge le ipotesi di crisi: "Non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato". E ancora: "Non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto". Sulle dimissioni, Meloni ammette: "Certo, probabilmente sarebbe convenuto sul piano tattico. Invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e nella peggiore delle ipotesi lasciare a qualcun altro il compito di mettere la faccia sui difficili mesi che arriveranno". Ma la scelta è un’altra: "Ci siamo presi l’impegno di governare questa Nazione per cinque anni, ed è esattamente quello che faremo". Il messaggio è chiaro, l'esecutivo va avanti: "Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo". La sfida alle opposizioni: "Vediamo chi ha soluzioni" Nel confronto politico, la premier chiama direttamente in causa le opposizioni: "Vi sfido sulla politica, sulla vera politica. Vi sfido a un dibattito nel merito". E indica i terreni: crisi internazionale, energia, economia. "Parliamo delle soluzioni, vediamo chi ne ha". Iran, "arrivati a un passo dal punto di non ritorno" Proprio il contesto internazionale occupa una parte centrale dell’intervento. Sul dossier iraniano, Giorgia Meloni descrive una situazione ancora instabile, nonostante il cessate il fuoco: "Siamo arrivati a un passo dal punto di non ritorno, ma ora abbiamo davanti una pur flebile prospettiva di pace". Da qui l’indicazione delle priorità, che per il governo restano nette: "Cessazione permanente delle ostilità, pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz". Su questo punto "siamo già al lavoro con la coalizione per lo Stretto di Hormuz promossa dal Regno Unito, alla quale partecipano oltre 30 Paesi, per provare a costruire condizioni di sicurezza che consentano il pieno ripristino della libertà di navigazione e di approvvigionamento", assicura. "Usa? Noi testardamente occidentali" Meloni rivendica la posizione italiana nei rapporti con gli alleati, a partire dagli Stati Uniti, respingendo quello che definisce l’"ormai scontato ritornello" sulla sua presunta subalternità a Donald Trump. Allo stesso tempo, però, marca le distanze su singoli dossier. L’offensiva contro Teheran, sottolinea, è stata un’operazione militare che "l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato", richiamando anche il caso Sigonella. Da qui il rilancio dell’asse euro-atlantico: "Siamo 'testardamente occidentali'", afferma, parafrasando uno slogan caro a Schlein. Ma avverte: "Per stare insieme, bisogna volerlo in due. Ed è per questo che, nel rapporto con gli Stati Uniti, dobbiamo essere chiari. Lavorare per tenere insieme le due sponde dell’Atlantico; lavorare per rafforzare la Nato". Il dossier energia Il legame tra politica estera e interna passa soprattutto dall’energia. Meloni difende le missioni internazionali compiute durante il suo mandato, tra cui il recente blitz nel Golfo persico: "È preciso dovere del presidente del Consiglio fare tutto il possibile per assicurare energia sufficiente e a prezzi il più possibile contenuti". Ricorda gli interventi già adottati, come il taglio temporaneo di 25 centesimi al litro del prezzo di diesel e benzina. E insiste sull'idea di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita ("non dovrebbe essere un tabu"): "Non una deroga per singolo Stato Membro, ma un provvedimento generalizzato", rimarca Meloni, sottolineando come l'Italia sia "pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili comportamenti speculativi", compresi, se necessari, "ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche". Un passaggio del discorso della premier è dedicato anche al nodo Ets: "Continueremo a chiedere in Europa di sospendere temporaneamente l’applicazione" di questo meccanismo alla produzione di elettricità da fonti termiche, ossia dal termoelettrico. Dal lavoro al fisco, Meloni risponde alle critiche Sul piano economico, la presidente del Consiglio rivendica i risultati e risponde alle critiche. "Siamo l'unico Paese del G7 ad essere tornato in avanzo primario", con "il tasso di disoccupazione generale ai minimi storici". E sul lavoro bolla come "menzogne" le accuse di aumento della precarietà arrivate dalla segretaria dem Schlein, citando invece "quasi 1,2 milioni di occupati stabili in più e oltre 550 mila precari in meno". Tra i dati indicati anche la lotta all’evasione: "Abbiamo combattuto, come nessun altro, l’evasione fiscale. In tre anni abbiamo raccolto oltre 100 miliardi di euro". Nel capitolo sviluppo, Meloni insiste sul Mezzogiorno: "Il Sud sta colmando il divario". E partendo dall'esperienza della Zes unica nel Meridione, annuncia che sono allo studio le modalità per applicarla a tutto il territorio nazionale. Sicurezza, "non sono soddisfatta" Su immigrazione e sicurezza, la presidente del Consiglio rivendica la linea seguita finora: "Abbiamo ridotto gli sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri e, soprattutto, abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo". Ma sul piano dell’ordine pubblico riconosce che i risultati non sono ancora sufficienti: "Personalmente non sono soddisfatta". Il tono si fa più duro quando affronta il tema della criminalità organizzata. "Non accetto lezioni su questo tema", afferma, rivendicando il proprio impegno personale: "Combatto la mafia fin da ragazzina, e continuerò a farlo fino al mio ultimo respiro". Quindi liquida come "palate di fango" le polemiche legate a un selfie del 2019 con Gioacchino Amico, pentito ed ex referente del clan camorristico dei Senese in Lombardia, respingendo ogni accostamento tra la sua figura politica e ambienti criminali. E rilancia, chiedendo alla Commissione Antimafia "di occuparsi dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli d’Italia compreso". Sanità e piano casa Sui temi sociali, Meloni riconosce le criticità della sanità: "Per molti italiani, i tempi restano troppo lunghi, l’accesso troppo difficile". E annuncia un intervento sulla casa: "Un piano robusto, imponente, strutturale. Che ha come obiettivo quello di rendere disponibili, tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati, oltre 100 mila case nei prossimi 10 anni". "Un 'Sì' ti conferma, un 'No' ti riaccende" Nella parte conclusiva dell’intervento, la leader di Fdi rivendica una linea alternativa alle politiche del passato: "Misure puramente demagogiche che devastavano i conti pubblici". Lo sguardo si sposta quindi sull’ultimo anno di legislatura, che - assicura - "non sarà un tempo di attesa. Sarà un tempo di lavoro, di scelte, di risultati". Il referendum viene infine reinterpretato come uno stimolo: "Un 'sì' ti conferma, ma un 'no' ti riaccende... il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova spinta". Il finale, assicura Meloni, è ancora da scrivere. (di Antonio Atte) 
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